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LO SGUARDO DELLA FAVORITA (Marocco)

È un'anonima giornata di febbraio quando atterro all'aeroporto di Casablanca: un grosso punto interrogativo nella testa e uno spropositato sorriso che illumina faccia e tutto. Per la notte ci sistemiamo a SETTAT, sulla strada per Marrakech, dopo aver steso un programma di massima raccolti attorno ad una grande cartina del Marocco, mangiando banane nane e brioche.
Il villaggio della prima sosta è tutto rosa e brulica di uomini con il djellaba, il soprabito lungo col cappuccio. Resto abbagliata dalla luce del sole che illumina i volti che ci osservano, sorseggiando tè e caffè. Poi tutto ciò è diventato la regola.

MARRAKECH

Per i viaggiatori occidentali, l'impressione più vivida prodotta da un primo contatto col Vicino Oriente è la sorpresa di trovarsi in un paese dove l'elemento umano aumenta invece di diminuire la delizia per gli occhi. (...) Le folle marocchine sono sempre un piacere per gli occhi. L'istinto del gusto nel vestire, il senso del colore (che, sottomesso alle usanze, fa capolino a sprazzi ingegnosi sotto le tinte cinerine dominanti) rendono il più umile insieme di conduttori di asini e portatori d'acqua una delizia sempre nuova.
[ Edith Wharton, "In Marocco" ]

Marrakech fu fondata dagli Almoravidi, guerrieri nomadi berberi che la fecero capitale del regno a cui ha dato il nome: Marocco. L'albergo ha i mosaici e le ceramiche arabescate ed è adiacente alla MOSCHEA DELLA KUTUBIYYA, da cui la mattina dopo alle 5 e 45 il muezzin che chiama alla prima preghiera della giornata mi sveglia.

La PIAZZA JEMAA EL-FNA, il fulcro della città, nella tarda mattinata è un totale caos, da cui ci redime Mohammed, un omone imponente nel suo djellaba rosso scuro, che si propone di farci da guida e che non ci abbandona fino al tardo pomeriggio. Mi accorgo subito che visitare le città del Marocco in un gruppo senza una guida può essere una grossa seccatura, perché decine di persone (capaci di riconoscerci come italiani perfino se avessimo indossato il burqa) ci avrebbero proposto di accompagnarci ad ogni passo.
Avevo già letto in un libro per ragazzi qualcosa a proposito dei tipici personaggi che si incontrano nelle piazze e nei mercati del Marocco: incantatori di serpenti, cantastorie, ammaestratori di scimmie, suonatori di tamburi e nacchere, venditori d'acqua coi loro pentolini di rame, acrobati berberi. Ed ecco qua: appena giunti in piazza un uomo mi avvolge un serpente intorno al collo.

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Una pubblica attività

È una pubblica attività, è un fare che esibisce se stesso insieme all'oggetto finito. In una società che tiene nascosto così tanto di sé, che agli stranieri cela gelosamente l'interno delle sue case, la figura e il volto delle sue donne e perfino i suoi templi, questa intensa ostentazione del produrre e del vendere è doppiamente affascinante.
[ Elias Canetti, “Le voci di Marrakech” ]

Alla MEDERSA BEN YOUSSEF, la scuola coranica dove i giovani studiavano e alloggiavano, veniamo affidati per la visita a Salvatore, così soprannominato perché parla tutte le lingue contemporaneamente come il personaggio del "Nome della rosa", e ogni volta che non capiamo una parola ci dobbiamo prima domandare in che lingua sia. L'edificio è stato da poco restaurato e ha un bellissimo cortile interno con i marmi e il legno di cedro finemente lavorati e le calligrafie, antichissima arte nella cultura islamica.

