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ANTICHI FASTI E CORRENTI MISERIE DEL KARAKALPAKSTAN

Il Karakalpakstan è una repubblica autonoma situata nella parte più occidentale dell’Uzbekistan. Dove un tempo c’erano le oasi lungo le rive dell’Amu Darya, oggi non è rimasta che una terra desolata interamente circondata dal deserto, che percorro in auto con Jasur, un pezzo d’uomo cordiale e affabile che mi guiderà in questo tour. Quando passiamo il confine di provincia veniamo fermati a un "blok posti" e lui si mette le mani nei capelli. Problems. Un poliziotto mi chiede in un discreto inglese quanto ho pagato per l’auto e a chi, dunque mi mette in guardia dagli operatori turistici improvvisati di cui non devo assolutamente fidarmi. Jasur intanto risale in macchina incazzato nero perché gli hanno fatto una multa dell’equivalente di quasi 200 euro (probabilmente a causa di documenti non in regola), quindi passa un bel po’ di tempo a urlare al telefono.
La prima tappa è Nukus, la capitale del Karakalpakstan, una città di impostazione sovietica ultimamente soggetta ad alcune migliorie estetiche e nota per essere stata fino al 2002 la sede di un Istituto di ricerca dell'Armata rossa dove venivano sperimentate armi chimiche. La principale attrazione di Nukus è il museo Savitsky, "il Louvre delle steppe", che oltre a una vasta sezione storica ed etnografica detiene un’importantissima collezione di dipinti di avanguardia sovietica.
Quando risalgo in macchina Jasur mi offre un po’ del suo pane col pomodoro (con questo caldo, più di questo non riesce a mangiare); nel frattempo si è tranquillizzato in merito alla faccenda della multa ed è tornato sorridente. È contento del nuovo presidente (good for tourism, more money) ma naturalmente anche Karimov era ok. Sa che in italia abbiamo un nuovo primo ministro e ritiene giusto che in Italia vivano solo italiani, in Francia solo francesi e così via. Troppo lungo da spiegare: cambiamo argomento. Ha 46 anni, 6 figli, sua moglie lavora in banca. Di solito effettua la preghiera rituale ma visto che adesso sta lavorando recupererà stasera.
Continuiamo a procedere più o meno paralleli all'Amu Darya, che diventa sempre più sottile fino a sparire del tutto: oggi infatti il fiume più lungo dell'Asia centrale non sfocia più nel lago d’Aral ma si perde nel deserto. È giunto il momento di affrontare il vero motivo per cui mi sto sottoponendo a queste ore torride di tragitto nel nulla: vedere con i miei occhi ciò che resta di una delle più gravi catastrofi ambientali provocate dall'uomo. Un cartello arrugginito con il disegno di un simpatico pesciolino ci dà il benvenuto a Moynaq, un tempo l’unico porto dell’Uzbekistan e oggi distante circa 200 km da ciò che resta del lago. Il pesce su sfondo blu ondoso è molto ironico perché l’industria ittica è soltanto un lontano ricordo: disoccupazione, desolazione ed emigrazione ne hanno preso il posto. Come se non bastasse, il microclima è cambiato e le estati sono diventate più calde e secche. Moynaq no gasoline - mi comunica Jasur.
Sono l’unica sotto questo sole che spacca le pietre a visitare il cimitero delle navi: alcune carcasse di imbarcazioni arrugginite abbandonate in quello che una volta era un florido lago e ora è un deserto di sale. I pannelli informativi e le foto satellitari mostrano le fasi del disastro a partire dagli anni Sessanta, quando il governo sovietico decise di usare l'acqua dell’Amu Darya e del Syr Darya per irrigare i vasti campi delle aree circostanti, secondo un piano di coltura intensiva che aveva il fine di far diventare l’URSS il primo esportatore di cotone del mondo.
Oggi il Karakalpakstan è tra le zone più povere ed inquinate dell’Uzbekistan: la maggior parte degli abitanti soffre di malattie croniche e moltissimi studenti e cittadini uzbeki sono costretti ad abbandonare periodicamente le loro occupazioni per dedicarsi alla raccolta del cotone, che ancora oggi rappresenta il fulcro dell'economia; tuttavia il nuovo presidente a quanto pare si sta impegnando per diversificare le colture e ha di recente varato dei provvedimenti che vietano lo sfruttamento e il trattamento disumano dei lavoratori. Verdissimi cotton fields ci circondano da quando siamo partiti. Harvest, september. Factory: Tashkent, Turkey - mi aveva esaurientemente informata Jasur.

Racconto di viaggio "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" 

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