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  • Categoria: Madagascar

Alcuni validi motivi per trasferirsi ai Tropici

Nel paradiso di Nosy Be

Se si osserva con attenzione una mappa dettagliata dell'Africa ci si accorge che questo continente è tutto circondato da isole. (..) Queste isole e le loro propaggini sono talmente numerose da suggerire l'idea che in Africa il lavoro della creazione sia stato lasciato a metà e che il continente che oggi vediamo sia solo una parte dell'Africa emersa dagli oceani, mentre il resto è rimasto sul fondo; e che le isole siano appunto le cime sporgenti dall'acqua di questo resto sommerso. 
(Ryszard Kapuscinski, "Ebano")

All'aeroporto di Nosy Be, l'isola grande situata a nord ovest, decine di tassisti sudati e isterici scagnozzi degli albergatori accolgono i passeggeri appena sbarcati. Siccome nell'isola c'è un villaggio turistico all inclusive, si sarebbe portati a credere che qui ci si possa facilmente imborghesire, cominciando a partecipare a balli di gruppo e giochi aperitivo in spiaggia.

Le cose tuttavia non stanno propriamente così, in quanto il villaggio turistico si trova in una penisola minuscola situata all'estremità nord-occidentale dell'isola ed è praticamente blindato. Inoltre nell'isola c'è una sola via asfaltata e la corrente elettrica è quasi del tutto assente. Infine il tenore di vita degli abitanti è misero proprio come nella Grande Isola, con l'aggravante che a Nosy Be l'agricoltura è pochissimo praticata, anzi da alcuni viene considerata un'attività da terroni. Non solo, l'equivoco che qui ci siano possibilità di lavoro inganna anche i poveri immigrati da Tuleàr, che vengono qui (alcuni con zebù al seguito) e non sanno che lo zuccherificio è fallito due anni fa e che i turisti ci sono praticamente solo nel mese di agosto e alla maggior parte di loro interessa soltanto fare sesso a costi irrisori con le malgasce.

Una delle possibilità opzionabili qui è cercarsi una barca che non cada a pezzi e organizzare una gita di 4 o 5 giorni nelle meravigliose isole sparse nell'incontaminato mare cristallino che circonda Nosy Be, dormendo nella barca stessa o accampandosi in tenda. Per fare ciò bisogna andare al porto, chiacchierare con i vari capitani e filibustieri locali, annusare i movimenti di merci, dare un'occhiata alle imbarcazioni, scoraggiarsi qualche quarto d'ora e infine trovare quella che fa al caso proprio.

L'alternativa è prendere una stanza in un hotel di una località balneare situata sulla costa occidentale (più si va verso nord più salgono i prezzi) ed esplorare in giornata le meraviglie nascoste nel mare circostante. Nel frattempo si può (strade permettendo) visitare l'interno dell'isola che è occupato dalla foresta tropicale, da coltivazioni di ylang ylang (gestite tutte dagli indiani) e canna da zucchero e da piante spontanee di pepe, vetiver, cannella, caffè. A sud-est inoltre vi è la Riserva di Lokobe, che presenta un piccolo riassunto della flora e della fauna malgascia, e al centro il Monte Passot, alto appena 315 metri ma chiamato dai locali "la grande montagna", circondato da laghetti vulcanici.

Ambatoloaka è un piccolo villaggio finto ma pittoresco affollato di hotel, ristoranti e negozietti il più delle volte squallidi (si affretta a sottolineare l'eticissima guida Routard), che sorge a fianco del villaggio vero e proprio che si chiama Dar-Es-Salaam. I gestori sono per la maggior parte francesi e italiani che qui hanno trovato il loro paradiso, anche se probabilmente si aspettavano un maggior afflusso turistico.

Il grosso di queste attività sorge a ridosso della spiaggia che è più o meno bella col variare delle maree: in alcuni momenti è una lunga porzione di sabbia bianca con mare pulitissimo punteggiato da catamarani e motoscafi, in altri l'acqua è distante e poco profonda e sabbia e mare sono pieni di alghe, ogni tanto infine la spiaggia è completamente sommersa dalle onde dell'alta marea.

Proseguendo verso nord la spiaggia assume il nome di Madirokely e gli hotel e i ristoranti diventano più tranquilli e meno ambigui. Costeggiando il mare verso nord-ovest, la spiaggia successiva è quella di Ambondrona, poi c'è Dzamandzar, dove c'era lo zuccherificio e la distilleria di rum, e infine c'è la baia di Andilana, dove la strada finisce. I tassisti pascolano sfaccendati: una corsa e si pagano la giornata. Uno di loro mentre mi accompagna ad Andilana mi racconta che è single e che è molto difficile trovare una donna perché gliele fregano gli europei, e lui è anche andato a scuola e parla un po' l'italiano per lavorare coi turisti, ma niente. La spiaggia di Andilana è un'ampia conca piatta molto bella: se la percorrete tutta arrivate nel pezzo che si è accaparrato il Bravo club; lì non si può entrare però la musica del dj italiano arriva fino da questa parte e anche i clienti di questo club ci arrivano, col portafogli in mano perché ci sono le bancarelle. Questo è l'unico posto dove c'è acqua corrente buona da bere e infatti tutti chiedono a chi lavora lì di portargliene alcune bottiglie.

