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UN VIAGGIO IN CAPO AL MONDO (Sudafrica e Swaziland)

Sicuramente ne verrò a capo

Galleria fotografica 

When I try to sleep at night / I can only dream in red / The outside world is black and white / With only one colour dead.
[ Peter Gabriel, "Biko" ]

All'imbrunire siamo a Sabie, "a tranquil, malaria-free holiday destination" nel Mpumalanga. Sono le sette e piove. Dopo cena, in un gruppetto compatto che sa il fatto suo, raggiungiamo il bar più vicino, dove la clientela è esclusivamente composta da bianchi, la maggior parte dei quali fortemente sovrappeso, per non dire francamente obesi. Facciamo facilmente amicizia con gli avventori presenti, che ci introducono subito alle usanze locali: sbronzarsi, giocare a biliardo e ballare (male). Quando il dj mette su "Scatterlings of Africa" dello "Zulu bianco" Johnny Clegg, un cliente scamiciato glielo fa togliere, probabilmente non condividendo le tematiche antirazziste che al musicista sudafricano valsero la censura negli anni Ottanta. Lo spirito natalizio, a quanto pare, non ha fatto breccia nel cuore del nostro nuovo amico.

Siamo qui per visitare il magnifico BLYDE RIVER CANYON, il terzo al mondo per profondità, ma l'unico ricoperto di vegetazione. Durante il percorso è obbligatorio fermarsi nei posti panoramici e scenografici, dotati di nomi sognanti come: The pinnacle (uno spuntone di roccia solitario in mezzo ad una valle piena di nuvole); God's Window e Wonder View (panorami non pervenuti causa nebbia); Berlin Falls (cascata circondata da vasto prato e, oltre, da foreste di pini a perdita d'occhio); Bourkès Luck Potholes (enormi cavità circolari scavate dal fiume Blyde nella roccia rossastra); The Three Rondavels (tre rocce sorelle a forma di tipiche capanne circolari con tetto di paglia).

Approfittando della festività natalizia, tanti sudafricani hanno deciso di trascorrere una giornata all'aperto come noi: stanno sull'orlo dei precipizi a farsi fotografare con il panorama dietro, percorrono in comitive vocianti i sentieri nella foresta, mettono i piedi nel fiume schizzandosi tra loro, scendono festosamente dalle auto e dai pulmini muovendosi al suono della musica che proviene dalle autoradio, nei bar dotati di amplificatori enormi ballano bevendo la birra, mentre in grandi spiazzi tra gli alberi preparano enormi barbecue (braai, lo chiamano gli afrikaner, che ne hanno diffuso l'usanza). Tutti ti salutano e con un sorriso ti chiedono come stai, confermando l'affabilità già riscontrata negli inservienti dell'aeroporto di Jo'burg, nei benzinai della Engen, nei cassieri di Wimpy.

Scavalliamo nella regione del LIMPOPO, visitiamo le inutili ECHO CAVES e dopo il tramonto arriviamo presso un'amena guest house di PHALABORWA, la "città delle due estati". Scoprirò ben presto che in quest'area del Sudafrica gli alloggi sono quasi sempre gestiti da donne boere rigide come mazze di scopa e dalla pronuncia gutturale gracchiante. Queste due sorelle vedove anticomuniste se la cavano egregiamente con la cena natalizia, ma alla fine, dopo il gelato, gli facciamo fuori tutti i superalcolici nascosti nella credenza, così imparano a dire che i neri non hanno voglia di fare niente e che si stava molto meglio prima che quel terrorista di Mandela fosse liberato. A loro merito però va detto che, avendo constatato quanto ci fosse piaciuto l'Amarula (la risposta locale al Baileys), ce ne hanno messo una bustina ciascuno nel cestino per il pranzo.

Ricomincio da capo

E fu Natale, Natale nel cuore dell'estate.
[ Nadine Gordimer, "Un mondo di stranieri" ]

C'erano venti esseri umani di nazionalità italiana di fronte all'ufficio di cambio dell'AEROPORTO DI JOHANNESBURG, la mattina della Vigilia di Natale. Quasi tutti avevano più bagagli di quanti in realtà gliene sarebbero serviti. Tutti erano eccitati per l'avventura che li aspettava.