Si entra dunque nella temibile fase dello shopping, in un delirio di tappeti, babouche, caftani, cuscini in pelle, teiere, portacenere, lampade e cocci di infinite fogge. Elias Canetti mi aveva già messo in guardia («È gradito che il viavai delle trattative duri una piccola, sostanziosa eternità»), ma l'approccio è stato comunque inizialmente scoraggiante: solo il fatto di guardare un oggetto o chiederne il prezzo fa scattare la trattativa e più volte mi ritrovo inseguita dai venditori nel labirinto del suq. A un certo punto Mohammed ci conduce in un'erboristeria berbera, dove, soggiogati da tre giovani in camice bianco che ci fecero annusare per mezz'ora spezie, erbe medicinali, oli e saponi, promettendoci miracolose guarigioni dalla cervicale, paghiamo minimo 10 volte più del loro reale valore tè, kajal o rossetti berberi.

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A Marrakech costeggiamo le mura che circondano la medina, attraversiamo il quartiere ebraico (il Mellah) ormai abitato solo da musulmani, ammiriamo il palazzo reale, visitiamo le tombe dei sultani Saaditi e il Palazzo El-Bedi, ma manchiamo i romantici giardini della Menara. All'ora del tramonto raggiungiamo la PIAZZA JEMAA EL-FNA. È lì che ci siamo persi, mentre tutto quel giallo sfuma nella notte e le luci cominciano ad accendersi. L'atmosfera si fa irreale di profumi, suoni, parole, danze e cibo speziato. Lumache e spiedini, bancarelle di spremuta d'arancia e tajin a cuocere su fornelletti, rivenditori di cd, acrobati e musicanti, indovini e giocolieri. Una donna velata mi prende la mano per decorarla con l'hennè, e il freddo pungente di febbraio me la congela nei minuti necessari a farla asciugare. È il momento adatto per rifugiarsi sulla terrazza panoramica di uno dei caffè che si affacciano sulla piazza a bere il tè e assistere allo spettacolo. Per cena mi aspettano tajin e couscous, carote alla cannella, melanzane, zuppa di legumi e tè alla menta.

Sfogliando l'Atlante

I monti dell'Atlante risplendono vicini, e si potrebbe scambiarli per la catena delle Alpi se la loro luce non fosse più fulgida e non vedessimo tutte quelle palme tra i monti e la città.
[ Elias Canetti, “Le voci di Marrakech” ]

Attraversiamo l'Atlante per andare a sud, valicando il PASSO TIZI-N-TICHKA. L'Atlante è un bel nome, dà l'idea della geografia varia del Marocco, un libro da sfogliare per ritrovarci dentro tutti i paesaggi, dalle colline verdi che sembra di essere in Toscana, alle montagne innevate con il vento assassino, dalle deserte spianate di terra scura, alle rocce che prendono tutta la luce del mondo dal sole, dalle valli ripiene di oasi e circondate da massicci di terra, alle dune di sabbia a perdita d'occhio. E sopra tutto il cielo azzurro, compatto.
Le soste per mangiare brochette di agnello o omelette, lì in montagna, sono occasioni di incontro: chi chiede le nostre monete italiane, l'orologio, le sigarette, chi vuole venderci le ametiste.

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E poi lasciamo alle spalle la quinta dell'Atlante innevato e compare il deserto: ai lati della strada dritta e grigia si aprono distese piatte senza fine. Di nuovo quel tuffo al cuore del Sinai.

Lungo la strada verso Ouarzazate sorpassiamo una macchina evidentemente in panne; due uomini trafficano sul cofano aperto. Facciamo accomodare questo signore che ci ha chiesto un passaggio: indossa un appariscente djellaba giallo zafferano, ha i denti orrendi e la pelle molto scura. Ci racconta di essere giunto in Marocco dalla Mauritania a seguito della cosiddetta "Marcia verde" del 1975 e noi non sappiamo se crederci o no. Ci racconta che ha fatto l'assistente alla regia per Bertolucci, che da queste parti girò "Il tè nel deserto", e noi non sappiamo se crederci o no. Si fa lasciare in una casa elegante, dove ci accoglie un affascinante uomo in turbante e vestito azzurro che ci invita per il tè. Commerciano in tappeti e ospitano spesso degli italiani, ad esempio il mese successivo sarebbe andato da lui Alessandro Baricco; e noi, ancora una volta, non sappiamo se crederci o no. Scoprii in seguito che si trattava della tipica “truffa della Lonely Planet”, innocua ma frequente: non abbiamo comprato nemmeno un tappeto ma il tè era molto buono.