Sia di giorno sia di sera, ad Ambatoloaka è possibile assistere ai continui e proficui scambi culturali di cui sono protagonisti i forti bevitori vazaha e le signorine malgasce. Sulla spiaggia avvengono i primi contatti (non serve conoscere la lingua, i gesti sono abbastanza eloquenti), mentre nei bar e nei ristoranti (che siano gestiti dalla matrona endemica o da napoletani dai lunghi capelli unti) la maggior parte della clientela è costituita da coppie miste: solitamente lui ha i capelli bianchi e la camicia fantasia semi-sbottonata e beve in continuazione, lei è visibilmente annoiata e a volte proprio depressa, salvo i casi in cui è perennemente sbronza. In tarda serata, nel locale con il biliardo e il dj, giovanissime signorine leopardate giocano a stecca, mentre al karaoke c'è un solo cliente alcolista che canta canzoni di Eros Ramazzotti e Laura Pausini.

Se ci si sposta fino a Dar-es-Salaam, invece, tutto avviene al buio: presso i banchetti di legno si vendono cibi già cucinati e uova sode, al bar c'è un televisore che trasmette video malgasci specializzati in primi piani di inguini maschili e culoni femminili che si muovono a ritmo forsennato.

Manina tutti la conoscono: ah, l'italienne, andate su per di qui! La troviamo nella sua casa di legno vista mare che, durante la stagione delle piogge, diventa praticamente isolata nel fango. Tutto iniziò con un viaggio alla ricerca di spiagge incontaminate e buone letture: adesso sono otto anni che questa professoressa di filosofia in pensione vive qui. «All'inizio decisi di pagare la retta scolastica ad alcuni bambini, che sono solo quattro euro al mese, ma per un malgascio sono una grossa cifra; man mano i "bambini di Manina" sono aumentati a dismisura, finché ho cominciato io stessa a mettere su scuole gratuite tramite la mia associazione, e adesso sono migliaia i bambini che vanno a scuola». Col tempo queste donna simpaticissima ed energica è diventata un punto di riferimento anche dal punto di vista sanitario, «visto che nel Paese si muore per infezioni, per malaria, per bilharziosi, per sifilide, per i vermi, e a volte basterebbe un semplice disinfettante per salvare una vita. Invece gli ambulatori sono difficili da raggiungere e inoltre bisogna pagare la visita, la ricetta e anche le medicine.»

Ci spiega Manina che a Nosy Be coltivano solo un po' di manioca; galli e galline razzolano liberi; solo poche persone producono le uova; il riso viene dal Pakistan e tutti i prodotti alimentari arrivano dalla Grande Isola. «Il mio sogno è quello di costruire una scuola di agraria e insegnare a coltivare ai ragazzi, ma il proposito è molto laborioso, perché prima bisogna cambiare la mentalità della gente.» Al momento del commiato gli occhi le si illuminano: «Mi stava balenando l'idea di produrre formaggio qui a Nosy Be... voi cosa ne pensate?»

ISOLE

Tra le isole raggiungibili in giornata c'è Nosy Komba, dove le donne ricamano tovaglie e tende, gli artigiani creano statue e maschere di legno ed è tutto uno sventolare di bianchi tessuti traforati e plotoni di omini e donnine flessuosi intagliati, e tavoli pieni di collane realizzate con grossi semi marroni.

In questa stagione la scuola è chiusa e dunque l'edificio è adibito a chiesa, dove adesso c'è una funzione. Lì davanti, tento di scambiare la mia maglietta con quella del Presidente che indossano le ricamatrici, ma loro, dopo aver valutato a lungo la qualità del tessuto e delle cuciture, rifiutano l'affare. E vabbè che l'avevo pagata 3 euro e 99, ma io al posto loro non me la tirerei così tanto.

A poca distanza, merita di essere raggiunta Nosy Tanikely per il parco nazionale marino: con maschera e boccaglio potete passare ore a guardare i pesci coloratissimi, le formazioni di corallo, le tartarughe che nuotano incuranti, i ricci di mare dagli aculei di una lunghezza portentosa, gli anemoni, le stelle marine. Qui ci avventiamo su un pranzo sublime a base di pesce tenendo bene d'occhio i lemuri macaco che potrebbero lasciarci qualche ricordino e infatti lo fanno, sulla testa di un ragazzo francese. Questa specie di lemuri si trova soltanto in queste due isolette e si chiamano così perché hanno il volto incorniciato da peli, che li fanno somigliare a Cavour. Rispetto agli altri turisti, noi di lemuri ne abbiamo già visti di tutti i tipi e ne abbiamo anche un po' le tasche piene a dire il vero, e dunque non pronunciamo molti fastidiosi gridolini e non andiamo là a dargli la banana da mangiare.

Nosy Iranja, l'isola delle tartarughe, appare all'orizzonte come una sottile striscia di sabbia bianca a metà di due azzurri: quello compatto del cielo in alto e quello tremolante e luminoso del mare in basso (in questi casi c'è sempre qualcuno che si sente in dovere di dire che sembrano le Maldive). Un cordone di sabbia fuoriesce dalle acque soltanto nei momenti di bassa marea: se si decide di percorrerlo (perché uno non dovrebbe farlo?) si arriverà su un altro isolotto, talmente esclusivo che vi ha sede un hotel da 500 euro a notte e niente altro.

Anche qui l'organizzazione della gita prevede un pasto delizioso costituito da crabescrevettespoissonslégumes e fruits, che divoro senza alcun ritegno. Dopo pranzo si può salire fino al faro e godere di una vista a 360 gradi su tutta la terra emersa e il mare a perdita d'occhio, oppure ci si può stendere esattamente sotto una palma a contemplare le noci di cocco e a pensare che questo 20 luglio sarà custodito nella memoria come un momento di perfezione assoluta, probabilmente per tutta la vita.

Racconto di viaggio "MADAGASCAR: UN'OMELETTE NELL'OCEANO INDIANO" (luglio 2007)