Motivazioni svariate li avevano riuniti lì. Alcuni erano curiosi di osservare la fauna e la flora che fanno del Sudafrica uno degli Stati più ricchi di biodiversità del pianeta. Altri erano lì per approfondire la conoscenza delle diverse etnie che popolano la Nazione Arcobaleno e comprendere meglio l'attuale situazione socio-politica. C'era chi voleva praticare surf tra le famosissime onde oceaniche, o addirittura buttarsi con il bungee jumping da qualche ponte altissimo. Qualcuno non vedeva l'ora di provare la macchina fotografica nuova. Molti speravano di andare in spiaggia almeno una volta. Non mancavano i partecipanti che avevano il sogno del Sudafrica da quando avevano visto "Invictus", in cui Morgan Freeman veste mimeticamente i panni di Mandela; né chi era stato segnato, più di quanto non volesse ammettere, dal film "Lo squalo". Purtroppo non è escluso che qualcuno, come punto di riferimento morale, avesse De Sica e Panariello nel cinepanettone "Natale in Sudafrica".

C'era infine chi voleva andare in Namibia o Tanzania, ma non c'era più posto, e ora, un po' defilato rispetto agli altri, stava pensando cosa ci faceva qui che questa non è la vera Africa; ma intanto si trovava come gli altri all'aeroporto di Johannesburg, la mattina della vigilia di Natale, davanti al bancomat che gli sputava 1000 Rand, cioè 95 Euro.

Comunque. I partecipanti si erano distribuiti con infantile entusiasmo nelle vetture a noleggio, consegnate con la consueta solerzia africana. Poi si erano abbandonati alle sapienti mani degli autisti, che in pochi quarti d'ora si erano abituati alla guida a sinistra, seppur continuando per giorni ad azionare i tergicristalli invece delle frecce e – solo qualcuno – a grattare paurosamente con il cambio mancino.

Quasi tutti in quel momento ignoravano che la vera avventura non sarebbe stata percorrere circa 3500 chilometri sulle strade sudafricane, né partecipare ai safari fotografici, né attraversare le famigerate township, bensì convivere per diciassette giorni con altre diciannove persone.

Da un capo all'altro del Kruger Park

Sono a metà della mia vita e non so ancora se sono una zebra bianca a strisce nere o nera a strisce bianche!
[ La zebra Marty, "Madagascar" ]

A nord est si "fanno" i parchi e noi abbiamo "fatto" prima di tutto il famosissimo PARCO KRUGER, enorme e ricco di paesaggi come la savana subtropicale e il bush. I game drive li abbiamo effettuati nella nostra auto a noleggio, attenendoci ad un regolamento molto rigido e foriero di ansie a catena (ramanzine dai ranger e multe). Il safari inizia molto presto sotto un diluvio poco promettente. La scena madre però non tarda ad arrivare: in lontananza, vicino ad una pozza, una carcassa di elefante viene divorata dalle iene; tutto intorno gli avvoltoi aspettano impettiti il loro turno. Dopo questo banchetto disgustoso, nondimeno morbosamente osservato col binocolo, l'ottimismo si impenna improvvisamente, ma purtroppo, ve lo dico subito, tutte le altre aspettative sono state frustrate: nessun sinuoso leopardo sul ramo di acacia, nessun leone famelico che sbrana una gazzella o una zebra, nemmeno un possente branco di centinaia di erbivori.

Il game drive è stato lo stesso molto emozionante, soprattutto per me che non ne avevo mai fatti. La sintesi degli avvistamenti è la seguente: qualche volatile a pois con la crestina fru-fru; teneri gruppetti di impala; una giraffa che si intravede tra gli alberi; un elefante che spunta dal cespuglio; un avvoltoio in cima a un ramo; un camaleonte dello stesso colore della polvere; tartarughe che attraversano lentamente (dovunque sicomori che spuntano dall'alta prateria). Ecco le zebre, simpatiche a coppie con i colli incrociati, o che ti mostrano il sedere; da non confondersi, in lontananza, con gli gnu, che sembravano, nel riverbero del bush, zebre sporche (e tutto intorno la savana sconfinata che brilla sotto le nuvole di panna). E poi il rinoceronte bianco insieme al figlioletto; quello nero solo solo vicino al fiume; qualche bufalo lontano con le corna uguali alle trecce bionde dell'olandesina; un gruppo folto di babbuini giocherelloni; un altro elefante che attraversa la strada, anzi sono tre, in fila; uccelli colorati in volo e rapaci immobili; altre zebre, impala, kudu, nyala, struzzi (acacie a perdita d'occhio e un baobab segnalato). Finalmente una leonessa malata piazzata accanto al ciglio della strada (e nonostante fosse tanto malridotta, per fotografarla si rischia più di un incidente); babbuina che allatta; due giraffe che fanno la ics con il collo (il gate, per un soffio).

