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THE TERMINAL

Viaggio in Giappone

Quando sono arrivata all’aeroporto Narita di Tokyo ho preso il treno della Keisei Railway insieme ad Alfredo, un italiano che avevo conosciuto all’aeroporto di Istanbul e che vive a Tokyo da tre anni. Alfredo a un certo punto mi ha detto che quel gruppo che stava seduto in fondo al vagone erano cinesi perché i giapponesi non parlano mai a voce così alta.
Appena uscita dalla stazione di Ueno ho trovato un grosso palo con un pulsante che serve per chiamare il taxi. Un minuto dopo averlo pigiato è comparsa una vettura nera con le tendine di pizzo ai finestrini, gli sportelli si sono aperti automaticamente e sono stata portata al mio hotel di Asakusa. Prima di andare via il tassista è corso a cercare qualcosa nel portabagagli e tutto trafelato ma sorridente mi ha regalato un ventaglio.

Quando esci da un aeroporto giapponese, pensi di uscire da un aeroporto ma in realtà continui a restare imprigionato in un altro gigantesco aeroporto che si chiama Giappone. Ad esempio all’ingresso di musei, parchi, centri commerciali, stazioni ecc. c’è sempre un cartello che ti spiega cosa puoi fare e cosa non puoi fare e anche se non sai il giapponese ci sono delle immagini esplicative. Quello che non puoi fare quasi da nessuna parte è fumare, nemmeno per strada, tranne nelle smoking area che sono posizionate ovunque. Queste aree fumatori fanno un po’ tristezza perché le persone stanno tutte in piedi e non si rivolgono nemmeno la parola e le puoi vedere benissimo perché non c’è nessun muro o a volte nemmeno il vetro. In moltissimi bar e ristoranti invece si può fumare quanto si vuole pure se sono al chiuso, anche perché ci sono degli impianti di condizionamento potentissimi, e se gli chiedi di alzare la temperatura loro ti dicono sì ma in realtà non la alzano manco per il cavolo.
I giapponesi poi si mettono in coda per praticamente ogni cosa, sono file lunghissime e ordinatissime come quelle agli imbarchi, formate da persone che non mostrano alcun segnale di impazienza e anzi sembrano proprio orgogliose di essere lì nella fila. 

Tokyo

Per il primo giorno a Tokyo avevo preso un appuntamento con una guida che parla italiano. Secondo l’accordo io avrei usufruito gratuitamente del servizio ma avrei dovuto pagarle i pasti, gli spostamenti e gli eventuali biglietti di ingresso. Rika è una cinquantenne esile ed elegante e si è fatta trovare in hotel con molto anticipo. Dopo una mezz’oretta mi ha già regalato un pacco di biscotti e un quaderno con la copertina a fiori su cui aveva elencato con molta cura una serie di attrazioni e ristoranti consigliati.
La prima meta è il mercato del pesce di Tsukiji, che in realtà è stato trasferito e adesso sono rimaste solo le bancarelle all’aperto. Esse espongono prodotti gastronomici quali ad esempio angurie che costano 50 euro, ricci di mare enormi, cialde a forma di tonno ripiene di pasta dolce di fagioli azuki, infinite varietà di pesce fresco e pesce essiccato, alghe, carne di Kobe, gelati al gusto di tè verde matcha ecc. Il problema con Rika è che se le chiedo cosa sia quel cibo esposto lei me lo compra e infatti io a un certo punto non le ho chiesto più niente per paura che entrasse nel negozio a comprarlo.

Poi Rika mi porta a visitare uno dei più antichi luoghi sacri della città, ossia il santuario Nezu situato nel tranquillo quartiere di Bunkyō. Una delle sue più famose caratteristiche è il percorso di torii rossi, una specie di tunnel molto scenografico e tipicamente giapponese che secondo la tradizione shintoista separa la zona profana da quella sacra di un tempio. Essendo la prima volta che visito un tempio shintoista devo capire ancora bene come funziona la ritualità di questa antichissima religione. Per il momento capisco che prima di accedere all’altare bisogna lavarsi le mani e la bocca presso queste vasche usando un mestolo di bambù, e poi che alle divinità shintoiste si scrivono delle preghiere o desideri su tavolette di legno che poi vengono appese tutte insieme, legate a dei recinti, intanto che gli dei si decidano a farli avverare.