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Come dio volle siamo a OUARZAZATE, la Cinecittà del Marocco, dove ci attende un tramonto che sembra finto. Visitiamo la KASBAH DI TAOURIRT, una specie di castello fortificato − abitato fino agli anni Trenta da una potente famiglia berbera − realizzato con la tecnica del pisé (paglia e ciottoli cementati con fango) e meravigliosamente conservato perché poi trasformato in museo e utilizzato come ambientazione per numerosi film girati negli studi Atlas. Mentre ci conduce nelle numerose sale con pareti decorate e soffitti di legno dipinto, la guida ci racconta dei film girati in questo palazzo; mentre osserviamo gli appartamenti delle mogli e delle concubine del pascià (tra cui la stanza della favorita, con le grate lavorate alla finestra), ci parla delle sue immaginarie mogli; poi passiamo al piano superiore e lui non dice più niente: ci affacciamo alle finestre e ammiriamo il palmeto circostante. Dopo esserci persi tra i cortili e le terrazze, la visita termina, e non so come andiamo di nuovo a finire dentro a un negozio di tappeti.

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Mal di gola

Non lasciarti catturare dal tempo, devi essere tu a farlo prigioniero e ad annientarlo. Il tempo è come una spada, se non lo impugni ti taglia. Qui devi imparare a sentire la sua presenza nelle cose, nei piedi delle persone, nei voli degli uccelli, nel passo dei cammelli. Devi intuire la sua lentezza.
[ Younis Tawfik, "La città di Iram" ]

È quasi buio quando ci addentriamo nella spettacolare "via delle mille kasbah". Ci stiamo dirigendo verso KALAAT M'GOUNA, quando una luna enorme appare all'orizzonte lasciandoci inebetiti. Nella città delle rose è stato facile confondere una rosa con l'altra e sbagliare l'hotel. Arriviamo tardi per la cena nel tendone gelido, chiedendoci se abbiamo fatto bene a viaggiare per il Marocco nel mese di febbraio.

La nuova giornata dispiega le meraviglie delle GORGES DU DADÈS, un canyon scavato tra l'Alto Atlante e il monte Saghro. Da Boumalne Dadès la strada sale per molti chilometri tra solide montagne, oasi rigogliose di palme, ksour dello stesso colore della terra. Il fiume è incassato profondamente nella gola, attraversata dalla strada appena percorsa che sembra una lunghissima lingua grigia. Ci fermiamo nei pressi del fiume immerso nel verde, dove le donne lavano i panni per stenderli sui rami degli alberi e trasportano enormi ceste piene di legna o paglia, mentre gli uomini stazionano seduti sulla strada; un ragazzino si offre di guardarci le macchine per pochi dirham.

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Ci procacciamo il pranzo in un paese lì vicino: l'arrivo di cinque auto nella piazza del paese scatena curiosità generale, ma il vero boss è un personaggio dalla pelle scura, gli occhi di carbone e un ricco turbante nero su veste bianca, che ci obbliga a mangiare il tajin in un ristorante scalcinato con i tavoli fuori; si offende per qualcosa che solo lui sa, se ne va platealmente incazzato e poi torna con delle Heineken davanti alle quali facciamo la pace.