Quelli che hanno "fatto" il Serengeti e lo Ngorongoro non fanno altro che ripetere che erano molto più belli e infatti hanno visto un casino di animali, anche in branchi di duecento-trecento esemplari, e persino il leone e il leopardo. Quelli che hanno "fatto" gli altri parchi molto più belli però non li hanno "fatti" nell'estate australe, quando fa così caldo che col cavolo i big five lasciano i loro ombrosi rifugi per farsi vedere da questi turisti muniti di binocolo e teleobiettivo; e quando la vegetazione è così rigogliosa che magari vedi un puntolino giallo o arancione in lontananza e ti fermi quindici minuti ad aspettare che si muova, finché non scopri che non era un ghepardo ma era un ramo. Qualcuno di quelli che hanno "fatto" il Serengeti e lo Ngorongoro, poi ha opinato che era stata un'esagerazione programmare due intere giornate al parco Kruger, il più grande e celebre del Sudafrica.

Poiché nei camp del parco non c'era posto a causa dell'altissima stagione, abbiamo dormito per due notti ad HAZYVIEW, nell'ostello di Adrian, un giovanotto pallido, magro e iperattivo, figlio di una coppia di inglesi che poco prima della sua nascita decisero di impacchettare tutto e trasferirsi in questa terra piena di possibilità. Nei numeri al bancone del bar e nelle selezioni musicali se la cava bene, invece per quanto riguarda la cucina è proprio negato. Adrian sarebbe anche un tipo interessante da sobrio, ma purtroppo durante il giorno siamo impegnati nel game drive e partiamo così presto che lui non ha ancora smaltito la sbornia. Quindi dobbiamo fidarci sulla parola. L'ostello di Adrian ha scioccato i partecipanti meno consapevoli, poco avvezzi a farsi la doccia in compagnia delle rane e ad attraversare corridoi pullulanti di insetti imprecisati, ma si è fatto apprezzare per l'originalità degli ambienti, perfettamente inseriti nel bush circostante, e per il clima festoso che si respirava (comunque consiglierei ad Adrian, en passant, di comprare dei materassi nuovi).

Lunga vita al Capo di Stato

Alla DOGANA DI OSHOEK c'è una enorme parete color giallo limone con scritto "Welcome to the Kingdom of Swaziland". Storte e non allineate, al muro sono appese tre foto incorniciate: una ritrae il re (vestito con un pareo sulle tonalità del rosso annodato sulla spalla, una specie di bandana legata sul bicipite sinistro e una collana con due ciondoli); l'altra la mamma del re quando era giovane (con una specie di scialle rigido bianco e nero e una fascia dorata in testa, ornata di piuma); l'ultima il primo ministro (normale, con giacca e cravatta).

Le funzionarie doganali scoppiano a ridere quando, rispondendo alla loro domanda, pronuncio il nome del parco dove stiamo andando "miluein" invece di "mhillihuane". Continuano a sbellicarsi anche mentre mi timbrano il passaporto. L'impiegata dell'attiguo ufficio del turismo, quando le domandiamo se il re è sposato, ci guarda perplessa rispondendo in un sussurro: «Ha quattordici mogli». Questa, a quanto mi risulta, dovrebbe essere l'unica monarchia assoluta in tutto il continente africano.

In SWAZILAND c'è un nebbione pauroso mentre ci dirigiamo al MILWANE WILDLIFE SANCTUARY, la più antica area protetta del Paese. Il nostro alloggio è una tradizionale capanna zulu ad alveare, una delle 14 messe in cerchio in una piazzola che ricorda i villaggi tradizionali, dove ti aspetti da un momento all'altro la comparsa teatrale dello stregone e del capovillaggio mezzo nudo che esce dalla capanna più bella, pronti per un sacrificio rituale nel quale noi, popolo di Lubumba, in preda a qualche sostanza lisergica e alla musica ipnotica delle percussioni tribali, soccomberemo. Noi però non soccombiamo affatto perché nella finta capanna zulu c'è l'elettricità e il letto con doppio materasso, la teiera e pure la saponetta sull'asciugamano fresco di bucato, e persino il bagno in muratura con la doccia e l'acqua calda.

