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Il Grande Presidente e i curdi

A Erzurum ci avevano detto che i curdi continuano a rompere le scatole, ma non ne avrebbero più motivo: ormai da anni hanno gli stessi diritti dei turchi, senza contare che l’ex presidente del consiglio era curdo e che molti sono parlamentari. “E poi non è vero che vogliono uno stato tutto per sé – aveva eccepito qualcuno – anzi, questo è il desiderio delle grandi potenze, che così avrebbero a che fare con un paese molto più debole da cui prendere il petrolio.”
Qui nel Kurdistan la musica è molto diversa: “Io vorrei parlare, vorrei scrivere ma non posso” ci sta dicendo questo agiato ed elegante commerciante. Stiamo bevendo l’ennesimo çay in una delle meravigliose terrazze di Mardin, affacciati sul verdissimo oceano mesopotamico, e ci sta illustrando la composizione etnica e religiosa dei villaggi vicini. “Qui la maggior parte dei voti li prende il Partito democratico dei popoli, che si batte per i diritti della minoranza curda, ma i sindaci di molti comuni adesso sono del partito del Grande Presidente – ci racconta – perché i legittimi vincitori delle elezioni sono stati ritenuti terroristi e rimossi dall’incarico. Anche io faccio parte dell’HDP, ma se lo dico posso passare i guai. Anzi a dire il vero sono già stato in galera per aver protestato, ai tempi in cui studiavo all’università sulla costa occidentale.” Da un paio di anni infatti la campagna del governo contro i curdi si è intensificata, da quando l’HDP, prendendo molti voti alle elezioni, ha superato l’elevata soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento e ha sottratto molti consensi al partito del Grande Presidente. Per ottenere l'approvazione dei nazionalisti la potente propaganda governativa ha preso di mira tutti i curdi, praticamente raggruppati in un unico calderone di “terroristi” e nemici dello Stato: non solo il Pkk e il Tak (i Falchi della libertà del Kurdistan, autori di diversi recenti attentati), ma anche i curdi siriani del PYD-YPG e infine l'HDP stesso. Sono dunque partite indagini non solo contro i parlamentari, i funzionari, i sindaci, ma anche contro i semplici attivisti dell'HDP, accusati di avere rapporti con il PKK. “La Turchia non è una democrazia – sintetizza il nostro nuovo amico – e neanche gli insegnanti possono esprimersi liberamente contro il governo, se no perdono il lavoro”.

Racconto di viaggio "PIDE E TULIPANI.Primavera in Anatolia orientale"