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  • Categoria: Etiopia

I pittoreschi monaci etiopi

L'Abissinia poi è il paese delle fiabe, e dove non si può mai sapere nulla di vero. Credo assolutamente che la verità vi sia ignota o proibita.
Qualunque cosa domandate al primo che vi capita fra piedi, mai questi vi risponderà: non so o dubito, ma sempre con tutta fermezza, e quello che non sa, inventa.
La mancanza di interesse a quanto si passa nella vita e l'ignoranza di qualunque strumento od osservazione che possa dar idea di misura e di tempo, fanno poi che i giudizii sono differentissimi e impossibile vi riesce avere informazioni, non precise, ma tali almeno da raccapezzarne qualche cosa. Domandate, per esempio, la distanza di un villaggio dove volete andare; chi ve la dirà di poche ore, chi di parecchie giornate, e tutta gente che ha percorso quel cammino o che abita quei dintorni. Ne abbiamo fatta esperienza nel nostro viaggio, che non una sola volta ci è riuscito di farci un giusto criterio di quello che si doveva fare l'indomani, o della durata di un dato tragitto.
(Pippo Vigoni, “Abissinia. Giornale di un viaggio” - 1881)

Il monastero di Debre Damo è costruito sopra ad una amba (una montagna dalla cima piatta) ed è riservato ai soli maschi; e quando parlo di maschi, mi riferisco anche agli animali − non sia mai che i monaci che ci vivono possano cadere in tentazione. Per salire bisogna imbracarsi con una pelle di capra legata a una corda robusta, issata da un monaco addetto all'accoglienza: questo è l'unico modo per scalare la parete. Se qualcuno si chiede come fece il fondatore del monastero − un predicatore del V secolo − a salirci per la prima volta, c'è una risposta come al solito logica e credibile: fu aiutato da un serpente mandato da Dio in persona. Per fortuna anche senza scalare si può godere la magnificenza della vallata: le montagne piatte sullo sfondo, le grandiose euforbie disseminate qua e là, il tutto dorato dalla luce pomeridiana.

Per andare alla scoperta delle chiese del Tigrai ci addentriamo in uno scenario da far west. La prima tappa ci porta nel gruppo del Gheralta, di cui fanno parte le infrattatissime chiesette di Mariam Korkor e Daniel Korkor. Per raggiungerle bisogna affrontare un trekking lungo e abbastanza faticoso, ripagato da uno scenario tra i più belli dell'Etiopia. La salita è organizzata perfettamente da un nutrito gruppo di guide molto attente e sempre presenti nei momenti di maggiore difficoltà, che alla fine dell'incarico si guadagnano una lauta mancia più un prezioso regalino personale da parte dei trekker meno abili.

La chiesa successiva si chiama Abraha Atsbeha ed è molto più agevole da raggiungere: il bus può parcheggiare a pochi passi dall'ingresso. Qui però si presenta un altro ostacolo: il monaco ha perso le chiavi e solo dopo una infruttuosa ricerca si convince a tagliare il lucchetto con un taglierino. La chiesa è interamente scavata nella montagna e al suo interno si possono ammirare affreschi vecchi di alcuni secoli. Su uno dei muri inoltre ci sono delle fessure dalle quali ogni 4 di ottobre sgorga dell'acqua miracolosa: ne bastano poche gocce per rendere immediatamente gravide le donne che da anni non riescono ad avere figli (la guida può testimoniare direttamente perché è successo a una sua amica).

Per raggiungere la chiesa di Chirkos siamo accompagnati da un plotone di bambini che, sussurrandoci le dolci parole YouFaranji e Fuck you e mostrandoci la linguaccia, con grande ospitalità ci accompagnano all'ingresso. La chiesa è costituita da un unico pezzo di arenaria, unito alla montagna solo per uno dei quattro lati. Dentro, per quanto si può capire nell'assenza di luce, sia gli affreschi sia il monaco sembrano piuttosto decrepiti, ma riescono a comunicare ancora qualcosa (lui per esempio biascica qualche parola di italiano). Quando usciamo abbiamo la sorpresa di poter assistere a una messa, fatto piuttosto inusuale visto che di norma le funzioni hanno luogo all'alba.

Ora vorrei spendere qualche parola a proposito di queste chiese del Tigrai. Prima di tutto l'ingresso ad ogni chiesa costa circa sei euro e già questo vuol dire che un gruppo di 15 persone gli lascia a occhio e croce più di un terzo del PIL pro capite annuale dell'Etiopia. In merito ai monaci etiopi poi, quello che ho trovato poco ortodosso è stato l'eccesso di zelo nella richiesta della mancia, il fatto che se ne stessero interi quarti d'ora a contare e ricontare le banconote puzzolenti che gli avevi dato, e soprattutto la reazione poco cristiana se non gli davi niente, come ad esempio a Debre Damos che ti fanno lo scherzetto di non reggerti più tanto bene l'imbracatura e farti scivolare a terra.

Mentre bevo una birra Amber al bar dell'hotel, considero che questi monaci sono tutti personaggi pittoreschi oltre ogni dire che avrebbero fatto la gioia di Delacroix, con i loro visi pieni di rughe, le barbe, i turbanti e gli abiti dai colori vivaci tutti pieghe rilucenti al sole tropicale; però, quando cerco di fotografarli, loro si mettono apposta nel posto più buio della chiesa.

Racconto di viaggio "AFRICA IN POLVERE. ESPLORANDO L'ETIOPIA DEL NORD" (dicembre 2012 - gennaio 2013)