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  • Categoria: Senegal

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La petite côte

gennaio 2018

La Petite côte è il tratto di costa a sud di Dakar, caratterizzato da clima piacevole, spiagge riparate dalle correnti e mare adatto alla balneazione. Qui entro in contatto con i Sérèr, la terza etnia dominante del paese, con cui concludo il tour dei principali popoli senegalesi e gambiani: i maggioritari Wolof, i pastori Peul, i Bassari e i Bedick di Kedougou, i Jola della Casamance, i Mandinka, presenti soprattutto in Gambia e dintorni.
Questo mosaico etnico non è ovviamente una prerogativa del Senegal ma si ritrova in quasi tutti i paesi africani. Durante il colonialismo i paesi europei hanno mantenuto e in certi casi alimentato queste divisioni per un loro tornaconto, forzando diversi popoli in un unico stato, creando mostruosità come il Gambia incastonato dentro al Senegal e spesso accendendo la miccia per molte guerre a venire. In Europa invece, anche grazie al principio dell’autodeterminazione dei popoli, etnia e nazione in linea di massima coincidono.

In un periodo in cui nella vecchia Europa l’identità culturale e persino etnica è diventata un valore da difendere a spada tratta, paradossalmente è proprio in questa parte dell’Africa che si può apprendere una nuova modalità per relazionarsi in maniera pacifica e conciliante, mettendo da parte la prevaricazione e l’aggressività ormai così diffuse. Si tratta del cosiddetto "cousinage à plaisanterie", una relazione tra due persone nella quale uno è autorizzato a stuzzicare o prendere in giro l'altro, il quale da parte sua non se la deve prendere. La “parentela scherzosa” infatti prende la forma di un gioco tra due persone di comunità diverse, che simbolicamente rappresentano due cugini della stessa famiglia: in questo tipo di dialogo giocoso ognuno porta come argomento una qualsiasi caratteristica che differenzia la propria comunità o gruppo socio-economico da quello dell’interlocutore; le due persone sembra che stiano litigando o addirittura si stiano insultando, ma in realtà non hanno alcun risentimento e anzi alla fine si fanno una grossa risata oppure si abbracciano. Questa relazione è spesso il risultato di un patto ancestrale che vieta i conflitti tra le comunità in questione, ed è praticata in situazioni quotidiane oppure in occasioni speciali come feste e cerimonie; essa promuove la coesione e la stabilità delle famiglie, i gruppi etnici e le comunità, tanto che l'UNESCO nel 2014 ha decretato che questa pratica soddisfi i criteri per l'iscrizione nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. 

Nella “piccola costa” mi aspetta un’altra escursione in piroga simile a quella organizzata in Casamance, ma molto più frequentata. Il contesto è il delta dei fiumi Siné e Saloum, parco nazionale dotato dei già noti canali salmastri, isolotti, banchi di sabbia e mangrovie. Di nuovo in piroga sull'acqua ferma come olio fino al piccolo villaggio di Diogane, dove vengo condotta in una scuola. Qui si denota chiaramente un rapporto con i turisti molto più commerciale e un’attitudine generalmente più menefreghista, visto che le frotte di bambini, lasciati scorrazzare incustoditi in una ricreazione infinita, infilano spudoratamente le loro manine nelle borse dei turisti e lanciano certi sguardi velenosi spesso conditi da probabili insulti. Insomma, non vedo l’ora di scapparmene. Per pranzo gli organizzatori della gita hanno scelto un posticino appartato dove si sono messi ad arrostire del pesce sulla spiaggia. Ed è subito Jamaica.
Il capolinea della navigazione è Djifer, caratterizzata da un’ennesima spiaggia di pescatori allietata dai colori delle barche e degli abiti, montarozzi di gusci di conchiglie e puzza di pesce sotto sale. Il tramonto mi coglie a Palmarin in un ecolodge sulla spiaggia; all’ora dell’aperitivo spira un vento drammatico e devo fare i conti con la porta della capanna, così imbottita di salsedine che non si chiude.

L’ultima giornata di visite si svolge nel Senegal più turistico. Samba Dia, conosciuto come il baobab più grande del paese, non è altro che la scusa senegalese per vendere souvenir. Alle immancabili isole gemelle di Joal e Fadiouth si giunge percorrendo un ponte pedonale: nella prima nacque l’ex presidente e poeta Senghor e c’è una chiesa cattolica con un cuore rosa di cemento sul campanile, la seconda ospita un cimitero musulmano-cristiano su un pavimento di conchiglie. M'bour, la più grande città della costa, è la tappa per fare della beneficenza al locale orfanotrofio. E infine l'evitabilissima Reserve de Bandia: il giro in jeep fa scorrazzare i turisti in una specie di zoo dove, viste le cifre esorbitanti del biglietto, vedere gli animali della savana è sicuro al cento per cento. Da segnalare il tramonto tipicamente africano tra i baobab.

Le ultime 24 ore sono le più tipicamente vacanziere: posso vantare una cena a buffet a base di ricci di mare e ostriche, una permanenza in spiaggia semideserta (se non contiamo i giovanotti del luogo che fanno il bagnetto domenicale alle capre), una lunga passeggiata fino alla laguna di Somone, una nuotata al tramonto e un’ultima Flag prima del trasferimento all'aeroporto di Dakar.
E anche stavolta, con l'odore persistente di burro di karitè addosso, è giunta l'ora di tornare all'inverno.

Racconto di viaggio "CUGINI PER SCHERZO. MACINANDO CHILOMETRI TRA SENEGAL E GAMBIA" (dicembre 2017 - gennaio 2018)

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