A differenza del popolo di Lubumba, non dobbiamo procacciarci del cibo uccidendo facoceri e impala, ma possiamo andare tranquillamente a cena all'Hippo Haunt, il ristorante del parco, ubicato dentro ad una palafitta. L'unica difficoltà è camminare al buio sotto la pioggia scrosciante, ma non è una grandissima difficoltà. Ciò che ci preoccupa maggiormente è come sarà il tempo l'indomani, per cui chiediamo agli indigeni se la pioggia continuerà, come se loro lo potessero sapere. Alzano le spalle, infatti.

Il giorno dopo, grazie ai riti propiziatori a base di birra Black Label, splende il sole. La luce è magnifica per fotografare le zebre, gli gnu e i facoceri che brucano nel verde brillante. I partecipanti possono scegliere di percorrere il parco a piedi oppure in bicicletta (chi opta per il trekking vedrà un coccodrillo sull'argine del fiume; gli altri no). A seguire facciamo una piccola sosta al mercato di MANZINI, dove i mozambicani vendono batik, bamboline di pezza e oggetti realizzati dagli Ndebele con le perline colorate, a prezzi molto inferiori a quelli a cui li vendono in tutto il Sudafrica.

Senza capo né coda

Tutti i tour attraversano lo Swaziland fondamentalmente per evitare i trecento chilometri necessari per aggirarlo, dunque dopo 24 ore siamo di nuovo in Sudafrica, di preciso nel KWAZULU-NATAL. Questa regione è nata dall'unificazione della provincia di Natal con la Terra degli Zulu, che nel periodo dell'apartheid era una cosiddetta "homeland", dove una grande percentuale di neri nativi fu forzata a trasferirsi.
Gli Zulu hanno un loro re, King Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, molto rispettato e amato, dotato di numerosi completini di leopardo e diademi di piume di struzzo. Egli tiene ancora vive le care vecchie tradizioni, come ad esempio la "danza delle canne", una specie di gara di bellezza per vergini, tra le quali un tempo il re sceglieva la nuova moglie annuale. Per fortuna oggi non è più la solidità di una canna a comprovare l'illibatezza della fanciulla, bensì un più affidabile certificato medico (e comunque King Goodwill ha già sei mogli e per ora dice che sta a posto).

In questa guest house alle porte dell’HLUHLUWE-UMFOLOZI PARK ci attende il solito personale femminile afrikaner che si sforza inutilmente di essere cordiale e che ci ha predisposto la consueta cena a buffet a base di insalata greca, secondo di carne e contorno di patate e zucca. Gli arredi e la struttura sono di una raffinatezza coloniale: di gran pregio la tipica sala con gli animali della savana imbalsamati.

Dopo cena raggiungiamo un bar periferico grazie ad un provvidenziale passaggio in pick-up. Qui gli avventori sono tutti di colore: c'è l'eccentrica regina della notte che ci dà il benvenuto, ci sono i corpulenti padroni col cappello che ci fanno vedere la nuova ala in costruzione, c'è Tommy l'ubriaco con gli occhi verdi, ci sono i giocatori di biliardo, i bevitori di birra, la musica spaccatimpani, ma non c'è niente da temere: un cartello all'ingresso segnala il divieto di introdurre armi nel locale.

Se avete bisogno di indicazioni per raggiungere il parco Hluhluwe-Imfolozi, chiedetele semplicemente per il "park", tanto non sarete capaci di pronunciarne il nome a causa delle ostiche "consonanti clic". Questo parco (il più vecchio di tutto il Sudafrica) è davvero bello, le colline ammantate di verde brillante, tutto intorno punteggiato da casette cilindriche color pastello sormontate da tetti di paglia, e poi non c'è quasi nessuno e il contatto con la natura è molto più diretto rispetto al Kruger. Ovviamente, anche qua la bellezza del paesaggio è inversamente proporzionale al numero di animali avvistabili: ci sono le zebre, i bufali, i nyala, le giraffe, le scimmie, però il leone e il leopardo – o ghepardo che sia – comunque non li abbiamo visti, e nemmeno i rinoceronti (e dire che in questa riserva vi è una delle più alte concentrazioni di rinoceronti di tutto il mondo). E comunque ci eravamo stancati la vista con questa vegetazione molto fitta della stagione delle piogge e, a dirla tutta, volevamo andare al mare.