Nella metropolitana molte persone leggono dei libri ma la cosa strana è che tutti i libri sono foderati con delle copertine a tinta unita oppure decorate, così nessuno può capire che libro stai leggendo, e quando ho detto questo fatto a Rika si è messa la mano sulla bocca ed è arrossita un sacco.

Per pranzo la mia guida mi porta a mangiare un piatto di soba, ossia tagliolini di grano saraceno, in un ristorante tradizionale con i tavoli bassi, dove notoriamente a noi occidentali si addormentano le gambe. Rika mi dice che in Giappone i ristoranti quasi sempre sono specializzati in un solo piatto. Lei prende solo un minuscolo gelato e non vuole nemmeno che le sia pagato, e anche per i biglietti della metropolitana bisogna quasi litigare per pagarglieli secondo gli accordi preliminari.

L’ultima tappa è il cimitero di Yanaka, che è un quartiere risparmiato dai bombardamenti e quindi più tradizionale, tra l’altro con immensi grovigli di cavi elettrici. Nel frattempo ha smesso di piovere e Rika, prima di salutarmi per sempre, mi vuole a tutti i costi regalare il suo ombrello, e questo è davvero troppo e quindi sono molto sollevata quando lei se ne va per la sua strada. Che poi qui in Giappone gli ombrelli per la pioggia sono tutti di plastica trasparente, che è una cosa molto intelligente perché così si vede bene dove vai anche se lo tieni molto calcato sulla testa. L’unico problema è che sono tutti uguali e hanno dovuto inventare una specie di molletta colorata che ti permette di riconoscere il tuo nel mucchio fuori dai negozi.

Il quartiere di Asakusa è una scelta piuttosto scaltra per dormire a Tokyo. Ha una bella atmosfera, un’architettura più tradizionale e inoltre si trova in una posizione favorevole per visitare la città. I corridoi color tortora del mio hotel sono ovattati di moquette e illuminati da faretti discreti. La stanza è economica e come al solito molto raccolta, ma pulitissima e fornita di tutte quelle cose che uno potrebbe essersi scordato a casa come pettine spazzolino ciabatte rasoio ecc. Il gabinetto è quello tipico giapponese dotato di tasti con le icone: una per lo scarico, una per il getto d’acqua posteriore, uno per il getto d’acqua anteriore, e poi se spingi il tasto su cui è stampata una nota musicale parte il suono dello sciacquone che copre i rumori imbarazzanti. La maggior parte di queste caratteristiche poi le ho ritrovate in quasi tutti gli hotel del paese, indipendentemente dal livello di prezzo.

L’attrazione più affascinante di Asakusa è il tempio Senso-ji, il luogo di venerazione più antico di Tokyo, soprattutto di sera quando tutto il complesso viene illuminato in maniera molto sapiente e suggestiva. Qui ho compiuto altri passi avanti nella conoscenza della ritualità shintoista, scoprendo l’esistenza degli omikuji, questi biglietti arrotolati che contengono una predizione divina. Essi possono essere pescati da un cassetto in cambio di 100 yen: se la divinazione è positiva te lo porti a casa (senza superbia, sia ben chiaro), se è negativa invece la leghi intorno ad una ringhiera insieme a tutte le altre maledizioni, più o meno gravi, ed è come se non fosse successo niente.

Il mio quartiere ospita numerosissime piccole attività commerciali, ristoranti e localini, in uno dei quali ad esempio una sera ho socializzato con un tizio che aveva perso l’ultimo treno e doveva far passare la notte in qualche modo. D'altra parte anch’io dovevo farla passare la notte, visto che le prime sere in Estremo oriente non è tanto facile prendere sonno. Un’altra cosa che ho fatto per far passare la notte è stato vagare nelle sale giochi. Quando entri in una sala giochi giapponese il frastuono e il tripudio di luci ti guidano in un mondo parallelo: negli infiniti corridoi di monitor allineati alberga un catalogo di giocatori con gli occhi incollati allo schermo e la cicca in bocca (la temperatura polare fa capire subito che è consentito fumare), poi ci sono ad esempio enormi pupazzi di Doraemon o cabine fotografiche dove le proprie foto vengono ritoccate eliminando le imperfezioni e aggiungendo occhioni e ciglia lunghe.

