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COLPO DI FULMINE CON IL VICINO ORIENTE (Sharm El Sheik, Egitto)

Quest'autunno ho conosciuto Benny a una festa; giunti al terzo bicchiere di vino abbiamo deciso di andare insieme a Capoverde. Pochi giorni dopo, alla brigata si è aggiunta Rosanna. Poi, abbiamo rinunciato a Capoverde perché costava troppo. Infine siamo arrivati oltre tempo massimo per un viaggio organizzato in Thailandia. Quindi, praticamente, Sharm El Sheik è stata un ripiego.
Mi ero sempre rifiutata di soggiornare in un posto così finto e turistico e non ero particolarmente entusiasta quando sono salita sull'aereo, in un giorno di quasi Natale. E invece, sono tornata a casa in preda al magone.

Insomma, il mio colpo di fulmine con il Vicino Oriente ha avuto come scenario, insospettabilmente, quel postaccio di Sharm el Sheik, un'isola felice che comprende chilometri di mastodontiche strutture turistiche, moschee futuristiche, bar beduini con tappeti, cuscini e narghilè, palme vere tutte in fila e palme di plastica con le luci elettriche, negozi di papiri e centri commerciali pacchiani.

Una strabiliante commedia umana

A parte i pochi abitanti originari di Sharm vecchia — uomini coi baffi perennemente seduti sulle sedie di legno a guardare la tv, fumare il narghilè e bere il tè —, la maggior parte delle persone che risiedono in questa località è costituita dai lavoratori immigrati: egiziani anch'essi, dagli occhi incantatori, con le mogli al Cairo o ad Alessandria e la testa confusa dalle turiste mezze nude. Non c'è bisogno di pagare il biglietto per assistere alla loro strabiliante commedia umana.

La prima sceneggiata egiziana è avvenuta quando abbiamo preso accordi per la famigerata "motorata nel deserto" con un giovane traffichino venditore di souvenir, scatenando l'incazzatura del ragazzo che ce l'aveva proposta precedentemente. Si è presentato poi un ossessivo tatuatore che cerca in tutti i modi di insidiarmi: mi fa dei regali, si vanta delle innumerevoli avventure erotiche intercorse con turiste russe superbellissime, è sempre tra i piedi o al telefono della camera; quando ho perso la pazienza definitivamente, mandandolo a quel paese senza più tanti complimenti, ha fatto una scena madre davanti a tutti pretendendo indietro i suoi regali.

Da allora ho capito che se si commette l'errore di dare un po' di confidenza a negozianti, tatuatori, autisti, massaggiatori, guide turistiche, in un fiat ci si trova al centro di una gabbia di matti, aizzati uno contro l'altro, nervosi e platealmente offesi, e che nessuno dice la verità, bensì tutti parlano male degli altri per biechi motivi di interesse: vendere un CD o procurare un servizio turistico. La sera nel taxi coi peluche spelacchiati e le coperte di finta pelliccia — sobbalzando nelle strade larghe e illuminate, con i fari spenti — speriamo di essere riportati a letto senza incidenti da un tassista improvvisato che mentre guida ci mostra per forza le foto della fidanzata, mentre noi gli ordiniamo di guardare avanti e di non girarsi per parlare con noi e di non zigzagare a vanvera. E mai sia fai un minimo accenno a una madre o a un sorella del personaggio di turno: manca poco che ti sfidi a duello.

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La penisola del Sinai

Però, sotto quel brutto baraccone di cartapesta, la PENISOLA DEL SINAI è una meraviglia di terra che si colora di rosso all'alba e al tramonto, di incantevole deserto roccioso sotto il cielo blu, di mare pieno di coralli e pesci colorati. Questa regione triangolare, che tecnicamente fa parte dell'Asia, ha una storia affascinante, poiché è la terra dove i faraoni trovarono l'oro, è il punto di incontro delle tre religioni monoteiste, è la strada per la Terra Promessa; sul Monte Sinai, secondo l'Antico Testamento, Mosè ricevette i dieci comandamenti.

Già durante l'atterraggio ho inquadrato nell'oblò un immenso deserto marrone con isolati rettangoli di luci. All'aeroporto abbiamo dovuto fare una fila di tre ore per farci vistare il passaporto da un tipo molto nervoso, tra centinaia di persone, senza nemmeno poter comprare una bottiglia di acqua. Ormai sono le 6 quando arriviamo in hotel, tanto vale guardare l'alba che arrossa l'ISOLA DI TIRAN, dietro cui sorge il primo sole egiziano. Poche ore dopo siamo già alle prese con il primo pollo al cumino e il primo tè alla menta della settimana.

In attesa di un lieve rialzo delle temperature, ci ambientiamo nella piscina coperta e poi passeggiamo nella terrificante NAAMA BAY. Per fortuna le condizioni climatiche volgono presto al meglio e già dal giorno dopo si presentano le condizioni (non scontate a fine dicembre) adatte per fare snorkeling lungo la barriera corallina. Qui nella SHARK BAY, i coralli e i pesci sono molto vicini e lo spettacolo può tenere impegnati per diverse ore al giorno. 

È stata gradevole anche l'escursione in veliero che ci ha condotti al parco RAS MOHAMMED. In quest'occasione facciamo sosta su una minuscola isoletta paradisiaca da sfondo del desktop, dove l'acqua trasparente col passare dei minuti sale a vista d'occhio fino a che l'isola non viene prodigiosamente inghiottita dal mare.

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Il terzo giorno sono caduta innamorata del deserto, nella fattispecie quello del Sinai, con le sue montagne dorate dal tramonto. Raggiungiamo una rimessa affollata di vecchie moto a 4 ruote, scorrazziamo nella sabbia che impasta i capelli e le ciglia, tra dromedari e tende beduine, lanciamo urla nella valle dell'eco, beviamo tè beduino e tutto ciò è molto più entusiasmante e beduino visto che sto allacciata all'egiziano padrone del mezzo, che raggiunge alte velocità e solleva più polvere di tutti.

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Al Cairo tra sogno e realtà

Il deserto ho continuato a corteggiarlo quando siamo andati al CAIRO, in una Mercedes con autista belloccio che, a sua volta, corteggia me. Partiamo alle 3 di notte dopo un fantozziano veglione della vigilia di Natale (festoni, composizioni di frutta e dervisci rotanti): il buio man mano diventa alba e lo scenario appare lunare. Con la musica arabic in sottofondo, sorrido al mio nuovo innamorato, e intanto lui sgranocchia pistacchi, passiamo i checkpoint e ogni tanto ci fermiamo a bere tè caldo.

È ormai giorno fatto da un pezzo quando appare in lontananza un'enorme nuvola grigia, sotto la quale si cela la capitale. Quando ci si innamora (e non si è chiuso occhio una notte intera) si perde la lucidità, ed è per questo che questa giornata assume i contorni fantasmatici di un sogno: le PIRAMIDI DI GIZA e la SFINGE circondate da dromedari, asini, carri trainati da cavalli, auto antiquate e costose macchinone clacsonanti, intelaiature che spuntano dalle case prive del piano di sopra, grattacieli altissimi, io in un battello con le vetrate affacciate sul Nilo che fumo il narghilè insieme a un misterioso signore con i baffi grigi, una grossa ecchimosi sulla fronte di una solerte guida del MUSEO EGIZIO, una proposta di matrimonio dentro una chiesa cattolica, un autista scomparso e atteso per ore. E poi di nuovo deserto, buio, stelle, tè, pistacchi e musica araba.

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