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Nella vecchia Damasco

Un'intera giornata a bere tè e caffè nella città vecchia di Damasco. La notte non potevo dormire e mi chiedevo «Are you happy?», figurandomi l'espressione di Hisham come se fosse veramente interessato a saperlo tutti i giorni. O come se davvero avesse sentito la mia mancanza nell'anfiteatro di Bosra. Una giornata tra i vicoli e i negozi a fumare sigarette e spiluccare frutta secca, parlando di me e di loro, dei soldi e del lavoro, del matrimonio e dell'amore, di un dio qualunque e di dove abita: i bicchierini accanto alla zuccheriera sul vassoio di ottone decorato, e intorno tappeti e sciarpe, gioielli d'argento e pietre colorate, lampadari di perline e ferro battuto bucherellato, vetri colorati e tovaglie. Regali e inviti a cena per l'italiana chiacchierona con cui ridere fino alle lacrime.
Il primo negoziante del suq ha gli occhi scuri e la pancia, mi offre il tè alle rose e mi regala un portacenere di ottone e un portapenne di legno e madreperla intarsiato. Il secondo ha gli occhi azzurri che si fanno languidi mentre mi consiglia ingombranti specchi e tavolini da backgammon.
Nei paraggi del quartiere ebraico un ex professore di francese, con indosso pantaloni lisi e pochi denti, mi conduce all'interno di un meraviglioso hotel nascosto tra i vicoli e mi costringe a fotografare una per una tutte le opere d'arte di uno scultore locale. Poi mi offre una birra nel cortile umido e scrostato di casa sua e mi parla degli scolari di oggi, così condizionati dai mezzi informatici e poco disposti alla concentrazione. E poi due ore seduta accanto ad Ali Baba, con il quale commentiamo con amabile accuratezza le varie tipologie di turisti che passano e non comprano («International crisis, no money!»).
Sulla Via Recta, che taglia a metà tutta la città vecchia, sono tenuta a bere altro tè insieme al libanese Yousef, che ha vissuto molti anni a Losanna e preferisce parlare francese, anche se riesce persino a comunicare in un dignitoso italiano. Mangiamo carne di cammello alla brace e mi accomiato con una darbuka e una sciarpa di seta fuxia, gialla e celeste. Con Houssam, nel suo negozio di tappeti, ci appassioniamo a confrontare le nostre opposte visioni della vita. «Io non vi capisco voi europei» fa lui. «Vi sposate per amore, fingendo di dimenticare che l'amore finisce!»
Prima di trovarla, vago a lungo alla ricerca della lampada dei miei sogni, da appendere in camera da letto per illuminare le mie mille e una notti, ma le lampade sono arrugginite e impolverate da anni di tè e chiacchiere e contrattazioni e nessuno che pulisce.
Al ristorante nel suq il fumo dei narghilè viene deviato dai ventilatori e si mischia alle lucine in serie, mentre un ipnotico derviscio rotante di un biancore accecante si esibisce sul palco. E al suono delle darbuka e degli oud le ragazze improvvisano una danza del ventre, mentre le loro mamme e sorelle le fotografano col cellulare. Di notte la collina che sovrasta Damasco è interamente ricoperta di lumini da presepe che scendono verso valle.

Racconto di viaggio "LA MIA SECONDA CASA. Settimana santa in Siria"