In Kappabashi-dōri (la via dedicata alla cucina), c’è una sfilza di negozi che vendono i Sampuru, quelle irresistibili riproduzioni delle pietanze realizzate in pvc, inventate da un tale maestro Takizo Iwasaki. Grazie a questi realistici modelli e alle fotografie esposte in vetrina scegliere cosa mangiare in Giappone è molto facile.
Ad Asakusa ad esempio ho mangiato la prima di una lunga serie di gustose ciotole di ramen (l’unico piatto che non mi ha mai stufato), ma ho provato anche per la prima (e ultima) volta la cucina teppanyaki. In questo tipo di ristorante nei tavoli sono incastonate delle piastre su cui un cameriere armato di grandi posate trasforma del cavolo crudo mischiato a uova e ad alcuni rachitici pezzi di pesce nel piatto che hai ordinato.

Le attrazioni di Ueno - il parco, lo zoo e il polo museale - si possono raggiungere anche a piedi da Asakusa. Nei paraggi della grande stazione di Ueno (molto comoda sia per l’aeroporto sia per spostarsi fuori Tokyo) si dipana il mercato all’aperto di Ameya Yokocho, affollato anche la sera grazie al gran numero di ristoranti di ogni tipo. È qui che per la prima volta ho notato questo problema che hanno i giapponesi con l’alcol. Voglio dire che non è raro vedere ad orari serali nemmeno tanto tardi impiegati apparentemente seri in giacca, cravatta e valigetta che camminano oscillando pericolosamente come se fossero fatti di gomma e spesso devono aggrapparsi ai pali o a quanto trovano per non cadere spalmati a terra. 

Da Asakusa inoltre partono i traghetti turistici diretti ad Odaiba, una grande isola artificiale e popolare meta turistica situata nella baia di Tokyo, dove ho visto ad esempio una copia in scala ridotta della Statua della Libertà, il famoso Gundam Unicorn che a una cert’ora si muove, un centro commerciale in cui sono riprodotte alcune piazze italiane, una ruota panoramica alta 115 metri.

Per quanto riguarda gli altri quartieri, a Shinjuku ci sono andata in primis per vedere Tokyo dall’alto del Metropolitan Government Building, un modo gratuito per godersi una bella vista sulla città. Poi man mano la luce è andata via e il quartiere si è preparato ad essere quello che è ogni sera: grattacieli, locali, sale giochi, karaoke, negozi con appariscenti insegne a neon, videoschermi giganteschi. Attraversata la stazione ferroviaria più trafficata del mondo, sono entrata nel budello del Golden Gai, dove convivono gomito a gomito decine di minuscole tipiche locande chiamate izakaya.

La cosa che mi è piaciuta di più dei bar e ristoranti giapponesi (oltre al fatto di fumare) è che appena ti siedi ti danno un piccolo asciugamano bollente con cui pulirti le mani ed eventualmente la faccia, come è accaduto in questo bar con il bancone di legno, la barra di ottone e gli sgabelli di pelle su cui sedevano tanti uomini solitari in camicia e giacca. E come è accaduto nel vicino ristorante di sushi. Il sushi non l'ho mangiato solo nel quartiere di Shinjuku ma in tutto il Paese, specialmente nei locali dotati di nastro trasportatore o nei vassoietti già pronti che vendono nei konbini (minimarket) e nei centri commerciali, ma il colpo di fulmine non è scattato. Si dice che il Giappone abbia il più alto numero di ristoranti perché pochi giapponesi invitano gli ospiti a casa propria e infatti Alfredo me lo aveva detto subito, quel giorno che lo avevo conosciuto a Istanbul.
In ogni caso, Shinjuku è la Tokyo che uno ha sempre immaginato vedendola in TV o al cinema, e infatti alcune scene memorabili del film Lost in translation sono girate qui. 

