home38.jpg
  • Categoria: Senegal

Il sabato del villaggio

Kédougou

dicembre 2017

Man mano che ci si allontana dalla regione costiera in direzione sud orientale, il paesaggio diventa sempre più arido e le temperature più elevate, i baobab alzano i rami al cielo, gli asini trainano i loro carretti quotidiani, le capre brucano quel che c’è, e poi sempre più numerosi diventano i tucul nella terra rossa, ogni tanto intervallati da una moschea bianca e verde. Al mercato del bestiame di Missirah sono convenuti un gran numero di pastori peul che ci guardano, alcuni con divertimento, altri almeno inizialmente con fastidio. Migliaia di montoni bianchi, di capre e poche mucche affollano la brousse, ma purtroppo siamo costretti a rifiutare l'acquisto di qualche capo da legare anche noi sul tetto del pulmino.

Da Tambacounda, dove abbiamo spezzato il viaggio trascorrendo la notte, per raggiungere la remota regione di Kédougou bisogna per forza attraversare il Parco Nazionale Niokolo-Koba, enorme con i suoi 9130 chilometri quadrati. La strada è lunga e non asfaltata, con conseguenti tonnellate di terra che entra nelle vie respiratorie. A causa del bracconaggio, degli incendi e dell'inaridimento precoce, il parco è iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo, infatti se nella stagione delle piogge il paesaggio appare verde e lussureggiante, adesso è secco e bruciacchiato, gli alberi sono scheletrici, i ciuffi di erbe gialli. Ogni tanto compare un tir che va o viene dal Mali o che è rimasto cappottato in mezzo alla strada chissà da quanto, mentre dal punto di vista faunistico si possono avvistare soltanto le scimmie della specie cercopiteco gialloverde, anche perché il numero dei grandi mammiferi è diminuito considerevolmente, e anzi alcune specie sono quasi del tutto scomparse.

Giunti nei pressi del fiume Gambia effettuiamo una sosta lungo la strada ed è l’occasione per entrare a curiosare nella vita quotidiana di queste popolazioni. Gira voce che si festeggi un matrimonio, per cui ci incamminiamo accompagnati dal solito stuolo di gioiosi bambini fino al centro del villaggio. Mentre nello spiazzo tra le capanne si cucina e si chiacchiera, mi introduco in una camera da letto già stipata di donne che ballano seguendo il ritmo del suonatore di tanica. Inizialmente immagino che si tratti del letto nuziale e che sia usanza inaugurare la nuova coppia con le danze, ma ad un certo punto la donna che si suppone sia la sposa comincia a piangere a dirotto tenendosi la pancia e si butta sul letto in lacrime. Le altre continuano a ballare e si indicano l'addome con espressioni contrite, finché qualcuno non ci spiega come stanno i fatti: non si tratta di un matrimonio bensì di una sorta di rito di fertilità. La donna in questione infatti, già sposata da un po’, non è ancora riuscita a rimanere incinta e questa potrebbe essere una vera tragedia per lei, destinata ad essere ripudiata dalla famiglia e a vivere infelice per sempre.
Attraversando a piedi il ponte sul Gambia ci possiamo rendere conto di come avviene il lavaggio della biancheria per chi non possiede una lavatrice: centinaia di persone a mollo nel fiume che strofinano vigorosamente vestiti e lenzuola colorati sulle rocce che affiorano, e poi li stendono (letteralmente) sul terreno.