Le GORGES DU TODRA, gole vertiginose scolpite nella roccia, le raggiungiamo partendo da Tinghir in auto, tra oasi e montagne spaccate a metà dalla strada e illuminate dal sole calante. La fenditura in alcuni punti è un passaggio di pochi metri tra pareti verticali di circa 300 metri. E intanto i ragazzini giocano a calcio nella natura favolosa, ci guidano nelle kasbah abbandonate, ci sorridono e ci danno la mano nei passaggi più impervi, in cambio di soldi che rischiano di rovinare tutta la magia dei loro sorrisi precedenti.

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L'oscenità di una notte di tamburi

Li osservammo attentamente ed ecco: tutti i cammelli avevano un volto. Erano simili tra loro eppure diversissimi. Ricordavano quelle vecchie signore inglesi che prendono il tè insieme con aria dignitosa e apparentemente annoiata, e tuttavia non riescono a nascondere del tutto la malvagità con cui osservano ogni cosa che le circonda.
[ Elias Canetti, “Le voci di Marrakech” ]

Ci infiliamo in macchina diretti a ER-RACHIDIA, dove trascorreremo la notte. Dei ragazzi ci aspettano fuori dall'hotel: erano stati informati del nostro arrivo da Ben, il fratello di uno di loro, che il giorno dopo ci accompagnerà a Merzouga. Mentre scambiamo due chiacchiere, mi comunicano solennemente che ho antenati arabi.

Ben è grande e grosso, scuro di pelle, indossa un turbante bianco e il djellaba verde pistacchio. Effettivamente pensava che ormai non saremmo più arrivati e dunque si era messo a dormire. Lentamente si sveglia e comincia a raccontarci del suo divorzio; per tutta la cena ci descrive il Marocco del 2003, in bilico tra tradizione e modernità, Islam e antenne paraboliche, legge coranica e poliziotti corrotti.

La nostra destinazione l'indomani è MERZOUGA, da cui raggiungeremo l'oasi Oubira nel deserto di sabbia, il mitico ERG CHEBBI; qui passeremo la notte in tenda. La strada, che costeggia il fiume Ziz, ci porta prima presso la sorgente blu di Meski, poi nello ksar di Maadid, ospiti di una famiglia che ci offre tè e dolci. Il capofamiglia ha 54 anni ma ne dimostra diversi di più, la donna è silenziosa e apparentemente timida, ma si scioglie la lingua quando comincia a leggere la mano a qualcuno di noi.
Percorriamo dunque un tratto di strada non asfaltata che corre nel nulla dell'hammada, l'altipiano formato da lastre di rocce che preannuncia l'erg, in mezzo a distese luccicanti di pietre e fossili. Giunti all'hotel, dove lasceremo bagagli e auto, facciamo conoscenza con i dromedari, già carichi delle nostre borse e delle coperte colorate, tutti accucciati in cerchio. I nostri accompagnatori sono premurosi e sorridenti ragazzi vestiti di azzurro.

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Il mio dromedario viene soprannominato Totti da Said, lo sfortunato 21enne che si sorbisce la mia raffica di domande durante le due ore di traversata, ed è il primo della carovana. Per fortuna il cielo, che dalla mattina era coperto, si apre prima del tramonto rendendo incredibilmente dorato il paesaggio: non avevo mai visto tanta sabbia raccolta in dune così alte. Giunti all'accampamento, scaliamo una grande duna calpestando lo spigolo lisciato dal vento. Da lassù ammiriamo lo spettacolo del tramonto: in lontananza da una parte le montagne dell'Algeria, dall'altra due minuscole figure azzurre intente a pregare. Posso solo provare a comunicare l'oscenità di una notte di tamburi e crotali, il tè e la cena mangiata tutti dallo stesso piatto, l'attesa della luna, la notte in tenda come peperoncini stesi ad asciugare, il terrificante raglio di un asinello che punteggia le ore piccole.