Akihabara è il quartiere dei video-game, dell'elettronica, dei manga e degli otaku, famoso per i bar dove le cameriere sono vestite da manga e per i locali dove puoi accarezzare gatti, gufi, ricci eccetera mentre sorbisci la tua bevanda. In questo quartiere imperdibile io non ci sono stata, o meglio l'ho attraversato senza degnarlo di uno sguardo per recarmi al santuario shintoista di Kanda, che oggi è diventato una mecca per gli amanti della tecnologia (e tra l'altro vende talismani fatti apposta per benedire i dispositivi elettronici). Nel tempio, oltre alle altre tipiche caratteristiche shintoiste a me già note, ho visto due sacerdoti, con indosso grossi cappelli bombati neri, che agitavano impropriamente una specie di piumino swiffer gigante di fronte ad alcuni fedeli seduti a capo chino.

Nelle immediate vicinanze c'è l'Ochanomizu Origami kaikan, uno spazio multifunzionale dedicato all'arte dell'origami, che comprende sia un negozio sia un laboratorio artigianale dove tengono dei corsi. Qui dentro un cordiale signore, mentre chiacchierava amabilmente con me, ha confezionato in pochi secondi, e senza che io me ne accorgessi, un anello con smeraldo e una spilla d'argento, entrambi realizzati con la carta.

Harajuku è il quartiere dello shopping e delle mode giovanili stravaganti. La strada principale è Omotesando, dove hanno sede negozi di alta moda e centri commerciali progettati da architetti famosi, come il Tokyu Plaza, dotato di un ingresso a specchi molto instagrammabile. 
Nella nota e affollatissima via Takeshita vanno alla grande lo zucchero filato e le crepe dolci, i negozi di cosplay e i giovani alternativi, e poi non rimane che perdersi dentro uno dei tanti Daiso, catena che vende tutto a 100 yen (meno di un euro).
A poca distanza si trova l'accesso al santuario Meji-jingu, dedicato alle anime dell'Imperatore Mutsuhito e di sua moglie, che morirono poco più di un secolo fa. Esso si trova praticamente dentro una immensa foresta dove si può passeggiare per ore.

Harajuku fa parte di Shybuya, il quartiere dove si trova l'incrocio più trafficato del mondo: appena scatta il verde le strisce pedonali vengono contemporaneamente prese d'assalto in tutte le direzioni. Vicino alla stazione JR c'è la statua del cagnolino Hachiko, che aspettò in questa piazza per molti anni il padrone dopo la sua morte. Naturalmente Shibuya non è solo questo ma è pieno di negozi, centri commerciali, localini, bar eccetera ed è l'altra zona ipermoderna e colorata amata dai registi.

Sin dai primi giorni a Tokyo mi ha sorpreso molto che non facesse per niente caldo, anzi ho indossato spesso la felpa. Di contro è piovuto frequentemente, infatti quest'anno a quanto pare la stagione delle piogge è durata più del previsto, protraendosi per quasi tutto il mese di luglio.

Le ultime due notti a Tokyo prima di ripartire per l’Italia le ho passate in un quartiere completamente diverso da Asakusa e molto meno affascinante: Chiyoda. La zona è piuttosto baricentrica: dal mio hotel si raggiunge a piedi il Palazzo Imperiale (ancora oggi residenza dell’Imperatore) e la gigantesca area verde che lo circonda, dotata di corsi d'acqua, sentieri e fossati. Però nei paraggi non ci sono locali e per raggiungere la vivace area di Akasaka ci vogliono almeno una ventina di minuti a piedi. La seconda sera che sono stata nel mio pub preferito (poco tipicamente giapponese, anzi – a dirla tutta – irlandese) ho conosciuto Mohammed, residente a Tokyo ma di origine egiziana, che mi ha preso in simpatia poiché aveva vissuto in Italia e ha continuato a mantenere molte relazioni commerciali con il nostro paese. L'estroverso industriale a una cert'ora mi ha condotta in un ristorante coreano dove ha ordinato una cena completa pure se io gli avevo detto che non avevo per niente fame. Poi all'improvviso, mentre mi raccontava alcune sue faccende famigliari, è scoppiato a piangere irrefrenabilmente davanti a tutti i piatti lasciati intonsi e ho dovuto consolarlo per una buona mezz'oretta. Per fortuna alla fine – visto che diluviava – mi ha accompagnato in hotel in taxi. 

