home36.jpg
  • Categoria: Gambia

ONE DAY IN THE GAMBIA

Paese ficcato dentro il Senegal come un tumore.
(Dave Eggers)

Per tornare a Dakar dalla Casamance anche a noi tocca attraversare il Gambia, tagliato per tutta la sua lunghezza dal fiume omonimo. Il tragitto più breve per raggiungere Toubacouta passa per Banjul Barra, collegate da un traghetto che percorre l'estremità della foce del fiume: sulla carta si tratta di 4 ore di strada, nella realtà è un’intera giornata trascorsa in perfetto african style.

Intanto ancora prima di giungere al posto di frontiera di Sereti siamo sottoposti ai frequenti controlli ai posti di blocco; poi bisogna uscire da un paese, entrare nell'altro e pagare il visto anche se si è soltanto di passaggio. Appena si passa il confine improvvisamente nessuno più parla una parola di francese perché la lingua ufficiale qui è l’inglese. Finalmente posso imbastire tutte quelle scherzose conversazioni che in Senegal mi erano precluse: forse è per questo che ho trovato i gambiani davvero spassosissimi, a cominciare dal cambiavalute ricciolino con cui mi sono intrattenuta per tutto il tempo in cui ho atteso il timbro sul passaporto. Dai finestrini dell’autobus scorrono le solite file e file di negozi con insegne disegnate a mano, e intorno polvere, terra, magliette colorate, piedi nelle ciabatte di gomma.

Banjul la fila di camion che si apprestano a salire sul traghetto non promette niente di buono. Salire a piedi è una procedura abbastanza rapida, nonostante la fiumana multicolore dal sapore biblico che affolla il ferry boat, e in un tempo umano siamo a Barra. Il pulmino invece riuscirà a raggiungerci circa 6 ore dopo, visto che proprio oggi è in corso una manifestazione dei supporter dell’ex presidente Jammeh, i quali non solo hanno intasato la strada per Banjul ma hanno anche monopolizzato i traghetti successivi al nostro. Sui loro vivaci abiti di tessuto stampato campeggia la faccia di uno dei più crudeli dittatori della storia recente.

Yahya Jammeh ha governato il Gambia dal 1994 al 2017 in modo a dir poco autoritario: gli arresti, le torture e altre violazioni dei diritti umani erano il suo passatempo preferito, la Banca Centrale del Gambia e la National Petroleum Corporation erano praticamente i suoi bancomat personali, gli omosessuali gli erano così simpatici che ogni tanto minacciava di tagliare loro la gola e in quanto al problema dell’AIDS, sosteneva di essere in grado di curare i malati a mani nude. Insomma non è un caso se questo è tra i 10 paesi di origine più comuni dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo verso l’Europa. Per fortuna nel gennaio 2017, due mesi dopo aver perso le elezioni, è stato costretto a rinunciare al potere e ad andare in esilio. Adesso si dedica all'agricoltura in Guinea Equatoriale, una dittatura ancora peggiore della sua, da dove finché il presidente non aderisce alla Corte penale internazionale è difficile che venga estradato.

Non c'è da meravigliarsi se i membri dell'APRC (il partito un tempo guidato da Jammeh) ci tengono così tanto a far tornare il loro idolo al potere: ai vecchi tempi godevano di uno status invidiabile e guadagnavano benefici che il resto dei poveri gambiani si sognavano. Tra l'altro giusto un paio di giorni dopo il nostro passaggio, in una tappa successiva del loro tour nel paese, questi scalmanati di verde vestiti si sono scontrati con i sostenitori del Partito democratico che fa capo all'attuale presidente Adama Barrow.

A due passi dall'imbarcadero c’è un cartello scolorito su cui è disegnato a mano il simbolo dell’UNESCO accanto alla scritta “Fort Bullen”. Inizialmente ho pensato si trattasse della boutade di qualche buontempone, ma poi ho capito che la fortezza fa davvero parte del patrimonio “Kunta Kinteh Island and related sites”, che testimonia le varie fasi dei rapporti tra africani ed europei dal XV al XIX secolo. Il forte Bullen (come il dirimpettaio The Six-Gun Battery, situato sull'altro lato della foce del fiume Gambia) fu costruito nell’Ottocento con l'intento specifico di ostacolare il commercio degli schiavi, che nell'Impero britannico era da poco diventato illegale. Sono le uniche strutture difensive conosciute nella regione nate specificamente per questo motivo; le altre fortificazioni infatti (compresa l'isola Kunta Kinteh) servivano per migliorare e controllare il commercio di schiavi e merci e non per fermarlo. Grazie a queste due posizioni militari, gli inglesi presero il pieno controllo del fiume Gambia, aprendo quindi la strada alla creazione di un governo coloniale. 

A parte la breve parentesi storico-culturale, le tante ore trascorse nei paraggi del terminal di Barra non sono state affatto noiose. Considerando che il flusso turistico è sensibilmente calato negli ultimi anni, un gruppo di bianchi rappresenta una ghiotta occasione per qualunque gambiano un po’ scaltro per estorcere denaro o numeri di telefono in vista di un eventuale ingresso in Europa. Anche le proposte di matrimonio fioccano una dopo l’altra, con la clausola che, pur non essendo l’unica, la moglie europea sarà trattata come una regina. Naturalmente non tutti sono così venali o in vena di romanticismo, la maggior parte delle persone incontrate in quelle ore vuole semplicemente chiacchierare. 
Infine, il terminal dei traghetti è una passerella affascinante di gente multicolor carica di fagotti, tra i quali ogni tanto non è difficile riconoscere qualche pacchiana comitiva bianco-verde dei supporter di Jammeh, sfrontati nei loro canti e balli.

Racconto di viaggio "CUGINI PER SCHERZO. MACINANDO CHILOMETRI TRA SENEGAL E GAMBIA" (dicembre 2017 - gennaio 2018)

Tagged under: Africa occidentale,