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Ho voglia di tè

La strada che dal mare si dirige a Thekkady, nei monti Ghati occidentali, è lunga e tortuosa e − poiché abbiamo anche in programma la visita della fabbrica di tè di Vandiperiyar Town − ci concederemo soltanto le soste realmente indispensabili, altrimenti arriveremo tardi al Parco Nazionale di Periyar.
Devo dirvi che comunque, indipendentemente dai chilometri da percorrere e dalle condizioni della strada, nessuno spostamento in minibus dura meno di cinque ore, durante le quali si soffrono, alternativamente o contemporaneamente: caldo, freddo, mal d'auto con conseguenti nausea e vomito, schiacciamento dell'osso sacro, variegati dolori alle ginocchia, gonfiore dei piedi, fame, sete, necessità impellente di una toilette, punture di zanzara, asfissia causata dai gas di scarico. Inoltre, a bordo del pulmino, sono frequenti i casi di nervosismo semplice o, più di rado, di vera e propria isteria con conseguente sfuriata all'autista incolpevole il quale, a seconda dei casi: va troppo piano o troppo forte, si posiziona troppo al centro strada oppure troppo rasente agli altri mezzi di locomozione, non trova l'hotel, dice che sa dov'è ma in effetti non lo sa, si ferma a chiedere e chiede male, sbaglia strada, torna indietro, scuote la testa, sorride e infine dice che ha capito dov'è (anche se non è vero), si ferma a chiedere e chiede bene, nonostante questo non trova l'hotel, quindi si ferma dove non può, ma i vigili gli fischiano, quindi procede e non si ferma dove può, quindi alcuni passeggeri gli intimano di fermarsi ma nel frattempo non può più eccetera eccetera.
Fuori dal finestrino scorrono rapidamente eucalipti altissimi, piante di cardamomo ed alberi della gomma, incisi e trasudanti bianco lattice (legno che piange, lo chiamavano gli indigeni della foresta amazzonica). Man mano che si sale di quota ci inoltriamo nella zona delle piantagioni di tè, lucidi cespugli bassi che ricoprono tutta la superficie collinare disponibile, ordinatamente intervallati da corridoietti di passaggio che suddividono le aree in scaglie.
Giunti a Vandiperiyar scopriamo che la factory, gestita dalla irlandese Connemara, oggi è chiusa (come tutte le domeniche, del resto) e dunque non possiamo assistere alla trasformazione delle piccole foglioline verdi in polvere per infusione. Per rifarci visitiamo uno dei numerosi giardini delle spezie che affollano la zona. La lezioncina di botanica tropicale riscuote poco successo: soltanto poche diligenti massaie sono disposte alla tortura anglo-indiana, mentre gli altri cazzeggiano tra ragni giganti, piante di chiodi di garofano, caffè e cacao.
La sosta al negozio di spezie presente in loco fa sforare definitivamente sulla tabella di marcia e, se a ciò si aggiunge il traffico dell'ora di punta di Thekkady, non ci si deve meravigliare se arriviamo al Wildlife Sanctuary di Periyar troppo tardi sia per la gita in battello sul lago, sia per il trekking nella foresta decidua. A me non dispiace troppo: non avrei voluto fare la fine di quei 35 turisti che il primo ottobre del 2009 sono affogati nel lago (la notizia ANSA recitava: "India: per vedere elefanti rovesciano battello, decine morti"). E anche il trekking nella giungla nella speranza di vedere un fruscio scambiato per una coda di tigre non mi faceva impazzire di gioia. In sintesi ciò che abbiamo visto è stato: un bar a forma di tartaruga, un cartello del parco a forma di culo di elefante, alcuni fastidiosi macachi, un paio di “scoiattoli indiani giganti” e infine molti turisti indiani che ci fotografavano facendo finta di fotografare i loro parenti.
La località registra il tutto esaurito in questi giorni di vacanze natalizie e dunque gli hotel e i ristoranti sono pieni (e questa è una buona notizia per i keralesi, che nel turismo stanno investendo speranze e soldi), ma per lo stesso motivo il parco non riesce a far fronte a tutte le richieste di visite guidate, per cui non c'è posto nemmeno per le escursioni del mattino presto. Dove c'è turismo, oltre ai negozi di spezie e di artigianato indiano, ci sono i centri di massaggio ayurvedico, uno dei plus salutisti della regione. Esso funziona così. Il massaggio base è preceduto da una strofinata alla testa, piuttosto piacevole, che ricevete nudi come vermi e seduti su uno sgabello di plastica. Con i capelli impiastricciati, vi fanno stendere su un lettino scivolosissimo, sul quale sguscerete tutto il tempo: lì mani oleose vi percorreranno il corpo per circa quarantacinque minuti. Al termine, sul viso vi sarà applicata una maschera di bellezza all'arancia o al gelsomino. Volendo, potete degnamente coronare l'esperienza con un bagno di vapore di un quarto d'ora. A seconda dei casi, poi, c'è chi vi dirà di non farvi la doccia minimo per un'ora al fine di non perdere gli effetti benefici (e quindi solamente vi strofinerà via con un asciugamano l'eccesso di unto) e chi invece vi darà asciugamano e campioncino di shampoo e vi condurrà in un bagno nella stanza attigua.
La strada tra Thekkady e Munnar si snoda tra i verdissimi e squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni di tè, i quali si possono attraversare a piedi, evitando possibilmente di essere presi a bastonate dai guardiani. Le aree di sosta sono predisposte in base alla presenza di una cascatella oppure di un panorama a perdita d'occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate, è possibile mangiare ananas sbucciate e bere latte di cocco serviti in baracchini che spuntano sulla strada. Qui folti gruppi di parenti indiani si fermano a mangiare, ma non si pensi al classico panino Camogli, no, questi sono attrezzati con pentoloni enormi e padelle di alluminio e piatti di ceramica e mangiano pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si fotografano molto o riprendono con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno acquista una pannocchia o una borsa, la maggior parte sta in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche, abbigliamento maschile che qui batte dieci a zero la più tipica gonna pareo.
Munnar presenta il solito spettacolo indiano offerto dalla cittadinanza brulicante: dal vigile che dirige il traffico proteggendosi con un ombrello viola, dai signori che prelevano al bancomat e non rispettano la fila, dai venditori di essenze e profumi, dalle donne in sari che aspettano l'autobus, da tutti quelli che trasportano scatole e sacchi, intrecciano corone di fiori, affettano cipolle, scrivono sms, sorridono.
Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggono dall'alto la cittadina, posizionati a corona uno accanto all'altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si può facilmente dedurre che il predominante induismo convive pacificamente con larghissime fette di credenti di fede islamica e cristiana. Il tempio induista è al solito coloratissimo, festoso, ricoperto di altorilievi che rappresentano il pantheon di divinità, tra cui è possibile riconoscere, ad esempio, il panciuto Ganesh (raffigurato con la testa di elefante mono-zanna), il preservatore Visnu (membro della Trimurti, dotato di quattro braccia), il creatore Brahma (barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano).
La Chiesa cristiana è meno allegra e colorata, anche se bisogna dire che, percorrendo le strade dello Stato, è frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai colori pastello o dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L'unica cosa ridente invece, qui sul sagrato, è il presepe, che rende evidenti una serie di contraddizioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui, essendo un'accozzaglia di: neve di ovatta, cammelli di legno, palme di cartone, foto ritagliate di case europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri, e dietro a tutto quanto, a fare da sfondo, da un lato un albero di Natale a grandezza naturale decorato con palloncini e altri pendagli, dall'altra un poster di Babbo Natale gigante e un'enorme fotografia che raffigura imponenti catene montuose innevate.