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I popoli dell'Atakora

Benin gennaio 2016

Arrivavano dal mare e prendevano tutti, uomini, donne, bambini. Poi li portavano giù a Ouidah e da lì si perdevano nel mare. Allora la gente scappò sulle colline e si nascose nella grotta, lassù. Venivano da tutte le parti, parlavano lingue diverse, ma tutti scappavano da quei guerrieri. Vai lassù, vai a vedere. Troverai ancora dei muretti di pietra diroccati. Con quei muretti, con la forza e con la magia, gli uomini delle colline cacciarono gli stranieri verso il mare. Allora la gente uscì dalla grotta e si mise a parlare la stessa lingua, a pregare gli stessi spiriti, a danzare nello stesso modo. È così che è nato il popolo tangba.
(Marco Aime, “Le nuvole dell'Atakora”)

Ci dirigiamo verso meridione e parcheggiamo l'autobus nei pressi di Birni, raggiungendo a piedi un miserrimo villaggio di capanne circolari. Qui ci abitano i Fulani (o Peul), un popolo costituito da milioni di persone disseminate per tutta l'Africa occidentale.
Anche qui, né buongiorno né buonasera che vari obiettivi vengono puntati senza tanti complimenti sulla più bella della famiglia, che tra l'altro è a seno nudo perché sta allattando il suo bambino. Sorprendentemente, oltre ad essere stupenda e dolcissima, sorride in posa da consumata modella prendendo in mano una coppetta piena di limoni verdi e mettendosi addirittura una grossa calebasse sulla testa, garantendo così al turista la foto dei suoi sogni. Non a caso, i Fulani hanno fama di essere molto affascinanti. In realtà le altre donne non mi sembrano così belle, però ci tengono molto al loro look: sono vestite in modo molto colorato, hanno il viso tatuato, indossano braccialetti, collane, orecchini e ornamenti intrecciati ai capelli e hanno i denti bianchissimi. A quanto pare anche gli uomini sono vanitosi e si truccano perfino più delle donne, ma quando siamo arrivati sono tutti via e non posso confermarlo.
Da quanto ho capito, questa gente è di solito dedita all'allevamento e spesso pratica il nomadismo; sono islamici, ma non poligami e possono divorziare quante volte vogliono. Un pupazzetto di Winnie the Pooh buttato nell'angolo della capanna accanto denota che non siamo i primi visitatori. In ogni caso, dopo i classici convenevoli e carezze ai bambini, un gruppetto di loro ci accompagna all'autobus con l'ormai consueto sottofondo cantilenante di yovò bidon yovò cadeau, rimediando un petit savon recentemente rubato in albergo.

Poco più avanti, all'altezza di Copargo, imbocchiamo una stradina dissestata che ci conduce ai cosiddetti villaggi Taneka, dove avremmo fatto la conoscenza con i Tangba, la popolazione studiata dal nume tutelare di ogni gruppo di turisti responsabili in Africa occidentale, l'antropologo Marco Aime. È il terzo e ultimo popolo per oggi, in questo Paese dalla composizione etnica così variegata, e ho le idee parecchio confuse.
Nell'attesa del nostro accompagnatore entriamo nella scuola, in questi giorni chiusa per le vacanze di Natale; per fortuna compare subito un ignaro ragazzino che viene immediatamente sfruttato per rendere più credibili le foto, seduto composto ad uno dei banchi di legno e poi interrogato alla lavagna.

Ci avviamo a piedi verso i villaggi, percorrendo un sentiero ornato dai bellissimi fromager rossi o kapok, con i rami privi di foglie ma carichi di fiori. Come altri popoli dell'Atakora, anche i Tangba si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti presenti in queste colline allo scopo di sfuggire alle razzie di schiavi; poi il miscuglio di popoli di diversa origine ha dato vita a una cultura particolarmente complessa e molto legata alle tradizioni.
I villaggi che visitiamo sorgono nella zona più pianeggiante, vicina ai campi di igname, e sono costituiti da capanne rotonde. Ogni quartiere del villaggio è ancora governato da un re, che si occupa delle relazioni esterne e delle controversie tra gli abitanti. Tinga sawa, il re di Pendolou, dopo averci fatto fare l'anticamera, ci accoglie nella sua capanna di rappresentanza. Indossa una raffinata veste chiara, con sciarpa vezzosa sulla spalla, ventaglio variopinto, cappellino tipo fez e un elaborato scettro di legno in cui sono intagliati un leone, un elefante e delle figure umane. Gli vengono poste diverse domande molto paludate e infine ci concede il privilegio di farci i selfie con lui.

Intanto gli ignami vengono sbucciati e poi cotti nel fuoco, i bambini giocano con i pneumatici, oche e faraone razzolano pacatamente, pentole di alluminio borbottano, pestelli si accaniscono nei mortai, insomma la classica vita dei villaggi. Ci spostiamo dunque nella zona più collinosa dove vivono gli specialisti rituali, detti boro-te, che si occupano delle faccende religiose. Due di loro stanno seduti sulle pietre sotto a un grande albero, completamente nudi tranne una striscia di pelle sui fianchi e un cappello rotondo di rafia. L'immancabile pipa è spenta perché sfortunatamente hanno finito il tabacco, per questo accettano con entusiasmo un po' del nostro ben poco rituale Camel light.
Il sentiero di ritorno lo percorro mano nella mano (sudatissima) di una bambina con le treccine e la maglietta sbrindellata; quando arrivo all'autobus compio l'imperdonabile errore di cedere alle sue insistenze e regalarle una bottiglia di plastica vuota, scatenando un putiferio tra tutti gli altri ragazzini che, anche loro, vogliono il loro preziosissimo bidon.

