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La Turchia e il Grande Presidente

Giunta alla "otogara" di Erzurum, mi infilo nel taxi con la consapevolezza di recarmi in una delle città più religiose e nazionaliste del paese. A pochi chilometri da qui nacque e mosse i primi passi Fethullah Gülen, il principale ricercato dalla giustizia turca, ritenuto più pericoloso di Bin Laden. Fondatore dell’influente movimento di ispirazione musulmana “Hizmet”, vive da circa vent’anni in esilio negli Stati Uniti: su di lui pesano le accuse di terrorismo nonché di essere la mente del fallito golpe militare del luglio 2016.
Erzurum sorge a un’altitudine di quasi 1800 metri sul livello del mare ed è una località dalle temperature notoriamente rigide, ma per fortuna in questi giorni il meteo prevede un clima assai mite. La scuola coranica dei Minareti Gemelli, l’edificio simbolo di Erzurum, è una delle più antiche università dell’Anatolia, risale infatti all’epoca in cui questa era una ricca città selgiuchide. Nella viuzza accanto, da cui sono ben visibili i tre mausolei duecenteschi dai tetti a cono, appaiono i primi negozietti di souvenir incontrati finora, anche se vuoti. Un negoziante curdo mi prega nervosamente di entrare e solo dopo aver chiuso bene la porta (il suo vicino potrebbe denunciarlo) inizia il suo sfogo antigovernativo in un anglo-tedesco di ardua decifrazione. “Di turisti prima ne venivano tanti, da Francia, Cermania, Italia… ma atesso non più, da quanto abbiamo un tittatore al coverno! (Cvardare tappeti fatti a mano) Non siamo più liberi di esprimere le nostre opinioni e migliaia di giornalisti, avvocati e insegnanti vengono messi in carcere senza alcun motivo. (Comprare sciarpe? Costare poco)”. E in effetti nello stato di emergenza (che tra l’altro è ancora in vigore) seguito al fallito golpe, è partita una campagna di epurazione e condanne serratissima, che ha preso di mira soprattutto i sospetti (soldati, giudici, insegnanti, giornalisti) legati in un modo o nell’altro al leader del FETÖ, l’organizzazione terroristica che secondo il governo turco è guidata da Gülen. Grazie al negoziante curdo è passato il tempo necessario a far illuminare la medresa a festa: sullo sfondo di un cielo così blu e l’ornamento della luna e delle montagne innevate sullo sfondo, questa resterà una delle immagini indimenticabili della Turchia.
Per cena mi reco in questa fantastica antica abitazione in legno, traboccante di splendidi oggetti antichi: un immenso museo pieno di alcove dove cenare spaparanzati sui cuscini come dei pascià, di fronte a straordinari vassoi ottomani. Senza contare che il cibo è squisito e non costa nulla e che nella sala grande è in corso un concerto. L’unico aspetto antipatico di tutti questi meravigliosi ristoranti turchi è che non vengono serviti alcolici, costringendo il visitatore europeo a cercare un bar dove bere una birra fresca come se fosse un luogo di peccato.
Sono in Turchia da pochi giorni e so già che bisogna sempre guardare in alto, e non per forza a livello strada, per scoprire i più interessanti luoghi di aggregazione. Ed eccomi qui, seduta tra gli scaffali di una libreria al secondo piano, a bere il çay insieme ad un gruppo di studenti universitari. Comunicare non è facile visto che l’inglese lo masticano in pochi e l’utilizzo di Google traduttore non sempre facilita le cose. Alcuni di loro provengono da città lontane e sono qui per frequentare alcune delle rinomate facoltà di Erzurum. “Ti sembra che ci sia la dittatura qui? Stiamo parlando di politica da mezz'ora!” “Sì, ma voi non state esprimendo critiche. Ci andresti nel bar più affollato della città a dire ad alta voce il tuo dissenso?” “Certo che ci andrei. Non c’è alcun problema!”. Il grande Presidente qui lo hanno votato tutti e secondo loro sta lavorando molto bene per il suo popolo, nonostante il piccolo problema dei siriani. “Non solo rubano e sono sporchi, ma vengono spesi troppi soldi per loro, senza contare che l’Unione Europea di tutti quelli promessi ne ha dati finora solo la metà”. Per quanto riguarda la presunta opera di islamizzazione dell’attuale governo, sgranano gli occhi dallo stupore: indossare il velo, bere alcolici, convivere prima del matrimonio o vivere in appartamenti per donne sono scelte libere e personali (glielo ha insegnato Ataturk sin dalla più tenera età, d’altra parte).