Kantō

Il servizio di spedizione bagagli in Giappone è molto diffuso ed efficiente e mi ha permesso di gironzolare leggera per tre giorni nella regione del Kantō.
Nikkō si trova a circa 150 km da Tokyo ma sembra di essere in un altro mondo: quando sono uscita dalla stazione nella piazza principale, sono rimasta impressionata dalle colline e dai verdi boschi che ci circondavano. Anche il clima era piuttosto montano, ossia ha piovuto sempre e le temperature non erano molto elevate.
Questa cittadina è famosa per gli spettacolari templi tutelati dall’UNESCO, dove le offerte si possono fare anche usando il QR code. Il più importante di essi è il santuario Tōshō-gū, un complesso composto da diversi edifici e pagode circondati da un magnifico bosco. Il suo valore aggiunto consiste nelle ricchissime decorazioni, come bassorilievi e intarsi di legno e oro, sculture di animali mitici, statue e portali. La più fotografata delle opere è quella che si trova sulla parete della scuderia dei cavalli sacri, che rappresenta le tre scimmiette sagge. Per raggiungere il mausoleo di Ieyasu Tokugawa bisogna percorrere una ripida scalinata in salita, circondata da enormi cedri.

Intorno al paese ci sono laghi, cascate, località termali, percorsi di trekking e altre meraviglie naturali. Ad esempio scendendo verso il fiume Daiya e camminando lungo le sue sponde ho raggiunto l’abisso di Kanmangafuchi, famoso per 70 statue in pietra messe in fila che rappresentano dei piccoli Bodhisattva, ossia persone che hanno raggiunto l’illuminazione, ma rinunciano al Nirvana e si dedicano ad aiutare gli altri. Questi cosiddetti Jizo sono tutti seduti a gambe incrociate con gli occhi chiusi e indossano un cappellino rosso fatto a maglia e un bavaglino fuxia. Infatti il Jizo è tradizionalmente il protettore dei bambini e dei viaggiatori (per questo statue del genere sono molto diffuse preso gli incroci). La leggenda narra che le statue cambiano posto ogni tanto e che il visitatore non le vedrà mai due volte nello stesso ordine. Si dice anche che se le conti mentre cammini, al ritorno ne conterai una di più (un fantasma) rispetto all’andata. La passeggiata è molto suggestiva anche a causa della nebbia e del muschio che rendono l’atmosfera fiabesca e misteriosa.

Al ritorno mi sono fermata ad osservare lo scenografico ponte color rosso di Shinkyo, simbolo di Nikko, prima di rientrare in città. Per mangiare, la scelta non è vastissima perché la maggior parte dei turisti si reca a Nikko in un'escursione giornaliera da Tokyo, ma sono comunque riuscita a trovare una locanda decente.

Per andare ad Hakone bisogna tornare a Tokyo e da lì prendere uno shinkansen per Odawara. Da qui parte un bellissimo trenino d'epoca che viaggia su una ferrovia a scartamento misto ispirata a quella del Bernina; è la più ripida di tutto il Giappone, per questo lungo il percorso ci sono tre inversioni di marcia per superare le pendenze maggiori. Il giorno in cui l'ho preso io il treno si apprestava ad andare in pensione e lungo tutto il tragitto c'era uno schieramento di fotografi che si dedicavano a immortalarne le ultime gesta.

Hakone fa parte del Parco Nazionale Fuji – Hakone Izu ed è una località di villeggiatura famosa anche perché situata nel posto ideale per vedere la magnificenza del monte Fuji. Di solito nel mese di luglio è piuttosto improbabile che il cielo sia sereno, tanto più quest'anno in cui la stagione delle piogge si sta trascinando più a lungo del solito. Nel grand hotel dove ho alloggiato c’è un angolo del giardino adibito a punto di osservazione del monte Fuji e c’è anche un cartello che ogni giorno informa sulla visibilità: ovviamente il cielo è sempre così nuvoloso che di monte Fuji non se ne è visto manco un pezzettino.

