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  • Categoria: Senegal

Casi esemplari di turismo in Africa

Dakar e la grande côte

dicembre 2017

Per la serie dei casi esemplari di turismo in Africa, un quadro della situazione da queste parti ci sta bene. Il turista rosso come un gambero di sole africano va a vedere il museo degli schiavi sull'isola di Gorée, magari è anche contento che non esista più la tratta degli schiavi, ma poi uscendo incontra uno come Zorro che lo intontisce con la sua tiritera fissa finché non gli cava due palanche di tasca, mentre qui sulla spiaggia i bianchi si comprano i neri, e vedi lo sciancato con il negretto, l'anziana europea col giovane africano, tutte le promiscuità a pagamento in pronta offerta. Niente scappa al traffico di carne umana tra bianchi e neri, ma io sono rimasto a corto di giudizi morali.
(Gianni Celati, “Avventure in Africa”)

Tra i motivi per cui il Senegal sta diventando una meta di viaggio sempre più ambita figurano le graziose spiagge, un bel po’ di santuari della natura e un popolo universalmente noto per la gioia di vivere e l’ospitalità (che in wolof si dice “teranga” ed è diventato un claim turistico). Inoltre è un Paese a maggioranza musulmana, ma laico, e ha una situazione politica tranquilla, a differenza degli stati confinanti dove sussistono instabilità e disordini. Un altro non disprezzabile aspetto che attira i viaggiatori europei è il clima: a queste latitudini non esiste un vero e proprio inverno, benché, a fine dicembre, lungo la costa atlantica le temperature possano scendere anche sotto i 15 gradi.

La sera della vigilia di Natale a Dakar è un piacere assaporare un appetitoso thiof grigliato, accompagnato da una fresca Gazelle, in questo ristorante affacciato sulla ventilata spiaggia di N'Gor. Ci troviamo a meno di un chilometro dal punto più occidentale di tutta l’Africa, mentre a est il Phare des mamelles illumina a intermittenza il mare. Negli eleganti condomìni affacciati sull’oceano risiedono parecchi ricconi, tra i quali si celano alcuni ex dittatori esiliati da altri stati africani.
Sebbene i cristiani rappresentino soltanto il 6% della popolazione, a mezzanotte in punto la nascita di Gesù bambino viene festeggiata con fuochi d’artificio presso il monumento all'Africa Renaissance che svetta, investito da fasci di luce cangiante, dalle due "mammelle" di Dakar.
Ai piedi di questa gigantesca statua, dedicata a tutti coloro i quali hanno sacrificato la loro libertà o la loro stessa vita per la rinascita dell’Africa, ci saliamo la mattina dopo per dare un primo sguardo alla città. Sotto di noi scorre la “corniche”, con la sua lunga spiaggia piena di attrezzi ginnici, gentile omaggio dell’ambasciata e di alcune imprese cinesi.

Naturalmente quasi nessuno dei turisti atterrati a Dakar si perde l’isola di Gorée, patrimonio mondiale Unesco, raggiungibile con un efficiente traghetto. Questo tranquillo posticino in mezzo al mare si presenta oggi come un vacanziero agglomerato di case e ville colorate in stile coloniale, macchie di bouganville e palme; le stradine sabbiose sono invase da originali opere d’arte basate sull’antica arte del riuso e i ristorantini e le bancarelle propongono al visitatore neoarrivato le tipiche pietanze senegalesi come il pollo o il pesce yassa, e bevande come il bissap (karkadè), il bouye (succo di baobab) e soprattutto il caffè touba, molto corroborante grazie al pepe e ai chiodi di garofano con cui è miscelato. Per fortuna è possibile farsi servire ovunque una fresca birretta, visto che qui non praticano quella tipica ipocrisia islamica per cui in pubblico non bevono e poi si sfondano quando nessuno li vede.
Nel 1500 l’isola costituì il primo insediamento stabile degli europei: i portoghesi compravano gli schiavi dai Wolof e questo commercio andò avanti come se niente fosse anche quando l’isola passò agli olandesi e poi ai francesi. La maison del esclaves sta qui proprio per ricordarci dei milioni di abitanti giovani e aitanti, rapiti, legati ai ceppi esposti qui nelle bacheche del museo e portati con la forza a lavorare nelle Americhe. Nelle celle visitabili tra queste infauste mura hanno transitato molti di loro in attesa della partenza.

