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Manado mio

Ho superato in un colpo solo la linea di Wallace e l'Equatore e sono atterrata a Manado, capoluogo del Nord Sulawesi. Quest'isola − nota come Celebes in epoca coloniale − è costituita da quattro penisole che si incontrano in una croce deformata e mi fa pensare ad una giraffa corallina dal collo lunghissimo, o ad un bizzarro animale mitologico al guinzaglio dell'Equatore.
Il volo della Lion Air porta come sempre molto ritardo ed è quasi mezzanotte quando esco dall'aeroporto. Solitamente i turisti che sbarcano a Manado sono dei patiti delle immersioni e nove volte su dieci fanno scalo qui prima di imbarcarsi per il parco nazionale di Bunaken; per questo Mr Fersi, cacciatore di clienti nel reparto Arrivi, rimane un po' spiazzato dalla mia destinazione, ma regge bene il colpo e riesce a piazzarmi nel taxi di un autista appartenente al suo devoto entourage. Giungiamo a destinazione percorrendo una strada buia, orlata di palme sconvolte da un vento formidabile.

La mattina dopo il ristorante del mio brutto albergo è molto animato per la colazione: grandi piatti di risi e bisi transitano dal buffet ai tavoli. È la terza notte che non dormo bene: ai problemi col fuso si è associata la presenza di quelle zoccole delle zanzare.
La Lonely Planet dice che «con la sua sovrabbondanza di insulsi centri commerciali e di enormi buche nei marciapiedi, Manado non è certo uno dei luoghi più attraenti del Sulawesi Nord». Ed effettivamente, mentre cammino, basta un attimo di distrazione per sgrattarmi la tibia in una delle “enormi buche” nel marciapiedi. In uno degli “insulsi” mall, invece, ho dovuto addirittura metterci piede, per comprare un'altra ricarica telefonica, sgomitando nel reparto telefonia.
Dopo aver ricevuto uno dei massaggi più memorabili di tutta la mia vita, il mio stato d'animo ha raggiunto apici di benessere inscalfibile. Mentre cammino verso il porto, un tramonto mozzafiato arrossa l'orizzonte sul mare e l'isola vulcanica di Manado Tua. Scorgo in lontananza un ponte dove regna un'incredibile confusione di auto e di gente a piedi e, mentre mi dirigo in quella direzione, vengo fermata da due diverse compagini familiari sul ponte: tutti vogliono sapere che ci faccio là, chi sono, dove vado, che lavoro faccio e ovviamente vogliono una foto con me. «Ma'am, che è tutto sto casino di gente qua?» «Mister Roberta, siccome che il ponte è nuovo, vengono tutti qui sopra al tramonto a farsi le foto e metterle su Facebook». Mister Roberta. Mi fanno morire questi indonesiani.

Avevo chiesto un taxi alle 5 di mattina. Quando bussano alla porta, l'orologio segna ancora le 3 e mezza e mi rimetto a dormire. All'orario stabilito scendo nella hall e noto che sul tavolo troneggia un bel piatto di risotto indonesiano decorato con uova sode: volevano recapitarmelo in camera di buon'ora perché pensavano che fossi in Ramadan.

Racconto di viaggio "JALAN-JALAN. Per le strade dell'Indonesia"