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  • Categoria: Etiopia

Le Dolomiti impazzite

Debark e i monti Simien

E le attuali condizioni di questo paese sono come visibili nell'astratta quiete della natura, nell'immoto riposo degli abitanti, negli aspetti usuali della vita di questi pastori, addossati ai tronchi dei sicomori, degli eucalipti, delle euforbie, come i Greci d'oggi alle colonne dei loro templi in rovina.
(Curzio Malaparte, "Le Dolomiti d'Etiopia", 1939)

Per raggiungere Debark, la base del parco dei monti Simien, impieghiamo una mezza mattinata di bus. Le immagini più ambite sono quelle del continuo movimento ai margini della strada: asini carichi di sacchi, uomini carichi di paglia, donne cariche di taniche d'acqua. Un vero peccato la pervasiva presenza dei poco esotici eucalipti che banalizza alquanto il quadretto.

Giunti a destinazione, riscontriamo che la via principale è in preda ai lavori in corso stradali, che qui come altrove sembrerebbero gestiti dai cinesi. Gli scavi ai lati della carreggiata sollevano molta polvere, i più fotografati dai gruppi (fermi in attesa che il proprio tour leader compri i biglietti) sono i bimbi di pochi anni al lavoro.

Per la visita al parco è d'obbligo essere accompagnati da scout in tenuta mimetica armati di kalashnikov e da una guida, che nel nostro caso è un ragazzo esile ed elegante come un uccello. La strada si inerpica in un trionfo campestre color paglia da macchiaioli, poco fotografabile a causa dei sobbalzi dell'autobus. Il prospettato trekking si àncora di fronte alle centinaia di babbuini gelada che si spulciano e alle decine di bambini dei villaggi che vendono poggia-pentola e cappelli realizzati con paglia e fili colorati (nella foto con i bimbi ho lo stesso sorriso regale di Angelina Jolie quando va in Africa per missioni umanitarie). Il paesaggio, ornato da erica, timo selvatico e cespugli di rosa abyssinica, è nondimeno grandioso. Quando sembra finalmente giunto il momento di camminare, scatta la pausa pranzo sul ciglio della scarpata (grossi avvoltoi planano dalle montagne).

«Mother father dead», si presentano i ragazzini fuori dall'hotel. Poi tirano fuori il quaderno di scuola. Dicono, sbattendo le ciglia: «Hai visto come sono bravo. La mia materia preferita è: Inglese». Dicono: «Dammi la penna». Tu non la hai. «Dammi i soldi». Fai la gnorri. «Allora dammi la maglietta».

Il pomeriggio a Debark il sole cala velocemente e le temperature scendono con altrettanta rapidità: cala sui lavori in corso, sui venditori di gomme da masticare e fazzoletti di carta, sulle case di lamiera e su quelle di mattoni, sui cavalli e sugli asini, sui peperoncini stesi ad asciugare, sulle macchine da cucire a pedale, sulle caffettiere; cala su tutti i camminatori che cominciano a rinsaccarsi in coperte e grandi scialli bianchi. Cala anche sulla scuola elementare, sulla prima A con la porta verde scrostata, sui banchi scassati che ospitano cinquanta-sessanta bambini al giorno, sulla lavagna piena di crepe, sul preside sorridente che ci mostra le strutture. Cala sul forcone e sull'orzo, cala sui contadini che mangiano l'injera seduti sulla paglia. Cala su di me che assaggio un boccone della loro cena.

Durante la notte gelida, mentre giunge l'eco di incessanti e monotoni canti rituali, cancello almeno duecento inutili foto di babbuini.

Racconto di viaggio "AFRICA IN POLVERE. ESPLORANDO L'ETIOPIA DEL NORD" (dicembre 2012 - gennaio 2013)