Lasciata l’isola, tutti i turisti si spostano al lago Retba o Lac Rose, così chiamato per il colore delle sue acque ad alta concentrazione salina, abitate da particolari alghe che producono un pigmento rosso tenue. Qui solitamente incontrano le donne e gli uomini intenti a raccogliere il sale e scoprono che il lago non è così rosa come alcune foto vorrebbero far credere loro. Il giorno di Natale nel tardo pomeriggio non c’è nessuno al lavoro e i sacchi e le barchette di legno colorato sono abbandonati tra i cumuli di sale. Il nostro rally in 4x4 è lo stesso abbastanza dilettevole: prima si circumnaviga il lago (dotato di alcune effettive sfumature rosacee) e poi, sobbalzando allegramente sulle dune, si raggiunge con grande entusiasmo la spiaggia, sconfinata e ventilatissima, che dovrebbe coincidere con l'ultima tappa della Parigi-Dakar. Nei dintorni ci sono dei graziosi lodge, qualche macilento dromedario è disponibile per portare i turisti a passeggio e nei ristoranti organizzano volentieri spettacoli di danze acrobatiche indigene.

Kayar è uno dei pochi insediamenti presenti sulla “costa grande”, il tratto di spiaggia sabbiosa che va dalla penisola di Cap Vert a St-Louis. Il fascino di questa meta risiede nella spiaggia dei pescatori, brulicante di uomini che fanno la spola con le innumerevoli piroghe colorate e donne che li attendono per poi vendere il pesce, accatastato sulla sabbia in imponenti montagnette argentee. Il colpo d’occhio è mozzafiato per gli abiti colorati delle donne, per le imbarcazioni e i carretti tradizionali vivacemente dipinti, per l’abbigliamento dei pescatori (dotati di stivaloni di gomma e tute cerate) e degli staffettisti, che corrono avanti e dietro con pesanti cassette piene di pesce poggiate su curiosi copricapi imbottiti. In Senegal la pesca artigianale costituisce uno dei maggiori settori di impiego del paese e contribuisce in maniera rilevante alle esportazioni, oltre a fornire un considerevole apporto di calorie per la popolazione. D’altra parte il nome stesso dello stato deriva dal termine wolof “sunugaal”, che significa “nostra piroga”.
Nei pressi della spiaggia si svolge il consueto tran tran. C'è un topo, ad esempio, che avendo provato a invadere l’intimità di una piccola abitazione era stato bastonato e abbandonato giusto davanti all’uscio dall’anziano che ci vive. Dopo qualche minuto però si scopre che i colpi lo avevano solo intontito ma non ucciso, infatti il roditore lentamente si rialza e prova a introdursi nuovamente nella casetta; a quel punto il vecchio lo pesta con molta più veemenza, poi prende il cadavere per la coda e finalmente lo porta lontano.

Al monastero di Keur Moussa ogni giorno alle 11 e un quarto viene celebrata la messa conventuale, che i visitatori stranieri si sorbiscono allo scopo precipuo di ascoltare le canzoni liturgiche alla fine, accompagnate dagli strumenti locali come il balafon e soprattutto la kora; poi, eventualmente, acquistano i genuini prodotti venduti dai monaci. La tappa successiva è la Manifattura Senegalese di Arti Decorative di Thiès, l’unica fabbrica di arazzi di tutta l’Africa Occidentale, fondata nel 1966 dal primo Presidente del Senegal, Senghor. La prima fase di lavorazione consiste nel riprodurre a matita su carta i disegni originali, realizzati da artisti senegalesi; quindi l’equipe prepara i fili colorati di lana trattata, proveniente da Belgio e Francia, e infine nel laboratorio di tessitura una squadra specializzata nell’uso del telaio realizza l’arazzo. Tutto questo procedimento ci viene spiegato e mostrato nei minimi particolari, per ore, manco poi dovessimo crearli noi gli arazzi. E comunque, visti i prezzi, soltanto prestigiose istituzioni pubbliche o abbienti privati possono permettersi di acquistarli. 

Il deserto di Lompoul viene venduto dal marketing turistico come un luogo ideale per ammirare tramonti infuocati, passare una notte a guardare le stelle e addormentarsi abbracciati avvolti dal silenzio dei campi tendati. In realtà l’occhio più esperto si accorge che non si tratta propriamente di un deserto bensì di un pezzo di savana particolarmente arida, dove c’è un gruppo di dune alte poche decine di metri: qui hanno intelligentemente piazzato alcuni eleganti campi tendati in stile mauritano (con gabinetti in ceramica poggiati sulla sabbia, acqua corrente e wifi), proponendo per cena grandi piatti di cous-cous seguiti da show di percussioni tribali, cercando tra l'altro di applicare tutti gli standard del turismo sostenibile. Se a ciò si aggiungono i su e giù in jeep, i suggestivi falò e alcuni flemmatici dromedari nessuno si accorge della differenza. 

