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  • Categoria: Madagascar

Una meta esclusiva

Tolagnaro o Fort Dauphin

Tolagnaro (Fort Dauphin in francese) si potrebbe arrivare via terra, ma le condizioni stradali sconsigliano l'impresa e praticamente tutti ci vanno in aereo, quindi è una meta ancora più esclusiva delle altre, se possibile. Ciò è ben noto agli abitanti del luogo che, di fronte al rifiuto di acquistare un pareo o una collana, spiegano pazientemente al turista che è impossibile che egli non abbia soldi in quanto è giunto lì in aereo e quindi è ricco.
Per le strade, oltre a venerande Renault e Citroen adibite a tassì, sfreccia un incredibile numero di SUV e 4x4 costosissimi, che appartengono alle ONG e ai canadesi, alle prese con un progetto di sfruttamento dei minerali.

In questo complesso di bungalow più o meno confortevoli (immersi nella vegetazione e nel solito zoo di mosche, zanzare, galli e altre non meglio identificate ma rumorose bestie) è un'impresa avere asciugamani che non sappiano di pesce, papier toilette in quantità sufficiente a gestire la famosa diarrea del viaggiatore, un fabbro che aggiusti la serratura dopo che un pezzo di chiave è rimasto dentro. E comunque il Madagascar ha proprio un problema in fatto di serrature, perché la chiave va girata al contrario e spesso servono trucchetti noti solo agli indigeni per aprire una porta. Qui tra i bungalow, tra l'altro, se cercate aiuto trovate sempre e solo il monotematico venditore di vaniglia, notoriamente incapace di alcun conforto.

I malgasci effettivamente necessitano ancora di qualche miglioria da apportare all'erogazione del servizio. Due sono i punti di debolezza: i tempi e la rigidità. In merito ai tempi, non dico nulla di nuovo: il tempo non esiste, siamo in Africa, basta organizzarsi prenotando la cena due ore prima. In merito alla assoluta mancanza di flessibilità, è tutto molto più divertente: se per esempio siete seduti in 4 al tavolino di un bar e chiedete solo 2 sandwich, il personale assume espressioni sconvolte, se cambiate idea in merito ad una ordinazione vi rispondono che ormai hanno scritto cocacola non possono poi portare aranciata, fargli capire che se si è in 6 persone si può dormire in 2 stanze da 3 o in 3 da 2 è un'impresa al di sopra delle possibilità.

Nella regione sud-orientale il clima è decisamente più umido e infatti ha piovuto per tre giorni. Ma adesso basta: il sole bacia la Riserva privata di Nahampoana, un grande giardino botanico situato a 7 km dalla città. Gli amici lemuri Catta, i sifaka di Verreaux e gli apalemuri dorati sono tutti lieti di fare la conoscenza dei visitatori, le tartarughe radiate invece continuano a fare la solita tranquilla vita di sempre. La vegetazione è un trionfo tropicale di palme, didieracee, euforbie, eucalipti, baobab, sisal, canfora, ciliegi, chiodi di garofano; ci si può addentrare in una piscina naturale e percorrere in piroga un corso d'acqua tra mangrovie e orecchie d'elefante, e sfogliare addirittura l'albero della carta igienica.

A conti fatti, rinunciare alla visita della riserva di Andohela è stata invece una scelta saggia, perché richiedeva in totale cinque ore di tragitto su pista. E poi se si hanno problemi intestinali lì è un casino perché un sacco di posti nella foresta sono fady (ossia tabù) e dunque se si fa la cacca nel posto sbagliato si rischia che tutti gli antenati in massa, oppure qualche animale leggendario tipo il gatto con sette fegati, ci infilino qualcosa di orrendo proprio in quel posto.

EVATRA

Un'ora di motoscafo tra mangrovie e orecchie d'elefante, pandani e palme ravenala, montagne e capanne che si specchiano nell'acqua immobile, e si raggiunge Evatra, un villaggio di pescatori Antanosy situato a sud-est di Tolagnaro, dove il lago e l'Oceano Indiano si incontrano. Qui c'è un campo dove si può dormire in semplici capanne senza acqua né luce e mangiare alcuni ottimi manicaretti malgasci a base di pesce, zebù, cocco, papaya, yucca. Sulle condizioni igieniche è meglio glissare, ma comunque per fortuna avevo fatto l'antiepatite.

Per andare ad ammirare le baie e spiaggette circostanti bisogna attraversare il villaggio: circa 1500 persone abitano in casette di legno circondate da gigantesche palme da cocco in uno scenario da mozzare il fiato ed è davvero ironico realizzare che i villaggi turistici li copiano da posti meravigliosi come questo. Qui è tutto un insieme di maiali, galline e nidiate di pulcini dietro alla mamma, e cani e gatti che gironzolano tra i bambini che hanno pance gonfie e solo una maglietta sdrucita. Nei banchetti vendono piramidine di arachidi e tra di loro, sedute, le donne e le bambine si fanno le treccine a vicenda. Dalle baracche proviene il fumo di un fuocherello e da alcune anche il suono della radio; qualcuno è tornato dal mare e vende dei pesci enormi. Le donne fanno il bucato e i bambini a gruppetti ci seguono in tutto il tragitto tra zebù e piante grasse fino al punto panoramico che sembra l'Irlanda per il verde squillante e le onde che schiumano con forza sugli scogli.

Dal campo si può effettuare una spedizione a piedi verso l'incontaminata Penisola di Lokaro, tra banani, pervinche, piante carnivore ed erbe medicinali. Oppure si può raggiungere un barcone abbandonato, in uno scenario sturm und drang metallico di nuvole che avrebbe affascinato il pittore Caspar David Friedrich: onde lunghe, il cielo nebbioso, la marea che sale e individui che trasportano fascine di legna, attrezzi arrugginiti, ceste gemelle attaccate a un bastone in bilico sulla spalla. E meno male che all'ultimo un sesto senso mi ha suggerito di non andarci in canoa, perché l'imbarcazione di una coppia di turisti si è capovolta e i due poverini hanno dovuto asciugare al sole passaporti e soldi e purtroppo le inutilizzabili apparecchiature elettroniche. «E la barca tornò sola... mare crudele mare crudele», cantava quello.

Racconto di viaggio "MADAGASCAR: UN'OMELETTE NELL'OCEANO INDIANO" (luglio 2007)