Sulla strada che mi riporta all'hotel, dai soliti piani alti provengono le note di una chitarra turca. All'ingresso del portone m avvisano che lassù si serve alcol: una parte della cittadinanza potrebbe ritenere una donna sola che beve birra una preda facile con cui flirtare. E infatti, al quarto piano del palazzo, un improbabile dongiovanni munito di Google traduttore prova con scarsi risultati a fare il galante; a quanto pare non tutti gli studenti passano le loro serate a bere il tè nelle librerie.
L’indomani, l’impiegato dell’ufficio del turismo di Erzurum è molto lieto di conoscermi e rendersi utile. “I popoli del Mediterraneo sono simili” afferma con entusiasmo. Prima di tutto, devo sapere che sono giunta in un'importantissima destinazione sciistica e che non posso assolutamente mancare l'impianto del Monte Palandöken. Poi mi racconta con orgoglio che la Federazione per i campionati mondiali invernali, di cui lui modestamente fa parte, sta lavorando per ospitare qui le olimpiadi del 2026. "Il turismo è una delle maggiori fonti di reddito della zona, insieme all'edilizia e al commercio, mentre di industrie quasi non ce ne sono. Certo questo è un periodo di crisi, anche perché dopo il tentato colpo di stato la Lira si è dimezzata..." Negli ultimi tre anni si è verificato un considerevole calo di presenze turistiche con perdite economiche ingentissime, benché a sentire il nostro alacre manager di turisti europei fin qua anche prima non ne venivano tanti; a parte i turchi, infatti, i visitatori provengono soprattutto dalla Polonia, dall'Azerbaijan e dall'Iran. Si meraviglia assai quando gli dico che molti italiani non vengono più in Turchia perché lo considerano un paese non democratico. “Ma che dici! In Iran sì che c’è la dittatura e io avrei paura ad andarci, ma qui non ci sono questi problemi.” E come la mettiamo con Afrin? L’operazione militare Ramoscello d'Ulivo in Siria, dove la Turchia e l'Esercito siriano libero hanno appena preso il controllo della città di Afrin, “era un’operazione necessaria per proteggere il confine ed impedire l’ingresso di terroristi; è stata compiuta cercando di fare meno vittime possibile e comunque il Grande Presidente non ucciderebbe mai nemmeno un bambino, ne sono certo.” L'impiegato dell'ufficio del turismo non è il primo a farmi notare che, per quanto possibile, l’operazione è stata compiuta “con i guanti di gomma”.
Poco dopo sono in un centralissimo bar in stile occidentale, seduta ad uno dei tavoli della luminosa terrazza insieme a un giovane impiegato pubblico dotato di bellissimi baffi. Ha vissuto a lungo in Europa, parla tre lingue oltre il turco, indossa abiti di ottima fattura e sta dicendo che il Grande Presidente non gli piace affatto, che ha votato il CHP (il partito di centro-sinistra) e che la Turchia non è propriamente uno stato democratico. (“D’altra parte, quale stato lo è veramente?”) Sebbene la città sia troppo conservatrice per lui, anche in merito alla supposta islamizzazione conferma quanto dicevano gli studenti, facendosi una grassa risata e invitandomi a guardarmi intorno. Inoltre, nonostante le sue preferenze politiche, deve ammettere che il paese è migliorato negli ultimi anni e anche la mentalità è cambiata; insomma, non è incomprensibile il motivo per cui il Grande Presidente riscuota tutto questo successo. “Considera che ci troviamo in una regione e in un periodo difficile, non solo per le conseguenze del tentato golpe, ma soprattutto per l’emergenza umanitaria. Il nostro governo ha accolto quasi 4 milioni di siriani… in Europa non vi rendete conto di cosa significa! La popolazione turca in linea di massima non è razzista e comunque i campi profughi sono tutti di standard molto elevato.” E in effetti avendo visitato quello di Kilis non posso che confermare. “Il vero problema è che l’Europa ci sta prendendo in giro sulla questione del visto gratuito, che è ciò che preme a tutti noi. Sai che per andare in Europa non solo dobbiamo pagare un visto di 70 euro ma dobbiamo anche recarci personalmente all'ambasciata di Ankara, dimostrando di rispondere a una serie di requisiti relativi al conto in banca e all'assicurazione sanitaria? Sappiamo benissimo che il nostro ingresso nell'Unione Europea è indesiderato. Abbiamo rispettato tutti i parametri richiesti eppure la Bulgaria e la Romania sono entrate e noi no. Secondo te perché? Perché l’occidente ha paura di una Turchia forte e soprattutto perché è musulmana! Ne hanno dette di tutti i colori: che non siamo democratici, che abbiamo la pena di morte (anche se è stata abolita da anni), addirittura tirano fuori la questione del genocidio degli armeni! Senza che nessuno dica che anche gli armeni hanno ucciso un milione di turchi. Se vieni al mio villaggio di origine ti mostro un museo dedicato proprio a questo... Si tratta in parte di un mito alimentato dalla diaspora in combutta con i paesi occidentali. Sotto sotto, il sogno di una grande Armenia non si è mai sopito.”