Siamo tutti eccitati perché finalmente raggiungeremo l'Oceano Indiano in questo posto esotico dal nome Cape Vidal, che poi loro lo pronunciano Vàidal anche se è un nome evidentemente portoghese. Fino a St. Lucia, tra foreste di eucalipti e piantagioni di canna da zucchero e ananas, la strada non è tanta; poi, quasi raggiunto l'estuario e presa la direzione Beach Road, la spiaggia sembrava dietro l'angolo. E invece prima bisogna fare la fila per entrare nell'ISIMANGALISO WETLAND PARK, il terzo parco più grande del Sudafrica, che comprende specchi d'acqua e fiumi, isole ricoperte di canne palustri, dune gigantesche ricoperte di vegetazione e aree boscose. Poi, una volta dentro, sono tanti i chilometri da percorrere: ormai ne abbiamo le tasche piene di impala e zebre e li guardiamo di sfuggita, o addirittura con fastidio, perché per colpa loro dobbiamo andare piano piano. Per fortuna giungiamo sulla spiaggia in tempo per fare il primo bagno tra le terribili onde oceaniche.

La cittadina di ST. LUCIA si sviluppa intorno ad una strada di nome McKenzie Street e occupa l'ultima ansa del fiume St. Lucia, emissario del Lago St. Lucia (il più grande del Sudafrica, mica una pozzanghera). Su McKenzie Street sono allineati tutti gli hotel, i b&b, i ristoranti, gli internet cafè e le bancarelle: se mentre ci cammini fai mente locale, potresti essere in qualunque parte del mondo.

Al mattino presto ci aspetta la sospirata crociera per vedere i coccodrilli. La barca percorrerà un tratto del fiume, senza arrivare né alla laguna, né al mare. Tutti quelli che ci sono andati, e anche loro stessi, naturalmente, gli organizzatori della Hippo & croc cruise, dicono che avvisteremo uccelli in quantità, dal martin pescatore a tutti i tipi di airone all'aquila africana, ma che è soprattutto la numerosissima popolazione di ippopotami e coccodrilli che ci meraviglierà. Ora, di uccelli era pieno; di ippopotami ne abbiamo visti quanti ne volevamo e roteavano le orecchie proprio come nei cartoni animati e tutto; ma di coccodrilli non ne abbiamo visto manco uno.

Siamo giunti al capolinea

A DURBAN arriviamo con 6 giorni di ritardo per festeggiare il cinquecentoquattordicesimo anniversario dell'approdo di Vasco da Gama. Il poco fantasioso navigatore portoghese infatti chiamò questa regione Natal perché vi giunse il 25 dicembre 1497.

Lo devo ammettere: a Durban non concludiamo nulla. Prima di tutto chiunque incontriamo (il lavamacchine, l'uomo del parcheggio, il guardiano dell'ostello, senza contare la Lonely Planet) ci mette l'ansia addosso non facendo altro che ripetere quanto sia pericolosa la città. Poi stanno tutti sbaraccando a causa dell'imminente festa dell'ultimo dell'anno e dopo le cinque i negozi chiudono. Oltretutto bisogna lavare le auto che sono conciate da schifo e cercare un parcheggio custodito. Come se non bastasse, bisogna farsi dare i posti letto dalle signorine del Banana Backpackers, che è una cosa non tanto facile. E inoltre sta diluviando. Va a finire che giochiamo a biliardo o ci ubriachiamo al bar dell'ostello e poi andiamo a cena sul lungomare.
Nei pressi del Golden Mile riusciamo a trovare posto per mangiare soltanto in questo ristorante indiano-musulmano, dove non vendono nemmeno gli alcolici, ai muri ci sono i poster della Mecca e quasi tutti sbagliano ordinazione ed escono con la bocca ustionata dalle spezie piccanti. A Durban, e in particolare in questo quartiere, c'è la più grande concentrazione di indiani di tutto il Paese, che sono i discendenti di quelli importati qui verso la metà dell'Ottocento per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Per fare questo lavoro non hanno mai avuto il fisico – e infatti oggi si occupano di tutt'altro. Gandhi, che ci visse per una ventina d'anni, lo aveva già capito, non per niente a quell’epoca, invece di lavorare nelle piantagioni, era impegnato nel movimento per i diritti civili.

La serata prosegue in Florida Road dove i locali in cui si brinda al nuovo anno sono tutti dotati di buttafuori all'ingresso. Poche ore di sonno e ci aspetta il volo interno per Port Elizabeth.

