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  • Categoria: Madagascar

Le specie endemiche degli altipiani malgasci

Vedendo che Clerici guardava il planisfero, Adriano disse che solo sulle mappe l'isola appariva vicina all'Africa poiché dal suo punto di vista l'isola era in tutto e per tutto un piccolo continente a sé stante. «Qui» disse «non siamo in Africa, non siamo in Asia e non siamo da nessun'altra parte».
(Enrico Brizzi, "Razorama")

Nella patria della biodiversità bisogna obbligatoriamente visitare riserve e parchi naturali per poter ammirare quel che di protetto resta in un Paese dove il disboscamento è la pratica comune, dove cioè è abitudine consolidata bruciare foreste per ricavare nuovi terreni da coltivare o su cui far pascolare le bestie (così tutto scorre, la terra verso i laghi, che sono rossi come ciotole di sugo, e verso i fiumi, simili a colate laviche annacquate). A questo fine si procede da Tanà a Tuleàr percorrendo la Route Nationale n° 7, una delle tre strade asfaltate di tutta l'isola. E non ci si immagini un'autostrada, poiché non è altro che una doppia corsia in alcuni tratti talmente stretta che due grossi camion quasi si sfiorano, anche se tutto questo gran traffico a dire il vero non ci sta, poiché la benzina costa un euro al litro e lo stipendio medio mensile di un malgascio non supera i 25 euro.

Lasciata la capitale, la strada si snoda tra mattoni d'argilla impilati a seccare e vestiti stesi sull'erba ad asciugare dopo essere stati strofinati vigorosamente in canali e pozze d'acqua. Nel mese di luglio, finita la raccolta del riso, si può incappare in una delle cerimonie più rivoltanti delle popolazioni che abitano qui sugli altipiani centrali: la riesumazione dei cadaveri, o Famadihana. Più del matrimonio, più del funerale, è questa la festa più importante per un'etnia che considera i morti entità da ingraziarsi in quanto tramite tra i viventi e Dio. Così uno o due anni dopo la morte riaprono il sudario, scarnificano e puliscono eventualmente le ossa, le coccolano e ci parlano come se fossero ancora attaccate a un corpo vivo, spesso gli fanno fare un giretto per informarli sulle novità, e poi le mettono in un lamba nuovo e le seppelliscono di nuovo. Intanto festeggiano anche per una settimana — avendoci i soldi, visto che è consuetudine offrire carne a volontà e rum, ballare e divertirsi. Ed è ciò che stanno facendo questi uomini, donne e soprattutto bambini e ragazzini nello spiazzo davanti a questa casa al lato della strada, dove ci invitano a ballare e ci mostrano la stanza al piano terra, che è piena di nauseabondi pezzi di carne pronti per essere cucinati, felici perché domani andranno a vedere come stanno messe le ossa dei loro cari.

Per la notte ci fermiamo ad Antsirabe, dove si produce la birra Three horses e si lavorano le pietre preziose, in un orrendo hotel gestito da cinesi, dotato di labirintici corridoi che conducono alle stanze site in un agglomerato che comprende un night e un casinò. A causa delle sue acque termali la città è considerata la Vichy malgascia (adesso in verità un po' in decadenza) ed è la capitale dei pousse-pousse, come qui chiamano i coloratissimi risciò condotti da atletici uomini scalzi.

AL MERCATO DI AMBOSITRA

La strada si snoda tra risaie terrazzate in cui si specchiano le nuvole bianche e gonfie che sembra di stare in Indonesia, e passa per Ambositra, dove c'è il mercato. I malgasci e le malgasce ci vanno a piedi e, in base a dove abitano, si fanno anche 15 o 20 chilometri con in testa sacchi di riso, ceste, secchi, borse colorate pesanti di pomodori, insalata, verdura, frutta, legna, stoppie o involti misteriosi in buste di plastica sovrapposti, com'è loro costume. Anche qui sfilate di risciò colorati sui quali gli sfaccendati conducenti schiacciano un pisolino riparati dal sole sotto enormi poinsezie, che poi non sono altro che le stelle di Natale, ma di dimensioni paurose.