Come niente si è fatta l’ora di pranzo e dunque saluto il mio nuovo amico (“Grazie del caffè e ‘ojala’, come direbbero in Spagna”) e mi dedico alla facilissima impresa di assaporare la specialità culinaria di Erzurum, il Cag Kebab. I localini turchi hanno fatto definitivamente breccia nel mio cuore con i loro deliziosi arredi e la grazia nel servire, ad esempio, questi succosi pezzi di carne ovina nel sottilissimo pane bianco.

A Erzurum mi avevano detto che i curdi continuano a rompere le scatole, ma non ne avrebbero più motivo: ormai da anni hanno gli stessi diritti dei turchi, senza contare che l’ex presidente del consiglio era curdo e che molti sono parlamentari. “E poi non è vero che vogliono uno stato tutto per sé – aveva eccepito qualcuno – anzi, questo è il desiderio delle grandi potenze, che così avrebbero a che fare con un paese molto più debole da cui prendere il petrolio.”
Qui nel Kurdistan la musica è molto diversa: “Io vorrei parlare, vorrei scrivere ma non posso” mi sta dicendo questo agiato ed elegante commerciante. Stiamo bevendo l’ennesimo çay in una delle meravigliose terrazze di Mardin, affacciati sul verdissimo oceano mesopotamico, e mi sta illustrando la composizione etnica e religiosa dei villaggi vicini. “Qui la maggior parte dei voti li prende il Partito democratico dei popoli, che si batte per i diritti della minoranza curda, ma i sindaci di molti comuni adesso sono del partito del Grande Presidente – mi racconta – perché i legittimi vincitori delle elezioni sono stati ritenuti terroristi e rimossi dall’incarico. Anche io faccio parte dell’HDP, ma se lo dico posso passare i guai. Anzi a dire il vero sono già stato in galera per aver protestato, ai tempi in cui studiavo all’università sulla costa occidentale.” Da un paio di anni infatti la campagna del governo contro i curdi si è intensificata, da quando l’HDP, prendendo molti voti alle elezioni, ha superato l’elevata soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento e ha sottratto molti consensi al partito del Grande Presidente. Per ottenere l'approvazione dei nazionalisti la potente propaganda governativa ha preso di mira tutti i curdi, praticamente raggruppati in un unico calderone di “terroristi” e nemici dello Stato: non solo il Pkk e il Tak (i Falchi della libertà del Kurdistan, autori di diversi recenti attentati), ma anche i curdi siriani del PYD-YPG e infine l'HDP stesso. Sono dunque partite indagini non solo contro i parlamentari, i funzionari, i sindaci, ma anche contro i semplici attivisti dell'HDP, accusati di avere rapporti con il PKK. “La Turchia non è una democrazia – sintetizza il mio interlocutore – e neanche gli insegnanti possono esprimersi liberamente contro il governo, se no perdono il lavoro”.

Racconto di viaggio "PIDE E TULIPANI.Primavera in Anatolia orientale"