Capodanno in spiaggia

I neri amano la spiaggia. Si rotolano nella sabbia in biancheria intima, corrono in giro e giocano a calcio e ballano e cantano e sguazzano tra le onde. Quando vedi quanto i neri amino la spiaggia ti domandi perché ci vanno soltanto una volta all'anno - il primo dell'anno. Scendono sulle spiagge a centinaia e migliaia da tutto il Paese in minibus, autobus e vecchie Toyota Cressida. I bianchi lo sanno benissimo e questo è il motivo per cui non vedrai mai un bianco in spiaggia il primo dell'anno.
[ Simon Kilpatrick, "The racist guide to the people of South Africa" ]

A PORT ELIZABETH ci impieghiamo un po' a trovare l'alloggio prenotato, poiché il navigatore in dotazione è provvisto di una mappa precedente ai mondiali del 2010, e dunque inutilizzabile. La città è apparentemente deserta. Solo quando raggiungiamo le spiagge scopriamo dove stavano accatastati i settecentomila abitanti: un indescrivibile ammasso di gente variopinta (i sudafricani amano i colori brillanti e appariscenti) riempie la strada, la spiaggia e lo strand erboso, e ci vuole parecchio tempo per trovare un parcheggio, seppur fuorilegge.

La sabbia turbina e il mare è in tempesta (non a caso Port Elizabeth è soprannominata "the windy town"). Il sud ci accoglie così: ci schiaffeggia come se fossimo su una spiaggia atlantica in Portogallo. Raggiungiamo poi CAPE RECIFE e ci fermiamo ad ammirare il promontorio sabbioso, a pochi passi dal mare. Stupiti dell'inusuale ritardo con cui si presenta il tramonto, ci rendiamo conto di quanta strada abbiamo fatto in una sola settimana.

In quel mentre questi due omoni attaccano bottone e ci offrono un po' delle loro bistecchine avanzate dal braai. «Il problema più grave del Sudafrica» mi dice uno di loro dopo il primo brindisi «sono gli stupri». Io lo guardo sconcertata. «Ma non stavamo parlando di alimentazione a base di carne?» «Appunto» dice lui, accarezzandosi la pancia, piuttosto appariscente anche se spalmata su più di un metro e novanta d'altezza. «Tocca» mi fa «con la pancia così dura e compatta che abbiamo noi, nessuna ragazza stuprata riesce a divincolarsi. Mica come voi, mangiaspaghetti!»
Saranno stati i bicchieri di vino Sweet Rosé che continuava a servirsi da un cartone munito di rubinetto, o magari il liquore al cioccolato che avevano tirato fuori dall'auto, ma il nostro amico col cappello da baseball va avanti impavido. «E sai anche che noi abbiamo la più alta percentuale mondiale di contagi da HIV? Vuoi sapere il motivo? Perché noi amiamo il sesso! Noi lo facciamo anche tre volte al giorno! Noi sudafricani siamo così...» e ci offre ancora dell'insalata di patate e delle costolette e poi un'ultima foto ricordo col cognato e sua moglie, anche loro evidentemente grandi mangiatori di carne alla brace. E finalmente riusciamo a divincolarci dai loro abbracci e inviti a dormire a casa loro, e ci chiudiamo in macchina mentre loro ci salutano con le mani unte e il bicchiere in mano, noncuranti del vento gelido.

Qua c'è poco da ridere: secondo una stima, circa mezzo milione di donne viene stuprato ogni anno in Sudafrica. Se a ciò aggiungete che la diffusione di HIV è la più elevata al mondo (i contagiati sono più di 5 milioni di persone, un quinto della popolazione adulta) potete facilmente comprendere perché io quel meticcio lì (anche se le sue bistecche erano molto saporite) non lo aggiungerei ai miei amici di facebook.

D'altra parte persino il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma (una specie di Berlusconi poligamo e un po' abbronzato), qualche anno fa venne accusato dello stupro di una giovane militante sieropositiva. All'epoca se ne uscì con una affermazione che lo ha reso famoso in tutto il mondo: disse che dopo il rapporto si era fatto una lunga doccia per evitare il contagio. Zuma al processo venne assolto, però da quel momento si è impegnato sul fronte della lotta all'Aids, come l'intero governo, che ha attivato diverse campagne di prevenzione. Tra le altre cose raccomanda la pratica della circoncisione e mette a disposizione gratuitamente milioni di preservativi (sebbene, secondo alcuni, essi siano poco glamour e di cattiva qualità). Anche il marketing contribuisce alla stessa causa: hanno inventato preservativi da donna muniti di denti (per liberarsi della morsa è necessario recarsi in ospedale) e condom per gli ubriachi, dotati di pratiche maniglie.

