home17.jpg
  • Categoria: Etiopia

Il Regno di Aksum

Gli Abissinesi, non potendosi spiegare con quali mezzi siansi potuti innalzare pezzi così grandi e pesanti, ne attribuiscono il merito al diavolo che voleva costruire una gran torre per dare la scalata al cielo. Il nostro bravo Zaccaria, che fra i suoi è certo il più istrutto, non può credere a questo lavoro diabolico, ma non sa neppur immaginare che vi abbiano riuscito uomini come lui, e pretende che a quei tempi si sapesse sciogliere poi rimpastare il granito, e con questo sistema si costruissero gli obelischi a pezzo a pezzo. L'ingenuità è per lo meno ingegnosa.
(Pippo Vigoni, “Abissinia. Giornale di un viaggio” - 1881)
Il Tigrai soltanto sembra insensibile a questo miracolo. [...] Ha sentito penetrargli nel fianco la punta aguzza del piccone italiano che, implacabile e monotono, lo martella dall'alba al tramonto, ma non se ne fa. Pensa che i picconi si smussano, che i muscoli s'afflosciano, che i nervi si logorano. Forse pensa che noi non si potrà nulla contro questa granitica maestà.
(Indro Montanelli, "XX Battaglione Eritreo", 1936)

Grande orgoglio di patria oggi: percorriamo la Strada degli italiani, scavata faticosamente nella montagna etiope dai nostri eroici antenati ai tempi dell'Africa Orientale Italiana. Il tragitto costeggia inizialmente le suggestive silhouette dei Simien, poi scende in picchiata per più di 1500 metri fino a raggiungere la valle del Tacazzè (che non è una parolaccia, ma un fiume) correndo parallela ai campi profughi eritrei (nel frattempo siamo entrati nella regione di confine del Tigrai).

Il bello di questa strada è che è interamente sterrata, priva di qualsiasi tipo di protezione e punteggiata da lavori in corso (a un certo punto la strada non c'è più: una montagna di terra ci sbarra la strada, prontamente liberata da una ruspa gialla). La temperatura frizzantina dei Simien diviene via via sempre più elevata man mano che si scende, fino a diventare afosa sulle rive del fiume: non a caso cominciano ad apparire i baobab su uno sfondo sempre più bianco di polvere e desolazione.

L'Africa scorre dietro i vetri. Se apriamo i finestrini, entrano chili di polvere. Se li teniamo chiusi, la polvere entra lo stesso e non serve a niente legarsi una sciarpa intorno alla faccia o addirittura mettersi una maschera sugli occhi: la polvere ricopre tutto. Apriamo un po' per farla uscire. Quando arriviamo a Shire, lo sterrato è terminato, i polmoni sono intasati, gli ammortizzatori irrimediabilmente compromessi.

Aksum fu la capitale di un vasto e potente impero che nacque già prima di Cristo e durò probabilmente un millennio, ma è conosciuta in Italia soprattutto per la stele che Mussolini fece portare a Roma nel 1937 e che è rimasta davanti al palazzo della F.A.O. fino al 2005. Oggi − dopo averne rincollato i pezzi − essa è stata rimessa in piedi e campeggia insieme alle sue compagne nel Parco delle stele. Ognuno degli obelischi (tranne quello che è caduto circa 1600 anni fa e giace in pezzi esattamente nello stesso posto) dovrebbe indicare che sottoterra ci sono delle tombe. In realtà, i soldi scarseggiano, le scelte vengono demandate all'Unesco e le visite dei ladri sono state frequenti, pertanto la percentuale di scavi effettuata è ridottissima e il sito archeologico è quasi totalmente virtuale.

Il mistero avvolge quasi tutto: per esempio, ci si chiede come sono stati realizzati e poi spostati questi monoliti di granito di dimensioni tanto impressionanti. Se teniamo fede agli etiopi, dobbiamo prendere atto che i blocchi di pietra siano stati condotti qui e innalzati direttamente dalle forze celesti dell'Arca dell'Alleanza, o forse da dio in persona (al massimo aiutato da alcuni elefanti).

Nella lunga passeggiata fino all'hotel Africa, veniamo avvicinati dai ragazzini e bambini di Aksum. «Salam». Salam. «Come ti chiami Quanti anni hai Di dove sei Che lavoro fai Quando sei arrivato Quando te ne vai». Rispondiamo diligentemente a tutte le domande. Una femmina annuncia: «Non ho la divisa per la scuola». Un maschio adolescente chiosa: «Education is the future of our country» (aggiunge altre frasi da anziano pedagogo). «Comunque la mia amica non ha la divisa per la scuola». OK. «Vai domani mattina in direzione e paga 350 Birr per la divisa». Comincio a pensare che se trovano uno che gli dà 15 euro ogni tanto, anche i bambini poveri impareranno a considerare la scuola una gran rottura di palle come i bambini ricchi.