Luca, dodicenne che ha imparato l'italiano nella vicina missione, accompagna i turisti alla scoperta di questa città specializzata nell'artigianato del legno. Ci mostra dove fanno il rodeo degli zebù e il resto e poi vuole che gli compriamo il pallone e vorrebbe anche le scarpe per quando tornerà a scuola a settembre, che ha solo questo paio di infradito rovinate (e comunque è già fortunato perché la maggior parte della gente qua le scarpe non le tiene proprio). A dire il vero Luca è solo il nom de plume del giovanotto, che in realtà risponde al nome di Andriamampiomina Ando Nirina Louis, anzi non so se fa in tempo a rispondere o se nel frattempo è già scappato via, e non so nemmeno se esistono cartoline abbastanza grandi affinché qualcuno possa scrivergli davvero, come lui pretenderebbe. Ci sono anche due cinema, in uno danno "Terminator" con Arnold Schwarze, come è scritto sulla lavagna col gesso bianco, e poi c'è un film di karate. Che poi non è che sono cinema, sono baracche di legno e da fuori si sente l'audio dei film e tutti si accalcano sulla porta dietro la tendina.

Fabio è un italiano che gestisce un atelier di tessuti specializzato nella lavorazione di una raffinata seta selvatica ottenuta dai bachi della tapìa, un albero con il tronco spesso e robusto simile a quello dell'ulivo. Poiché questo legno non prende fuoco facilmente, quella di tapìa è una delle pochissime foreste originarie ancora esistenti in questo paese con la fissa degli incendi. Fabio organizza eventi e festival musicali e insomma si dà da fare per portare un po' di sviluppo: «Sai, nelle zone più povere degli altipiani esiste ancora il fenomeno del brigantaggio, anche perché rubare gli zebù è molto cool, fai il tuo bel figurone con le donne.»

MI PIACE SE TI MUOVI
E se muovete la coda siate sempre intriganti!
(Re Julian, "Madagascar")

Il Parco Nazionale di Ranomafana è una foresta pluviale di circa 40mila ettari, intricata e pelosa, dove regna la solidarietà tra le varie specie che vivono in simbiosi o in rapporti di parassitaggio. Ci sono enormi orchidee e bambù giganteschi, piante medicinali e carnivore, felci ataviche e palme ravenala che si aprono a ventaglio — soprannominate palme del viaggiatore perché ripiene d'acqua con cui, teoricamente, il viandante assetato può abbeverarsi. C'è una cascata e pietre viscide o ponticelli di fortuna per attraversare i piccoli corsi d’acqua che vanno a gettarsi nelle acque spumeggianti del fiume Namorona, ma soprattutto questo è il regno di diverse specie di lemuri, queste buffe proscimmie che si possono vedere soltanto in Madagascar e che noi avremo modo di scorgere qui, se avremo pazienza.

Al calar delle tenebre è possibile avvistare il fossa, l'unico predatore dell'isola, una specie di zibetto che fa capolino nella radura ed è la star indiscussa fino all'apparire del microcebus rufus, un lemure piccolissimo ghiotto di banane. Il mitico aye-aye dal dito medio sproporzionato è invece impossibile vederlo e tanto vale mettersi l'anima in pace.

Di giorno invece si intravedono  tra i rami i sifaka della specie edwardsi (lemuri orsacchiosi che dormono abbracciati), l'apalemure dorato (una rarissima specie crepuscolare che mangia il bambù) e i lemuri a naso largo (che hanno il collare perché sono studiati da due ricercatori che stanno là con dei giubbotti arancioni e taccuini da ricercatore). Dentro un tronco, staziona incorniciato da un buco il lepilemur microdon, che è praticamente quel pupazzo Furby ed è buffissimo e dolcissimo con il suo unico dentone; non a caso nel film d'animazione "Madagascar" lo fanno scoppiare a piangere come un bambino piccolo quando, sfuggito ai fossa che se lo vogliono mangiare in insalata, si trova faccia a faccia con il leone Alex, che è un animale che loro sull'isola non conoscono affatto e ci credo che possa far paura.