Nella camera di questo grand hotel di Hakone c’è uno yukata per persona, coordinato alle ciabatte e al gilet imbottito che si indossa sopra e che qui, di sera, è proprio necessario. In questa tenuta gli ospiti passeggiano negli spazi comuni, si recano nella smoking area in giardino, all’onsen e al ristorante. E anch’io come loro. La sala ristorante, pullulante di uomini e donne vestiti di bianco e blu, è immensa e vi è allestito un buffet dove si può mangiare ogni ben di dio, fino a scoppiare. Nell'area fumatori invece ho intrattenuto una conversazione con due anziane ospiti, resa possibile dall'utilizzo di google traduttore, e dedicata in parte alla reciproca conoscenza, in parte alle previsioni del tempo per l'indomani.

L’onsen significa letteralmente fonte termale naturale ed è il bagno comune giapponese: una vasca bollente che ti abbassa la pressione di moltissimi punti e da cui esci rilassato come se ti avessero dato un colpo in testa e con la pelle liscissima (sube-sube). Prima di entrare nella vasca bisogna lavarsi ossessivamente tutte le parti del corpo ad una delle postazioni doccina dotate di sgabellino. Gli onsen giapponesi sono il posto in cui sperimentare l'hadaka no tsukiai ossia l'“amicizia nuda”, in quanto bisogna togliersi ogni indumento; si viene dotati soltanto di un minuscolo asciugamano che non va messo in acqua (in realtà tutti se lo mettono in testa). Nel grand hotel di Hakone oltre alla vasca al coperto c’è una piccola e suggestiva piscina naturale all’aperto, realizzata in pietra. 

Purtroppo appena arrivata in zona ho scoperto che le cabinovie che portano da Gora a Togendai, sul lago Ashi, erano chiuse a causa dell’attività vulcanica. Ecco perché mi sono persa la valle geotermale di Owakudani, una zona vulcanica attiva da cui fuoriescono vapori sulfurei, e non ho potuto mangiare le tipiche uova nere (uova di gallina colorate di nero perché cotte nelle acque termali vulcaniche) che mi avrebbero allungato la vita di 7 anni. 
In compenso ho visitato il bellissimo museo Open-air di Hakone, dove sono esposte più di mille opere di artisti giapponesi ed occidentali, sia nel bellissimo parco sia in alcuni edifici coperti.

Per visitare il lago Ashi, formatosi nella caldera del Monte Hakone durante l'eruzione di 3000 anni fa, ho partecipato a una crociera a bordo di un vascello settecentesco che mi ha portato a sud del lago, in un paesaggio nebbioso e sospeso. Quindi un autobus mi ha riportato a Gora dove ho passeggiato nel Parco Gora (grande fontana, roseto, serre, ristorante, sala da tè) prima di tornare ad Odawara.

Kansai

Gli shinkansen sono molto noti ai turisti perché la maggioranza di essi sono inclusi nel JR pass che permette di prenderne all’infinito, di questi treni, per il periodo prescelto. Negli shinkansen, che vanno velocissimi ma non si direbbe, i membri del personale di bordo ogni volta che entrano in un vagone fanno l’inchino ai passeggeri (i quali li ignorano alla grande), lo attraversano tutto fino alla porta successiva e, giunti lì, si voltano per fare un altro inchino di commiato, ignorato altrettanto bellamente. Su un binario della stazione di Kyoto ho visto uno shinkansen tutto rosa marchiato Hello Kitty.
Nei treni giapponesi (non solo shinkansen, anche quelli normali) c’è un'ingegnosa maniera per trasformare, in un battibaleno, una coppia di sedili in fila in un salottino da quattro posti. E questo è solo un esempio dei tanti piccoli accorgimenti che semplificano la vita quotidiana e che rendono i giapponesi un popolo adorabile.

Lo shinkansen partito da Odawara mi ha recapitato in breve tempo a Kyoto ed eccomi nella meravigliosa stazione, famosa per la sua architettura all'avanguardia di vetro e acciaio, dove tra le altre cose c'è una scalinata immensa realizzata come un enorme monitor da guardare ipnotizzati.

Nella guesthouse prenotata mi attende il bagaglio spedito da Tokyo e pochi quarti d'ora dopo sono seduta al bancone del dirimpettaio ristorantino di ramen, pronta ad assistere alla grande fiammata scenografica da cui il locale prende il nome (Menbaka Fire ramen).

