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Bidet nel deserto

Tutti gli scrittori versati sul fascino dell'esotico prendono in considerazione soltanto il lato poetico e romantico del deserto; nessuno di loro si sofferma mai a pensare alle conseguenze pratiche di campeggiare per nove giorni in un posto completamente privo delle comodità a cui siamo abituati.
Prima di tutto, anche se sono arcinote le proverbiali escursioni termiche tipiche del Sahara, pochi immaginano che all'inizio dell'inverno le temperature notturne possano raggiungere facilmente gli zero gradi, tanto che spesso al mattino le tende sono ricoperte da un sottile strato di ghiaccio. Questo significa indossare praticamente tutti gli abiti uno sull'altro, i guanti, la sciarpa e il cappello, mentre si prepara la cena, mentre si mangia (per terra), mentre si “lavano” le stoviglie con la sabbia e mentre si dorme, seppur nel sacco a pelo invernale. Significa anche congelarsi le parti mediane del corpo quando si devono espletare i propri bisogni fisiologici tra le dune. Naturalmente di lavarsi non se ne parla proprio: le salviettine umidificate bastano e avanzano.
Per cucinare, bisogna portare con sé taniche d'acqua e provviste, che si aggiungono, naturalmente, alle cataste di legna per accendere il fuoco. L'autista più scalmanato, il Gatto — sempre in gara con il suo compagno di avventure (la Volpe) — in una delle sue stravaganti manovre ha perso pezzi dal portapacchi della macchina: la legna per la notte e i sacchi della spazzatura si sono dispersi nella prateria desertica e siamo stati costretti a raccattare pazientemente tutto.
All'ora di pranzo — denominato, come tutti i pasti, "mangiarìa" — i portentosi guidatori ci hanno dato la prima lezione di ecologia: hanno acceso il fuoco e hanno cucinato i "macaroni", contenuti in un sacco di juta da 5 kg. Noi campeggiatori del Sahara, invece, ci siamo perlopiù cibati del contenuto di scatolette di tonno o salmone o, a scelta, di formaggini monodose impacchettati (accompagnati da pane e sabbia), producendo un grosso cumulo di spazzatura non biodegradabile che ci siamo dovuti caricare sul tetto della jeep per tutto il viaggio. L'unica eccezione alla loro monotona dieta è stata la sera in cui gli autisti si sono cucinati quelle succulente bistecchine che per due giorni venivano stese al sole sul cofano ad ogni sosta: si trattava di carne di montone e serviva per solennizzare la festa dell'Eid’ Al-Adha, la più importante festa islamica, che quest'anno inizia il 30 dicembre. Tra l'altro, a causa del lutto nazionale proclamato a seguito dell'esecuzione capitale di Saddam Hussein (effettuata, forse non a caso, all'alba di questa santa giornata), il governo libico ha deciso di annullare tutte le celebrazioni dell'Eid.
In Libia, come in tutti i Paesi severamente islamici, è vietato bere alcolici. Così la sera davanti al fuoco accettiamo i bicchierini di tè, forte e zuccheratissimo, che gli autisti ci offrono. In realtà ogni tanto il capo autista Massud tira fuori anche una preziosissima bottiglietta di plastica che contiene un distillato di datteri probabilmente illegale.
Ma il contributo dei driver non si esaurisce nelle lezioni di ecologia, enogastronomia, clima e guida nella sabbia. Non avendo una lingua in comune, viene naturale il tentativo di comunicare con la musica leggera, ma tentiamo anche discorsi più articolati. Come al solito gli uomini con cui vengo in contatto in un paese più tradizionale del nostro, si stupiscono di quante donne vivano sole in Italia: mi spiegano allora in una torre di babele di linguaggi e gesti come festeggiano il matrimonio in Libia e soprattutto vogliono convincermi a trasferirmi lì, perché la vita costa meno cara. In fondo, italiani e libici si assomigliano: tutti facciamo un gran casino quando parliamo e le nostri voci si sovrappongono con toni concitati.

Racconto di viaggio "ERASE YOUR EGO. Il deserto dell'Acacus"