A Fianàr, il secondo centro del Paese per estensione, la temperatura è scesa di brutto e gli abitanti Betsileo camminano scalzi, ma ben avvolti in queste pesanti coperte a scacchi. L'hotel qui è così orrendo che soppianta quello di Antsirabe: è una mastodontica costruzione a pagoda con ideogrammi e dragoni e una piscina col fondale dipinto a fiori orientali stilizzati. La sua architettura kitsch ha colpito molto anche lo scrittore ex giovane Enrico Brizzi che lo cita nel suo romanzo "Razorama", anche se gli cambia nome chiamandolo non so perché Sebastopòl invece di Soafia che è il nome vero.

MISSIONE COMPIUTA

Lungo le strade una teoria infinita di bancarelle dove vendono minuscole piramidi di quattro pomodori, otto patate, una manciata di noccioline, sette arance, dieci verzine microscopiche, cinque patate dolci, che  scorrono davanti al finestrino mentre l'autista cerca di condurci alla missione di Padre Maurice, che purtroppo adesso è andato a Tanà per una commissione, ma possiamo comunque parlare con i suoi collaboratori. In effetti questa missione non riusciamo a trovarla, nonostante la consulenza (non richiesta, a dirla tutta) di un forte bevitore endemico del luogo che insiste per salire sull'autobus.

Davanti al Villaggio "Ambalakilonga", una comunità gestita dalla fondazione Exodus, un abruzzese ex-tossico simpatico monta su al posto dell'alcolista logorroico e ci porta all'orfanotrofio gestito dalle suore nazarene di Torino. Ci spupazziamo questi dolcissimi meravigliosi cicciobelli negri, che sono per la maggior parte figli di ragazze madri morte di parto, o provenienti da famiglie troppo povere o numerose o problematiche per mantenerli. Sono fin troppo bravi considerando il fatto che, se a noi da bambini ci terrorizzavano con la storia dell'uomo nero che arriva e ci mangia, per simmetria il loro arcinemico dovrebbe essere l'uomo bianco (e questo non so se abbia, e fino a che punto, implicazioni anticolonialiste).

Il momento commozione e pelle d'oca si svolge in questi termini: Donatella scopre che la suora che ha avuto in cura pochi giorni prima, nell'ospedale di Cuneo dove lavora, è amica intima della suora che è lì ad accudire i pupi e le può così comunicare che l'operazione è andata a buon fine, senza che costei debba aspettare un mese per la risposta epistolare. La suora può approfittare di Donatella per consegnare direttamente a mano la lettera che era già pronta ed imbustata per la suora amica degente in quell'ospedale di Cuneo. La vita è fatta di coincidenze incredibili.

La madre superiora ci spiega che questi bambini e ragazzini vanno tutti a scuola, così hanno la possibilità di svolgere un lavoro dignitoso e avere un futuro migliore, e ciò può essere realizzato grazie alle donazioni e ai finanziamenti. Allora facciamo una colletta e in quel momento arriva un sedicente collaboratore dell'ineffabile padre Maurice.

ALTRE SPECIE ENDEMICHE

Ad Ambalavao il mercoledì è il giorno del mercato settimanale degli zebù, le cui mandrie affollano le strade e la terra rossa punteggiata da vigneti, à côté. Si fanno una lunga lunga strada queste bestie dalle corna a mezzaluna e una volta arrivate devono subire l'umiliazione di passare sotto l'apposita commissione di valutazione prima di essere venduti.