Dopo cena raggiungo il santuario di Yasaka, che si trova a Gion ed è uno dei più importanti della città. Di sera è un luogo molto romantico grazie alle tante lanterne illuminate, ai pochi visitatori e al silenzio che esalta i suoni tipici della ritualità shintoista: la campana di ottone che si suona tirando la corda, le mani che si battono per due volte di seguito dopo aver chinato il capo, di nuovo il rintocco di campana, e infine il rumore delle monetine che cadono nella cassetta di legno per le offerte.
Il tempio acquisì importanza nel nono secolo, quando il paese era afflitto dalla peste e gli abitanti di Kyoto, convinti che fosse causata da una maledizione divina, decisero di chiedere aiuto al dio Gion; fu in quel periodo che si tenne per la prima volta il Gion Matsuri, una delle più importanti feste di Kyoto, che per mia fortuna si svolge a luglio. La movimentata sfilata di carri, santuari e centinaia di persone vestite in abiti dell’epoca è molto scenografica e mi permette di fare un viaggio indietro nel tempo.

Il quartiere di Gion si sviluppò proprio per ospitare i pellegrini in visita al tempio di Yasaka. La sua fama però è dovuta al fatto che ospitava le geishe (che qui si chiamano geiko – o maiko se sono ancora apprendiste), il cui compito consisteva nell'intrattenere con piacevoli conversazioni ed esecuzioni musicali gli uomini facoltosi della città nelle "case da tè" (le ochaya). Oggi le architetture delle abitazioni tradizionali, la luce discreta delle lanterne, i piccoli ponti sul fiume Shirakawa e i numerosi incantevoli ristoranti e localini lo rendono uno dei luoghi più affascinanti di Kyoto, pure se è più raro incontrare delle geishe (che comunque eseguono ancora in alcuni periodi le tradizionali danze annuali).
Percorrendo le vie di Gion ho cercato di immaginarmi le avventure di Mineko Iwasaki, come le racconta nel suo libro di memorie "Geisha of Gion". A quanto pare questa Mineko raccontò tutti i fatti suoi a Arthur Golden, il quale ne scrisse nel best seller "Memorie di una geisha" (da cui fu tratto anche un film di successo); l'autore però non ha rispettato i patti sia perché ha rivelato il nome di Mineko nei ringraziamenti, sia perché ha rielaborato a modo suo la storia inserendo elementi che gettavano discredito su tutte le geishe dandone un'immagine di prostitute di alta classe (che poi è un fraintendimento molto frequente nell'opinione pubblica). Ecco perché Mineko Iwasaki non solo ha ricevuto una imprecisata somma di denaro dopo il processo, ma ha anche scritto la sua vera storia, nel libro tradotto in italiano con il titolo "Storia proibita di una Geisha".

Kyōto è una città ricca di storia, arte e cultura, dove è obbligatorio trascorrere più di un giorno. Intanto, non si può mancare una visita alla zona di Sagano - Arashiyama, situata nella parte occidentale della città, ai piedi del monte Arashi appunto. Anche se in estate non si possono ammirare né i ciliegi in fiore né il foliage autunnale degli aceri, in compenso si può assistere alla pesca con i cormorani e inoltre si può attraversare l'incantevole bosco di bambù, che per fortuna non risente molto delle differenze stagionali.
Al centro del quartiere, su uno sfondo di montagne e boschi rigogliosi, si trova il ponte Togetsukyō; percorrendo un sentiero in salita si raggiunge il parco Iwatayama, dove più di cento scimmie giapponesi (dette anche "snow monkeys") scorrazzano liberamente; inoltre ci sono diversi templi (il più importante dei quali si chiama Tenryu-ji) e molti negozi e attività di ristorazione, visto che l'area è molto frequentata per trascorrere una giornata all'aria aperta.