Un capolavoro!

His path was marked / By the stars in the southern hemisphere / And he walked his days / Under African skies.
[ Paul Simon, "Under African Skies" ]

Oggi ci attendono ben 400 chilometri di strada, per cui partiamo prestissimo, nonostante il tentativo di boicottaggio da parte di un partecipante che, in perfetto stile afrikaner, monopolizza il bagno per 23 minuti.

Facciamo colazione a JEFFREYS BAY, una delle prime cinque destinazioni al mondo preferite dagli amanti del surf. Sono le sette del mattino, tutto è molto tranquillo e la luce cade obliqua sui turisti già scesi in spiaggia. Nessuno dei partecipanti si cimenta col surf, qualcuno però utilizza il bagno che non era riuscito ad utilizzare al mattino.

La maggior parte della giornata è dedicata alla visita del PARCO NAZIONALE TSITSIKAMMA, affacciato per 80 chilometri di coste rocciose sul trionfante oceano spumoso (il nome del parco in lingua Khoisan vuol dire "posto di acqua abbondante"). Un limitatissimo numero di partecipanti intraprende una incantevole passeggiata: superato il ponte sospeso sulla foce del fiume Storm, percorrono una ripida salita che li conduce (attraverso la macchia mediterranea dei tipici fynbos), ai diversi punti panoramici dai quali ammirare tutta la linea di costa, la foce, il ponte sospeso, la foresta e le casette con il tetto verde affacciate sull'oceano. Un gruppetto appena meno ristretto percorre il Sentiero della Cascata, un'escursione che segue i primi 2 chilometri e mezzo del ben più lungo Otter Trail (l'Otter sarebbe la lontra senza artigli, tipica del posto). Due trekker incontrano un impala sul loro cammino, uno si sbuccia un ginocchio, solo due raggiungono la cascata. La gran parte degli altri partecipanti pranza al ristorante.

Lasciato il parco, proseguiamo felici la strada verso est (siamo ora nella provincia del Capo Occidentale) e attraversiamo un ponte alto 216 metri sul fiume Bloukrans, dove da alcuni anni si può effettuare il bungee jumping più elevato del mondo (purtroppo nessuno dei partecipanti riesce a dimostrare il suo effettivo coraggio, poiché per compiere il salto, in alta stagione, è necessario prenotare parecchi giorni prima).

Arriviamo a KNYSNA all'ora migliore. La laguna è blu e verde e brillante. Le casette sembrano tutte appena costruite e con i loro colori sobri (bianco, beige, grigio chiaro, celeste) non disturbano niente e nessuno. Sono tutti sul waterfront a bere l'aperitivo godendosi lo scintillio dell'acqua; benessere e rilassatezza pervadono l'aria, sembra Porto Cervo. Alcuni partecipanti decidono di fermarsi per cena (probabilmente per scofanarsi le celebri ostriche), secondo altri invece sarebbe un'assurdità percorrere la meravigliosa GARDEN ROUTE col buio: il tramonto accompagna sulla sinistra i fan della Garden Route mentre raggiungono MOSSEL BAY. Un terzo schieramento non si era nemmeno accorto di trovarsi sulla Garden Route; e pensare che era uno dei motivi per cui alcuni di loro avevano scelto di venire in Sudafrica, da quando avevano letto che la Lonely Planet l'ha inserita nella Top 10 strade panoramiche mondiali.

Dopo il punto si va a capo

E poi l'inquietudine viene meno, il paesaggio si apre, le pianure si stendono intorno a noi per esporre i loro geroglifici tuttora indecifrabili, fatti di boscaglia e pietra, canali di erosione, chiazze di erba precaria, macchie di agavi o opunzie color grigio celeste, e in lontananza schiere su schiere di colline azzurre. E anche noi diveniamo parte di questa antica scrittura, una storia bisbigliata nel vento, fra le altre.
[ André Brink, "La polvere dei sogni" ]