A fine giornata, in questo hotel di Djougou pretenzioso e moquettato, i divani sono bollenti, in TV politici beninesi parlano alle folle, il wifi va e viene, la preparazione della cena richiede una quantità di tempo che gli yovò non riescono a comprendere. Terminato il classico piatto di pesce tilapia con riso, sorseggio un bicchierino di Saint James e chiacchiero con un vicino di tavolo congolese che vive a Montréal e lavora per l'immigrazione canadese in West Africa; è qui in vacanza ed è ossessionato dal pensiero di essere aggredito e rapinato. Per domani ha preso in affitto un'auto con un driver e mi chiede consigli sugli itinerari più sicuri.

Grandissimo entusiasmo questa mattina per il nostro gruppo di mosche bianche: il re di Djougou, Issifou Kpetoni Koda VI (ben più importante di Tingassawa e anzi in un certo senso suo superiore), ci ha accordato un'udienza.

Lo spettacolo più sconcertante però è avvenuto prima, fuori dalle mura del palazzo reale. Mentre in un anfratto un uomo scuoiava una capra, una donna stava lavando il suo neonato con una sostanza oleosa; a un certo punto l'ha preso in braccio, si è avvicinata a noi e ce lo ha mostrato: il viso e l'addome erano rigati da lunghi tagli rosso vivo ancora aperti. Ci hanno detto che si tratta di una delle nipotine del re; guardando bene, infatti, si capiva che era una bambina: su ogni guancia aveva quattro tagli, come tutte le femmine, mentre ai maschi spettano tre cicatrici soltanto. Anche se agli occidentali sembra una barbarie, secondo l'opinione di molti africani non c'è niente di sbagliato nel sottoporre un bambino appena nato a una scarificazione, anzi, tale pratica serve a prepararlo da subito alla vita, informandolo che non sarà per niente facile. “D'altra parte voi chiedete un parere a un bambino prima di battezzarlo o di vaccinarlo?”

Entrati nel comprensorio del palazzo, ci togliamo le scarpe e, superate delle tombe e delle pantere dipinte sui muri, veniamo introdotti in una specie di terrazzo con le pareti dipinte di azzurro e verde. Una sedia a sdraio, imbottita ma ben poco regale, sarà presto occupata dal re in persona; noi intanto siamo invitati a sederci sulle stuoie. L'autista Rafiu è talmente emozionato che non capisce più niente; appena entra il sire, si inginocchia davanti a lui balbettando.

Kpétoni Koda indossa una sobria palandrana a righe verticali e un cappellino coordinato, l'espressione dietro gli occhiali è seria ma non altera; accanto a lui gli altri dignitari di corte rimangono in piedi. Gli poniamo varie domande in francese e scopriamo quindi che ha numerose mogli e un numero spropositato di figli e nipoti, che si occupa di casi di giustizia di lieve entità mentre per i più gravi si ricorre alla polizia, che i re si succedono nella carica con una rotazione fra tre diverse famiglie, che i problemi più seri della regione sono la disoccupazione e l'analfabetismo, soprattutto femminile (per questo le scuole superiori sono gratuite per le ragazze). Il re inoltre ha l'ultima parola per confermare la nomina dell'imam (l'Islam è la religione praticata dalla famiglia reale e dalla maggioranza degli abitanti), incontra spesso le più alte cariche del Paese, compreso il Presidente, e presenzia alle cerimonie e manifestazioni ufficiali.
Proprio l'altro ieri, ad esempio, ha partecipato qui a Djougou alla ventiduesima edizione della tradizionale festa della Gaani, dove ha incontrato il Presidente del Consiglio del Benin. Tra l'altro l'elicottero che trasportava alcuni pezzi grossi del governo, mentre atterrava allo stadio municipale, si è fracassato al suolo; per fortuna tutti i passeggeri sono rimasti illesi, compreso il primo ministro, il quale appena giunto nel luogo delle celebrazioni ha ringraziato le anime dei suoi antenati per questo miracolo.

Dopo aver lasciato Djougou, costeggiamo il Togo per molti chilometri, percorrendo la strada parallela a quella percorsa al di là del confine, ma nella direzione opposta. L'autista ne approfitta per oltrepassare la frontiera a piedi e andare a trovare la vecchia madre, prima di condurci al feticcio Dankoli di Savalou, uno dei più importanti luoghi di culto vudù del Benin. In questo luogo sacro, collocato proprio a bordo strada, giungono persone da tutto il Paese, o addirittura dall'estero. L'inquietante rituale prevede che si conficchino con un martello dei pioli in un monticello, versandoci sopra dell'olio di palma o sputandoci platealmente qualche superalcolico. Nel frattempo alcuni uomini sono impegnati a lanciare delle monetine urlandosi addosso, un povero pollo viene sgozzato esattamente sotto i miei occhi con un grosso coltello e altri pennuti vengono denudati da donne e bambini. Il risultato finale di questi riti consiste in nauseabondi ammassi di tronchi d'albero ricoperti di grasso, alcol, sangue e piume, che emanano un fetore putrido.
Mentre torno abbastanza schifata verso l'autobus, mi informano che le persone presenti chiedevano la guarigione per uno di loro, e che se i desideri si dovessero realizzare essi sono obbligati a tornare per un altro sacrificio rituale. L'ultimo tratto di strada verso Abomey è pieno zeppo di banchetti che vendono farina di manioca in buste di plastica trasparenti, ma è anche il momento di provare gli irresistibili grissini alle arachidi, piccanti.

Racconto di viaggio "PICCOLI ANTROPOLOGI CRESCONO. VIAGGIO ON THE ROAD IN TOGO E BENIN" (dicembre 2015 - gennaio 2016) 

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