In questa regione confinante con il Mali e la Guinea, da alcuni anni sono state scoperte delle risorse aurifere e numerosi piccoli villaggi, fino a quel momento tradizionalmente dediti all’agricoltura e all’allevamento, sono stati completamente stravolti dal punto di vista socio-economico. A Tonboronkoto veniamo accolti da anziani e bambini sotto l'albero centrale, mentre le donne sono tutte sedute all’ombra sull’uscio di una casa in muratura. La miniera si trova ad alcuni minuti di cammino nella savana, che raggiungiamo scortati da innumerevoli bambini che si disputano le nostre insufficienti mani (ne abbiamo infatti soltanto due a testa): la roccia rossa è tutta traforata da buche e cunicoli dai quali i cercatori d’oro (al momento assenti) prelevano il materiale da scavo. La sabbia risultante dalla macinatura delle pietre viene poi mescolata con l’acqua in una bacinella e, con rapidi e sapienti movimenti, l’eventuale oro presente viene trattenuto e il resto lasciato colare fuori, come ci viene mostrato da un esperto cercatore. Per quanto mi risulta, l'estrazione dell'oro di piccola scala è una delle più significative fonti di rilascio di mercurio nell'ambiente nei paesi in via di sviluppo, visto che questo metallo, combinato al limo raccolto, rende più facile il recupero dell’oro. Ma qua nessuno ne fa parola.

I paesaggi culturali dei bassari, dei fulani e dei bedik della regione di Kédougou da pochi anni sono tutelati dall’Unesco per le loro “pratiche agro-pastorali, sociali, rituali e spirituali simbiotiche con l’ambiente circostante”, un modo più elegante per dire che vivono lontano da tutto infrattati nella brousse e cercano di proteggere inutilmente le loro tradizioni, visto che appena uno può, emigra in città. Intanto per raggiungere il villaggio fulani di Ibel è necessario servirsi di una 4x4, indispensabile per percorrere la lunga pista sabbiosa. Da qui bisogna sobbarcarsi una lunga salita a piedi sotto il sole cocente nella campagna punteggiata dai bellissimi kapok dai fiori rossi, insieme ai soliti allenati ragazzotti che si propongono come guide o accompagnatori. Per visitare il villaggio bedik di Iwol bisogna portare in dono una significativa quantità di noci di cola e lecca lecca, oltre ai soldi naturalmente (il “diritto di visita” ammonta a 1000 CFA a persona). La particolarità dei bedik è che le donne hanno un buco tra le narici dove tradizionalmente inseriscono un sottile legnetto o spina di porcospino, non si è capito bene; curiosamente, la maggior parte di coloro che ne sono dotate porta uno stecchino di plastica del tutto simile a quelli del lecca lecca. I numerosissimi bambini invece stanno succhiando almeno un lecca lecca a testa, e prima ancora che noi gli regaliamo i nostri! I turisti solitamente ammirano le capanne col tetto conico di paglia, la più grande delle quali adibita a chiesa, e si soffermano sotto il baobab sacro, che secondo Jean-Baptiste, capo villaggio, interprete per i turisti e maestro da 34 anni, è il più grande del Senegal. 

Gli esseri viventi al momento presenti sono solo anziani, donne e bambini e la maggior parte di loro sta lì senza far niente. Le poche donne che sono in attività pestano i cereali nel mortaio con l’apposito paletto, o lavorano la pasta di arachidi con una bottiglia oppure selezionano le spighe di miglio; i bambini invece fabbricano camioncini con pezzi di legno di fortuna o giocano con le camere d’aria dei pneumatici. Alcune preadolescenti si fanno le treccine e due di loro si scattano foto col telefono. Un anziano vende dei coltellacci tradizionali. L'aula scolastica è vuota, sulla lavagna scritte in francese. Tra una capanna e l'altra qualche gallina e delle capre.