All'alba ci prepariamo per partire e io precipito da un dromedario nevrotico su un tappeto di cacca fortunatamente secca. Percorriamo la strada a piedi, nella sabbia morbida, arrossata sempre più dal sole che sta sorgendo. Raggiunto l'hotel tuareg, ci preparano la colazione. Prima di partire e salutare i ragazzi, Said mi dà il suo biglietto da visita con il numero di telefono, mentre il berbero che la notte prima mi aveva insistentemente invitato ad appartarmi con lui, in quel momento è impenetrabile (e ci credo: con quei denti).

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Accà nisciun è Fes

Vista da lontano, la città sembrava un alveare costruito da migliaia di cellette. Appena arrivata, mi inoltrai in un labirinto finissimo di vicoli e piazzette brulicanti di vita. Paura e stupore rendevano i miei passi leggeri e frettolosi. Ogni angolo riservava sorprese di ogni genere. Esplorai le parti nascoste di quella splendida medina, rapita dalla magia dei colori e dei profumi, dalle strade strette, dalle fontane e dai palazzi sontuosi.
[ Younis Tawfik, "La città di Iram" ]

Da Merzouga a Fes ci sono circa 500 chilometri di strada e i paesaggi si susseguono vari e diversi. Lasciata la splendida valle dell'Oued Ziz, ci avviciniamo nuovamente all'Atlante, dove alcune strade sono a rischio chiusura per neve; quindi ci fermiamo in un villaggio frustato da un vento criminale, dove l'intera comunità si affaccenda per sfamarci e indicarci la strada; infine ci addentriamo nella foresta di cedri di Azrou, popolata dalle fantomatiche "scimmie dei cedri". Giunti nella cosiddetta "Petite Suisse", ci chiediamo stupiti dove siamo capitati: con le sue casette dai tetti rossi e aguzzi, IFRANE (luogo di villeggiatura della famiglia reale e stazione sciistica), è davvero un altro mondo rispetto al sud che abbiamo appena lasciato (tanto è vero che ci fanno subito una multa per aver superato con la linea continua).

Arriviamo a Fes nel pomeriggio: per la prima volta siamo alloggiati nella ville nouvelle. Subito ci affianca un ragazzo sul motorino che, avendo ovviamente capito al volo la nostra provenienza, ci accompagna all'hotel, proponendosi come guida per l'indomani. Purtroppo invece scegliamo un'altra guida, Ali.
La cena non è stata un granché: è terminata da pochi giorni la festa del sacrificio, in occasione della quale i musulmani sacrificano un animale, e nei ristoranti non è avanzato quasi niente. Per lo stesso motivo, molti marocchini sono andati a festeggiare a sud, nei loro villaggi di origine, e solo ora cominciano a tornare a casa (i giornali locali sottolineano quanto le grandi città siano deserte e i problemi di traffico ridotti in questi giorni di festività). Per la prima volta troviamo alcolici nel ristorante: di solito non li servono perché è necessaria una licenza particolare, qui invece possiamo bere della birra e perfino il vino, servito però nella bottiglia di coca cola. Anche l'hotel è dotato di un bar, affollato quasi esclusivamente di uomini che si girano all'unisono quando varco la porta.

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Fes, la città più antica del Marocco, sembra un alveare, è vero, vista da lontano. La parte vecchia, FES EL BALI, è piuttosto incasinata. Nella medina, Ali ci guida tra gli infiniti vicoli attraverso le zone in cui è divisa (il suq del rame, del legno, dell'hennè, della frutta secca): la terza volta che vediamo la stessa gallina morta accanto alla stessa trippa ricoperta di mosche, abbiamo avuto il sentore che Ali è un furbacchione. Non è la prima volta che ci facciamo prendere per il naso da quando siamo in Marocco, ma questa volta del maldestro Ali ce ne liberiamo senza molti complimenti. Già abbiamo abbastanza problemi a non farci investire dagli asini, che procedono a folle velocità, carichi all'inverosimile e con delle malefiche "scarpine" di gomma che attutiscono il rumore; a poco serve l'urlo dell'uomo che li porta alla fune ("balek!", attenzione!). Tutti vogliono vendermi qualcosa: coca cola e sigarette, candele votive e incensi, specchietti e chincaglieria, persino datteri e fichi secchi pieni di mosche.