Ad Aksum si possono visitare i bagni e i resti del palazzo della Regina di Saba, una figura biblica che gli etiopi chiamano Makeda. La cosa incredibile non è solo che questa donna probabilmente non è mai esistita, ma soprattutto che, secondo gli archeologi, i ruderi risalgono a circa un millennio e mezzo dopo la morte della presunta regina.

Bisogna sapere che la regina di Saba è una figura centrale nella storia del Paese, perché dal rapporto occasionale che ebbe con Salomone (biblico re d'Israele del decimo secolo a. C.) nacque Menelik I, capostipite della dinastia imperiale (sorvoliamo sul fatto che questa incauta avventura di una notte sia avvenuta a migliaia di chilometri dall'Etiopia). In questo modo non solo si stabilisce una parentela tra Menelik e la madre di Gesù (entrambi discendono dal Re Davide), ma si spiega anche come mai la mitica Arca dell'Alleanza si trovi proprio in Etiopia. Questa cassa di legno rivestita d'oro che contiene le Tavole della Legge (ossia i veri e propri dieci comandamenti scritti da dio in persona e dati a Mosè sul monte Sinai) secondo gli etiopi fu regalata da Salomone a suo figlio Menelik, che la portò in Etiopia. Fu proprio Gesù a promettere l'arca a sua madre, all'epoca della loro gita in Etiopia, anche se nessuno è in grado di spiegare come mai questa promessa fu fatta circa un migliaio di anni dopo il regno di Salomone.

Nonostante queste lievissime incongruenze, tutti sono fermamente convinti che tale sacro tabernacolo si trovi oggi ad Aksum, nella chiesa di Maryam Sion; a guardia perenne viene scelto un monaco che non può mai abbandonare la chiesa, se non alla sua morte. Al momento del decesso, viene nominato un fortunato successore, il cui nome (e credo volto) appare in sogno non ho capito se al sacerdote in carica o a qualcuno più in alto (forse a dio in persona). Ovviamente l'arca, quando nelle occasioni speciali viene condotta in processione per tutta la città, è coperta da un provvidenziale telo che impedisce ai fedeli di vederla.

Ciò che più mi ha deliziato ad Aksum è stato il mercato, un condensato di tutti i cliché esotici possibili: i sacchetti colorati pieni di spezie per terra, il sarto che lavora con la sua vetusta macchina da cucire a mobiletto, le bilance di mille anni fa, il cammello che sbadiglia, i cumuli di patate, cipolle, trecce d'aglio, canne da zucchero, pomodori, le taniche gialle, gli asini, i turbanti, gli ombrelli, i fazzoletti, gli scialli, i sacchi, il caos, la folla, i colori.

Non abbiamo molto tempo per rielaborare le informazioni perché dobbiamo ripartire: il viaggio indietro nel tempo deve proseguire (non a caso siamo nella culla dell'umanità). È allora inevitabile la sosta a Yeha, che sembra un grido di giubilo, ma in realtà è il luogo dove è ancora in piedi il più antico edificio in terra d'Etiopia, risalente tipo al 700 a. C. e realizzato in stile sabeo (lo stesso degli edifici di Marib, nel vicino Yemen). Il tempio oggi è interamente ingabbiato da impalcature in ferro prodotte da un'impresa italiana, dunque poco fotogenico. Il villaggio e le attrazioni storiche si trovano in una valle circondata da bellissime montagne, tra cui quella a forma di leone.

Nel museo il monaco ci mostra le reliquie: libri che risalgono minimo a quattro secoli fa, se non addirittura più di otto. Il dubbio che se fossero realmente del 1200 sarebbero quanto meno sbriciolati viene a molti, ma facciamo finta di niente (vi ricordo che stiamo parlando dello stesso popolo che crede che Menelik I sia figlio di una regina inesistente e di un re − strettamente imparentato con la Madonna − che viveva a migliaia di chilometri di distanza dall'Etiopia).

Racconto di viaggio "AFRICA IN POLVERE. ESPLORANDO L'ETIOPIA DEL NORD" (dicembre 2012 - gennaio 2013)