I bedik rappresentano circa l’1% della popolazione del Senegal e molti li associano ai vicini bassari – anche se secondo Jean-Baptiste questi ultimi hanno "venduto le loro anime" con l'arrivo dei primi turisti, mentre loro mantengono ancora le loro tradizioni millenarie. I bedik praticano una religione che miscela il cristianesimo portato dai francesi alle loro storiche radici animiste, e infatti molte leggende riguardano le diavolerie operate dal grande fromager e dal sacro baobab. I loro antenati sono le famiglie Keita e Camera, giunte dal Mali. Durante la guerra tribale condotta da tale Alpha Yaye, venuto dal massiccio Fouta Djallon per convertirli alla religione islamica, i bedik sono stati dispersi e molti di loro uccisi. In seguito si sono salvati soltanto sacrificando i giovani più valorosi allo spirito del villaggio, infatti quando Alpha Yaye tornò per sottometterli essi erano protetti dal suddetto spirito: sciami d'api combattevano per loro e pungevano a morte gli uomini di Alpha Yaye. Questo (sempre secondo il capo villaggio) è il più vecchio dei 7 paesi bedik di tutta l'Africa occidentale, infatti dentro al grande baobab c'è un cadavere che risale a cinque anni prima della crescita dell'albero e dunque si può facilmente arguire che esso risale al 13° secolo. 
Jean-Baptiste al momento è assente e dunque queste scarne informazioni non le apprendiamo dalla sua viva voce, bensì le leggiamo su una fotocopia in italiano. È presente sua moglie Adèle, da cui ha avuto 7 figli, che però non è un tipo molto espansivo. La popolazione è in continuo calo e oggi ammonta a circa 500 abitanti; essa è sempre stata formata da quattro famiglie con compiti e funzioni specifiche: i Keita, il ramo da cui nasce Jean-Baptiste, sono quelli che governano il villaggio, gli altri sono incaricati di organizzare le feste tradizionali, di assicurare il rispetto dei riti e dei costumi ancestrali e di realizzare gli attrezzi agricoli. Nel villaggio si può dormire per 3000 sefà, mangiare per 1500 e fare colazione per 1000. Noi però dopo esserci riposati intraprendiamo nuovamente il trekking in discesa, alla fine del quale ci attende inaspettata una capanna adibita a bar dove vendono la birra ghiacciata.

La tappa successiva è costituita dalle Cascate Dindefelo, quasi al confine con la Guinea. Per raggiungerle basta pagare 1000 CFA per l’ingresso e camminare piacevolmente per circa 25 minuti nella foresta, nonostante un po’ tutti sulla strada tentino di convincerci che è impossibile trovare la cascata senza guida e pretendano altri soldi. A dirla tutta, la cascata è identica a mille altre cascate in giro per il mondo, un luogo ameno dove provare refrigerio dopo ore di caldo e polvere e magari tuffarsi nelle gelide acque.

La prima notte a Kédougou alloggiamo presso un grazioso relais dove possiamo farci una nuotata in piscina prima della parca cena al ristorante affacciato sul fiume Gambia. Purtroppo la notte successiva non c’è posto, dunque dobbiamo accontentarci di uno spartano campement di Mako. Al nostro arrivo, in serata, ci vengono mostrati dei bungalow semplici ma puliti; tornata però in camera dopo cena trovo una spiacevole sorpresa: il pavimento compreso tra il letto e il bagno è ricoperto da un raccapricciante tappeto di formiche, e in particolare il gabinetto è diventato completamente nero. Corro a chiamare l’addetto, il quale con una velocità quasi comica mi aiuta a portare via tutti i miei averi, avendo cura di saltellare alternativamente su un piede e sull’altro per non farsi morsicare, e nel contempo spruzzando in ogni dove l’insetticida. Mi viene assegnato un altro bungalow identico a quello di prima, anch’esso inizialmente privo di formiche, ma purtroppo, come temevo, una mezz'ora dopo l’invasione si verifica anche in questa stanza. Vado a svegliare l’addetto, il quale prova a trovarmi un’altra sistemazione decente illuminando con la torcia stanze semidiroccate con giacigli di fortuna luridi, che io guardo inorridita. È dunque costretto a svegliare la cuoca e sua figlia, chiedendo loro di cedermi il loro letto matrimoniale, dove finalmente (pur sentendomi in colpa) riesco a fare qualche ora di sonno. La mattina dopo scopro che a qualcuno è andata peggio: della presenza delle formiche si è accorto soltanto una volta seduto sul water, nel cuore della buia notte, quando le stesse hanno cominciato a salirgli dappertutto e a morsicarlo.

Racconto di viaggio "CUGINI PER SCHERZO. MACINANDO CHILOMETRI TRA SENEGAL E GAMBIA" (dicembre 2017 - gennaio 2018)

Tagged under: Africa occidentale,