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  • Categoria: Etiopia

ADDIS ABEBA è un'injera

La città, se città può dirsi questo grande gruppo di borgate di paglia, è disseminata sopra una superficie irregolare che a percorrerla da levante ad occidente e da settentrione a mezzogiorno, sono cinque buoni chilometri di cammino.
(Lincoln De Castro, "La terra dei Negus, pagine raccolte in Abissinia", 1915)

In mancanza di posti sul volo diretto Lalibela-Addis Abeba, dobbiamo salire su un piccolo aereo che farà scalo prima ad Aksum e poi a Gondar. Osservando dall'alto l'altopiano faticosamente attraversato via terra, possiamo effettuare un ripasso di quanto studiato finora: scarpate, cucuzzoli, colline, valli, massicci, campi terrazzati, terra rossa e gialla, spruzzi di verde, villaggi, capanne, lamiere argentate, covoni di fieno, muretti, strade, tralicci, eucalipti, acacie e sicomori, letti di fiume asciutti, il Tacazzè, campi verdi, il lago Tana.

L'injera è il piatto base della cucina etiope. Si tratta di una specie di piadina morbida, verdastra e di consistenza spugnosa, preparata con la farina di tef, il cereale più piccolo del mondo (infatti il suo nome vuole dire "facile da perdere"). Questo cereale è molto resistente alla siccità, privo di glutine e dona all'injera il suo inconfondibile gusto acidulo. In un paese povero di tutto come l'Etiopia l'injera è un'idea geniale: sostituisce infatti il piatto, le posate e volendo si può usare come strofinaccio o tovagliolo (o addirittura come scialle). Solitamente infatti il companatico (pezzetti di carne al sugo o pappette di legumi, non di rado piccantissimi) viene versato sopra a questo disco verdastro e viene poi mangiato con pezzi della stessa usati come presine.

Il nostro beniamino Stuart (l'autore della Lonely Planet sull'Etiopia del Nord) paragona Addis Abeba ad una injera, per lo stesso motivo, suppongo, per cui paragonerebbe Napoli a una pizza: nessuno. Lui si sforza inutilmente di spiegare la metafora elencando le variegate offerte della caotica capitale mentre, per quanto mi riguarda, il tempo a disposizione è stato troppo limitato perché potessi farmi un'idea qualunque della città. Al museo etnografico, ad esempio, non ci sono andata: già tutto l'altopiano settentrionale mi era sembrato un immenso museo (e pure se teche e bacheche non c'erano, in un certo senso a me è sembrato che ci fossero).

In ogni caso ho visto: bambini che sniffano la colla sotto al monumento comunista, dipinti a tema politico-storico sui soffitti dell'altare della cattedrale della Santissima Trinità, un taxi dagli interni interamente ricoperti di peluche rosso fuoco, un incredibile numero di venditori di carte geografiche dell'Etiopia e dell'Africa in inglese, degradate baraccopoli a pochi passi dal centro cittadino, una cassiera del supermercato che si è dimenticata di non aver dato il resto, un quartiere che si chiama Piazza, numerosi caffè dotati di sedie schierate lungo il marciapiede, souvenir che a casa si sono sbriciolati, l'hotel più antico della città oggi usato anche come hotel a ore.
In un accogliente bar abbiamo bevuto una birra e condiviso l'injera con dei ragazzi del posto. Per tutto il tempo mi sono aspettata che alla fine ci avrebbero chiesto qualcosa (la forza dell'abitudine), ma non ci hanno chiesto niente, se non di spedirgli via e-mail le foto che ci siamo scattati insieme.

Alle 4 e mezza di notte, un attimo prima di addormentarmi sull'aereo, mi è venuto in mente quel ragazzo che − durante una sosta lungo la Strada degli italiani − mi ha puntato il telefonino sul viso e ha scattato foto a ripetizione per cinque minuti. Ciao ragazzo sorridente, che probabilmente conosci la mia faccia a memoria, ti dedico questo reportage. L'incontro con te un po' mi consola di tutti gli altri incontri mancati.

Racconto di viaggio "AFRICA IN POLVERE. ESPLORANDO L'ETIOPIA DEL NORD" (dicembre 2012 - gennaio 2013)