In questo spiazzo immenso di terra battuta, centinaia di bambini cenciosi ci si fanno incontro: come in tutti i miseri villaggi e le bidonville sovraffollate della Terra indossano ex vestiti ridotti a brandelli e resi indistinguibili dalla polvere e dalla sporcizia di mesi e anni. Guardando bene si possono riconoscere vestaglie, accappatoi, camicie da uomo taglia XL, vestitini rosa a balze da prima comunione, abiti da fatina o da ballerina di tulle color pesca, cappottini di peluche viola con cappellino coordinato munito di finti capelli biondi incollati, magliette con personaggio di cartoni giapponese dagli occhi enormi (e dentro l'iride una stellina), t-shirt rosse con imitazione di Goldrake, maglioni di lana col panda bianco e nero disegnato a tricot, magliette nere con John Cena, pigiami rosa di flanella, felpe con il cappuccio decorate da scritte americane, divise da calciatore, calzoncini traforati di buchi, orli sfrangiati, bottoni persi o pendenti. È estate, autunno, inverno e primavera contemporaneamente. Spesso due bambini sono legati da un lamba e si fa molta fatica a distinguere il portatore dal portato, visto che hanno quasi la stessa età e stazza. E tutti questi incontri sotto il sole abbagliante avvengono con il sottofondo di un salmodiare continuo e monotono di bonjourvasà-bonbonvasà-styloperl'ecole-argentvasà.

Nei pressi del mercato una suora francescana italiana che opera sul territorio ci ragguaglia in merito ai problemi più seri del luogo, che sono la prostituzione delle ragazzine e l'alcolismo. Stanno attendendo che la scuola in costruzione ad Ambalavao sia pronta, mentre a Tanà hanno più strutture e hanno già salvato diverse donne e bambini.

Inoltre si può visitare il vicino laboratorio di carta degli Antemoro, l'etnia che abita nella regione costiera a fianco, fatta a mano e decorata con petali di fiori freschi. Qui si può osservare gratuitamente come avviene il processo di lavorazione, non dissimile da quello dei loro colleghi fabrianesi, a patto che poi si entri a fare acquisti nell'annesso negozio.

Nei paraggi, infine, si trova la Riserva di Anja, dove i lemuri catta – i più sympa, quelli con la lunga coda a strisce bianche e nere – passeggiano felpati e vicinissimi, con la loro mascherina nera e gli occhi gialli e ci manca poco che si facciano accarezzare. Il tutto in uno scenario naturale di incomparabile bellezza, tra farfalle e camaleonti.

I PARCHI NAZIONALI MALGASCI
«I francesi se ne sono andati e non ci hanno lasciato niente, non ci hanno insegnato niente, né a amministrare né a cucinare né a preservare i cibi né la profilassi venereologica né la scuola, niente, figuriamoci se ci lasciavano la ricetta della produzione dei formaggi. Il formaggio c'è, se lo vuole, ma tutto d'importazione. Francese. Carissimo, roba per i ricchissimi.»
«Scusa, ma io che sono?»

(Aldo Busi, "La camicia di Hanta")

Per raggiungere il Parco Nazionale di Andringitra è necessario farsi sbatacchiare per un'ora dentro un camion che avanza dentro ad un anfiteatro naturale di meravigliose montagne nude: è tutto giallo di graminacee e rosso di terra che emerge dalle cicatrici, e in alto il blu compatto del cielo terso e intenso che la sera regalerà una stellata indimenticabile.

Il Camp Catta è costituito da case tradizionali restaurate ed appartiene ad una ONG marsigliese che si preoccupa di sostenere la vita nei villaggi sparsi nella vallata. Poiché il massiccio comprende alcune delle vette più imponenti del Paese, c'è anche chi ci viene per arrampicare – e ci giungono a piedi, con la tenda e lo zaino in spalla, come questi due ragazzi svizzeri.

I meno sportivi possono compiere lunghe passeggiate e visitare i villaggi: in questa vallata abitano in case fatte di argilla e paglia circa 6000 persone che appartengono sia alla tribù dei Bara sia a quella dei Betsileo. Le due etnie convivono pacificamente per merito della divisione dei compiti: i Bara allevano gli zebù mentre i Betsileo sono coltivatori, e i rispettivi prodotti se li scambiano l'uno con l'altro. Gli unici screzi nascono quando un Bara vende uno zebù a un Betsileo e poi glielo ruba (per fare il figo, come abbiamo visto). Le case dei Bara sono a due piani: sopra vivono i genitori, sotto i figli, anche se sposati, e quando muoiono la casa viene distrutta e se ne costruisce un'altra. Sfoggiando con orgoglio una chiostra di denti di metallo, le donne ci mostrano l'interno delle loro abitazioni: al piano terra in bella mostra le foto elettorali del presidente Marc Ravalomanana, sbarazzino con la giacca sulla spalla.