St-Louis è la città più settentrionale del paese e sorge con una conformazione originalissima sulla foce del fiume Senegal. Nel Seicento fu il primo insediamento coloniale francese in Africa ed è poi stata la capitale del Senegal fino al 1957. Il suo centro storico dalla pianta a scacchiera è ancora oggi caratterizzato dall’architettura coloniale, rintracciabile ad esempio nelle antiche palazzine con cancellate in ferro battuto, balconi in legno e verande. Il suo simbolo più famoso è il ponte mobile Faidherbe che collega l’isola su cui sorge la città vecchia alla terraferma: progettato da Eiffel in Europa originariamente per attraversare il Danubio, fu poi smontato e trasportato qui a pezzi nel 1897. Proseguendo idealmente sulla stessa linea del ponte si raggiunge l’altro ramo del fiume Senegal, che separa l’isola dalla Langue de Barbarie, una penisola sabbiosa stretta e lunga affacciata sull'Atlantico. In questa zona protetta dalle correnti oceaniche sono parcheggiate una moltitudine di barche colorate che fanno un grazioso effetto nella caligine del pomeriggio (a patto che non si guardino i cumuli di rifiuti). 
Percorso l’altro ponte e raggiunta la "lingua", si entra in un mondo più caotico, dove al posto delle carrozze turistiche e degli atelier d’arte si viene circondati da una discarica a cielo aperto. Si tratta del cosiddetto quartiere africano, abitato da una comunità di pescatori detta Guet N'Dar. Nei paraggi si trova un originale cimitero musulmano, dove su ciascuna tomba è drappeggiata la rete da pesca dell'occupante. Se si proseguisse ancora verso sud si arriverebbe al Parc National de la Langue de Barbarie, che ospita numerose specie di uccelli acquatici, ma noi ci fermiamo per la cena e la notte in uno dei tanti hotel con piscina che sorgono vicino alla spiaggia. Qui ci viene preparato il Thieboudienne, il piatto nazionale senegalese, originario proprio di Saint-Louis: si tratta di una pietanza a base di riso, pesce e varie verdure così speziata e piccante che non riesco neanche a finirla, anche perché mi stava salendo una febbre di cui non ho mai capito l'origine e che è durata fino al pomeriggio successivo. E comunque la cosa peggiore di St-Louis è stato scoprire che per soli due giorni ci siamo persi il concerto di Youssou N'Dour.

A nord di Saint Louis si estende il Parco Nazionale degli uccelli di Djoudj, una zona umida di 16mila ettari sul delta del Senegal, il fiume che a questo punto sta per raggiungere l’oceano dopo aver segnato l’intero confine con la Mauritania. A causa del gran numero di toubab (bianchi) convenuti fin qui per compiere il giro in barca, l’attesa è lunghissima ma per fortuna ben ripagata: oltre ai classici cormorani, aironi e spatole africane, le imbarcazioni infatti vengono letteralmente sovrastate da miriadi di giganteschi pellicani bianchi, che non avevo mai visto in così gran numero e soprattutto così da vicino. Uno spettacolo indimenticabile.

L’ultima attrazione del circuito turistico della grande côte è Touba, la città santa dei murid, una delle confraternite islamiche più diffuse in Senegal. La grande moschea è particolarmente imponente con i suoi pregiati marmi e le ricche decorazioni in argento, oro e cristallo, e accoglie milioni di fedeli che provengono da tutto il Senegal, in particolare per la celebrazione del Magal. Qui è sepolto infatti il celebre Cheikh Ahmadou Bamba, fondatore della confraternita, e vi risiedono la maggior parte dei marabout, leader religiosi dell'Islam senegalese, venerati come santi viventi. 
In città le donne sono vestite dalla testa ai piedi, bar, ristoranti e alberghi non esistono ed è vietato fumare; dunque non vediamo l'ora di raggiungere il primo autogrill fuori città per accenderci una sigaretta. Tra l'altro all'uscita i dignitari della moschea vendono i loro rosari islamici con un’alacrità troppo sospetta.

E intanto che maciniamo chilometri, tutto il Senegal del Nord si mostra alla luce del sole: uomini che accarezzano caproni, camion colorati che celebrano il proprio marabout, transport en commun, zebù, auto abbandonate, galline nei portabagagli, insegne illustrate a mano, partite di pallone, teiere di gomma colorata per le abluzioni rituali, consigli sanitari scritti sui muri (lavarsi le mani, alimentare i bambini in modo equilibrato), baobab, spazzatura, rivendite di mobili, caschi e scarpe.

Racconto di viaggio "CUGINI PER SCHERZO. MACINANDO CHILOMETRI TRA SENEGAL E GAMBIA" (dicembre 2017 - gennaio 2018)

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