In merito agli altri proverbiali mille templi di Kyoto, inizialmente ho fatto un po' di confusione tra quello d'oro e quello d'argento, ma alla fine sono riuscita a visitarli entrambi. Ginkaku-ji, quello "d'argento", è un tempio zen nel distretto di Higashiyama, a est della città; da qui parte il cosiddetto Sentiero del Filosofo, che costeggia un canale d’acqua e si chiama così in onore di un famoso pensatore e professore universitario che percorreva questo sentiero ogni giorno meditando. Il Kinkaku-ji è invece un complesso monastico buddista situato a nord e prende il nome dalla foglia d’oro con cui è interamente ricoperto il suo edificio più celebre, che nel romanzo capolavoro di Mishima, Il padiglione d'oro, rappresenta l'incarnazione della bellezza. Entrambi i santuari inutile dire che sono circondati da bellissimi giardini.
E comunque il tempio più fotografato di Kyoto resta sempre il Fushimi-Inari Taisha, per la famosa lunghissima galleria di torii arancioni, che poi le foto sono venute tutte sfocate anche perché ha iniziato a diluviare. Esso è dedicato ad Inari, divinità del riso, della fertilità e dell'agricoltura nonché patrono degli affari.

A Kyoto naturalmente non ci sono soltanto edifici religiosi, ma molte attrazioni laiche, come ad esempio il mercato di Nishiki, dove è molto divertente osservare i prodotti in vendita (chessò, cozze lunghe quasi mezzo metro, polpi caramellati, frutta costosissima impacchettata nella plastica), oppure il castello Nijō-jō, noto per i pavimenti che scricchiolano a ogni passo ricordando il verso dell'usignolo.

Nara fu la prima capitale del Giappone ed è un luogo di grande interesse artistico, certificato dall’UNESCO, nonché organizzatissimo dal punto di vista turistico. È la destinazione perfetta per compiere una gita di un giorno da Kyoto, visto che ci si arriva in soli 45 minuti di treno veloce e dalla stazione ci si muove a piedi. Nara è famosissima per il gran numero di simpatici cervi di piccola taglia che razzolano liberamente; i visitatori si possono avvicinare tranquillamente per accarezzarli e dare loro da mangiare dei cracker fatti apposta; questi animali vengono considerati sacri e io ho visto con i miei occhi un cervo che ricambiava l’inchino di una turista. L’unico problemino è che pare vadano matti per la carta quindi bisogna stare attenti se si maneggiano mappe o depliant.
Nel parco di Nara ci sono diversi templi buddisti risalenti al fulgente periodo Nara, nell’ottavo secolo, come il Kofuku-ji con la pagoda a cinque piani e soprattutto il Tōdai-ji, l'edificio in legno più grande al mondo, che contiene la statua del Grande Buddha, dotato di narici larghe mezzo metro. Oltre ai templi, si possono visitare il museo nazionale, il palazzo imperiale, dei meravigliosi giardini, ma come spesso accade in viaggio ciò che mi è rimasto più impresso della gita a Nara è stato un negozio di abbigliamento per cani, in particolare la sezione dedicata ai mini-kimono.

Ad Ōsaka, la terza città più grande del paese, non ho passato molto tempo e oltretutto non ero al massimo della forma, anche perché ho incontrato una delle poche giornate afose del mese. Dōtonbori è il quartiere più animato della città, attraversato da un canale che di sera si trasforma in una tavolozza di luci riflesse, sul quale si possono compiere gite in barca a tutte le ore circondati da centinaia di lanterne che di notte sono illuminate. Le insegne dei ristoranti sono un continuo spettacolo grazie alle grandi scritte a neon e agli enormi simboli fissi o meccanici, ad esempio un polpo circondato dalle polpette tako-yaki, una mano che offre del sushi, granchi, okonomiyaki, mucche, pesci, barche, pupazzi vari eccetera. Non a caso Ōsaka è considerata la capitale gastronomica del Giappone e in particolare questo è il quartiere dedicato alle abbuffate.
Qui la gente sembra più casinista e scanzonata, fuma anche dove è vietato, e le strade sono meno impeccabili di quelle attraversate finora: forse per questo viene considerata la Napoli del Giappone. Oltre a mangiare, a Ōsaka ho visitato il complesso di templi buddhisti Shitennō-ji, dove ho visto una lunga fila di monaci, ognuno con ombrello nero a piegoline e ventaglio, vestiti con meravigliose vestagliette trasparenti ognuna di un colore diverso.