Nella vallata c'è un dispensario dove le donne vanno a partorire o portano i bambini con la polmonite o la bilharziosi. Accanto all'ospedale figura uno spazioso edificio che ospita i parenti più robusti, le cui braccia sono fondamentali per trasportare fin qui il malato. Il problema è che queste popolazioni continuano a curarsi con le piante, ricorrendo ai consigli degli influentissimi guaritori, e dunque quando arrivano in ospedale spesso è l'ultima spiaggia e non c'è più niente da fare. Come il dispensario, anche la scuola è sorta grazie all'iniziativa della ONG francese, che fornisce anche i libri.

A quanto pare fino al 1975 i libri scolastici in Madagascar erano scritti in francese e contenevano tutte le informazioni per raggiungere Lione da Parigi ma non per andare da Tulear a Tanà. Praticamente iniziavano con la frase "i nostri antenati, i Galli", come se il fatto di essere stati un protettorato francese per qualche decina di anni avesse trasferito fisicamente il Paese nei paraggi dell'Île-de-France. Dopo quell'anno c'è stata una specie di rivoluzione culturale, infatti era il periodo in cui un cambio di regime aveva avvicinato il Madagascar all'area socialista, che ha reintrodotto la lingua e cultura malgascia nelle scuole, ma anche qui si sono dati la zappa sui piedi in quanto all'università si continuava a parlare in francese e dunque quelli che vi accedevano non ci capivano un'acca. Nel 1993 dunque si è tornati ai libri in lingua francese, ci si immagina purgati dal riferimento agli eroici Galli.

Al ritorno sulla via asfaltata, il paesaggio diventa una sconfinata savana fino a Ranohira, che praticamente non è altro che la base per raggiungere il Parco dell'Isalo e oltre a qualche albergo e negozietto che vende sigarette sfuse e maccheroni a peso non vi è. Il Parco è costituito dall'immensa prateria gialla stile Far West dell'altopiano dell'Horombe e da massicci di arenaria scolpiti dagli agenti atmosferici e nel pomeriggio sembra il Sahara, con le rocce che si scuriscono e le graminacee che da lontano assomigliano a dune di sabbia.

Nel canyon dei Maki si cammina a testa in su per spiare i sifaka che mangiano o saltellano sui rami, e poi si striscia lungo un torrente fin dentro alla gola, cercando di scansare le specie endemiche come la palma piuma, l'aloe dell'Isalo e il pachypodium, che è una specie di baobab nano chiamato anche piede di elefante. Intraprendendo un percorso di 3 km tra licheni multicolori e suggestive conformazioni rocciose si raggiunge una splendida piscina naturale circondata di felci e pandani dove bisogna per forza fare il bagno con cascata a idromassaggio.

In chiusura di giornata il tramonto bisogna guardarlo in un posto fatto apposta per guardare i tramonti che si chiama "finestra dell'Isalo", perché è una roccia affacciata sull'Occidente che ha un buco quadrato in mezzo.

Vicino al profilo della regina in pietra, c'è il Relais de la Reine, un hotel per miliardari con tanto di piscina alimentata da un ruscello, pista per elicotteri, centro d'equitazione, campi da tennis e trionfi di buganvillee. Quattro giorni dopo il mio soggiorno purtroppo è stato semidistrutto da un incendio scoppiato dal camino della cucina e rapidissimamente propagatosi e quindi probabilmente nessun altro ormai ci può andare più, e a saperlo prima mi sarei trafugata i candelieri, i portaincensi e anche quelle belle foto in bianco e nero che erano appese tra i mobili in legno nei cottage costruiti in pietra locale. Purtroppo non c'è molto tempo per godersi questo posto di lusso: la mattina alle 5 già si parte per arrivare a Tuleàr in tempo per il traghetto che ci aspetta là-bas.

Racconto di viaggio "MADAGASCAR: UN'OMELETTE NELL'OCEANO INDIANO" (luglio 2007)