Quasi ognuno di questi piccoli quartieri è dotato della moschea, della medersa, della fontana e del forno, ma non riusciamo a entrare da nessuna parte: è venerdì, l'ora della preghiera si avvicina, le botteghe si stanno svuotando e tutte le porte ci vengono chiuse in faccia.

Saliamo dunque in un negozio di prodotti in pelle per ammirare dal terrazzo la famosa zona dei conciatori, piena zeppa di tinozze di colore; gli uomini lavorano con le gambe − coperte solo da vecchi jeans tagliati a mezza coscia − immerse nei rossi, nei verdi, nei gialli (il colore più prezioso perché ottenuto dallo zafferano). L'odore di pelle è nauseante. Al museo del legno NEJJARIN, realizzo che i musei nei Paesi islamici sono piuttosto rari a causa della preclusione per le arti figurative e, quando ci sono, espongono cose come mensole, porte, contrafforti, armi (come in questo caso) oppure tessuti, calligrafie, resti archeologici. Giungiamo alla PORTA BAB BOUJELOUD, che separa Fes el Bali da Fes El Jedid (la parte nuova): la parte esterna è blu, colore di Fes, e quella interna verde, colore dell'Islam. Ci godiamo la vivacità della zona, dotata di bagno turco, cinema con più sale, negozi di musica. Qui ci affianca Rashid, che ci guiderà nell'ultima parte della nostra visita: attraversiamo il quartiere andaluso e diverse botteghe dove lavorano e vendono tappeti, stoffe ricamate, caftani, oggetti in legno e ceramica.

Con l'auto raggiungiamo il MELLAH, il quartiere ebraico: in realtà in tutta Fes gli ebrei rimasti sono soltanto 10 o 15 famiglie, ci spiega — con il suo inglese stentato — Rashid, rincontrato casualmente anche qui, mentre come sempre cerca di vendere i suoi braccialetti. La caratteristica del quartiere ebraico è che le case sono dotate di balconi, mentre normalmente le pareti degli edifici sono chiuse o tutt'al più ornate di finestre con grate. Costeggiamo anche la moschea e il cimitero ebraico e visitiamo la sinagoga, da poco restaurata, con il pozzo per le abluzioni riservato alla sposa.

L'ultima sera ceniamo in un ristorante nel quale, avendone fin sopra i capelli di tajin e cous cous, ordino una paella; alla radio sentiamo distintamente la parola "Silvioberlusconi" durante la lettura delle notizie. È stato come risvegliarsi da un sogno.

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La mattina dopo, mentre ci dirigiamo all'aeroporto di Casablanca percorrendo un tratto di autostrada pressoché deserto (almeno fino a Rabat), ne approfitto per ripassare mentalmente il mio assaggio di Marocco: gli uomini con il djellaba e il cappuccio appuntito calcato sulla testa e quelli che camminano abbracciati o mano nella mano, i giovani che baciano la mano alle persone più anziane, il tè alla menta corredato di teiera, vassoio tondo in rame e bicchieri piccoli e decorati, l'odore di raz-al-hanout, gli occhi truccati delle donne velate, la terra rossa, i denti rovinati, le pagnotte calde di forno, le dune di sabbia, la musica nelle piccole bancarelle, i ragazzini che vanno a scuola (e quelli che non ci vanno), i dromedari, i mosaici, i pali della luce, i muezzin, la neve sulle montagne, lo sguardo della favorita attraverso le grate, alla finestra del palazzo del pascià. Mi auguro di tornare al più presto in un posto simile.
«Italiens? Siete i benvenuti. La prima volta in Marocco? Tornerete?» «Come dite voi in questi casi? Inshallah».

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(febbraio 2003)

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