Per raggiungere la DE HOOP NATURE RESERVE ci impieghiamo forse sei ore, soprattutto a causa degli oltre 60 km di sterrato. Secondo alcuni partecipanti sono troppe: il viaggio già è sfiancante di per sé, non ne parliamo poi se sbagliamo strada e dobbiamo tornare indietro, tarare i navigatori, decifrare le inesattezze toponomastiche e soprattutto aspettare per due ore il nostro turno per issare l'auto sulla chiatta che − trainata a forza di braccia robuste − ci traghetta sull'altra sponda del fiume (la stessa cosa accade sul fiume Adda, informa un partecipante lombardo). Secondo l'altra fazione invece prima di tutto la strada è davvero spettacolare: colline a perdita d'occhio, covoni di paglia, struzzi, nuvole bianche; e in ogni caso valeva la pena un viaggio così lungo e pesante per visitare il parco vero e proprio, dove le dune, bianche e gigantesche, proteggono sia le ampie spiagge di sabbia chiara sia le rientranze rocciose frequentate da numerose beccacce di mare. Secondo il primo schieramento di opinionisti, bisogna aggiungere che tutti ci vanno per vedere le balene e ora, in estate, non è stagione di balene. Secondo il partito opposto invece è meraviglioso anche solo sdraiarsi al sole, fare un bagno nell'ultimo scampolo di Oceano Indiano, passeggiare guardando le conchiglie.

Per tirarci fuori dal parco occorre attraversare il medesimo sterrato: poiché lo avevo già visto, posso addormentarmi senza rimpianti. Mi svegliano nei pressi di CAPE AGULHAS (capo degli aghi), l'estremità più meridionale del continente africano: un faro a strisce bianche e rosse ci accoglie in lontananza.
Giunti sul posto per fortuna c'è un piccolo monumento che ci comunica che quello a destra è l'Oceano Atlantico (freccia) e quello a sinistra l'Oceano Indiano (freccia), perché a vederli così i due Oceani sembrano lo stesso Oceano: le rocce brulle sono tutte uguali e le onde non danno l'impressione di provenire da direzioni diverse. In realtà invece pare che le correnti sotterranee scontrandosi combinino un macello di scambi di temperatura, sale, plancton e pesci vari e, soprattutto, facciano di tutto per dar vita a tremende tempeste.
In questo momento epico (il cielo è completamente giallo, i gabbiani urlano), conosciamo una coppia di torinesi che, dopo aver attraversato tutto il continente africano dal Cairo in giù, finalmente sono arrivati alla loro meta. Complimenti, gioia, foto e grande soddisfazione, però fa un freddo cane. Forse sono le otto passate.

Un lieve capogiro

It always seems impossible until it's done.
[ Nelson Mandela ]

Lasciamo a malincuore la placida e soleggiata HERMANUS per proseguire lungo la bellissima strada che prima o poi ci condurrà a Cape Town. Lungo la via ci rechiamo a far visita ai pinguini africani, quelli della mitica colonia di BETTY'S BAY, una stretta insenatura di costa rocciosa circondata da vigneti e montagne, ai piedi delle quali sono poggiate allegre casette colorate. I piccoli animali, nonostante si trovino nel loro habitat, sembrano un po' annoiati. Leggiamo sul cartello che non possono mangiare perché sono nel periodo della muta; alcuni infatti sono piuttosto spelacchiati, ma la maggior parte indossa con dignità la lucida giacchetta nera.

Ci spostiamo poi, attraversando la strada panoramica che percorre un piccolo tratto della deliziosa FALSE BAY, verso la regione dei vigneti, o WINELANDS, una zona agricola di colline ai piedi di una maestosa catena di montagne. Gli amanti del vino devono dire grazie alle guerre di religione che nel 1600 dilaniarono la Francia: gli ugonotti per sfuggire alle persecuzioni, su suggerimento dei colleghi olandesi, scelsero questo angolo del Sudafrica come loro nuova dimora. Qui si sono sentiti subito a casa loro, grazie al clima che si prestava alla coltivazione delle vigne, e hanno prontamente trasferito altre usanze e tradizioni, come ad esempio la festa per la presa della Bastiglia.

I dintorni sono molto eleganti, grazie agli edifici in stile "cape dutch" (bianchi e con gli spioventi tondeggianti tipo le case di Amsterdam) e ai meravigliosi giardini che in questa stagione sono tutti superbamente in fiore. Le località maggiormente visitate dai turisti, STELLENBOSCH e FRANSCHHOEK, sono circondate da numerose splendide tenute vinicole. Noi ci rechiamo nella pittoresca Neethlingshof Wine Estate, che risale al 1705 ed è contraddistinta da un viale di pini mozzafiato all'ingresso e da un maestoso maniero bianchissimo. Percepisco un'atmosfera magica, anche se forse sono stati i generosi calici di merlot e di pinotage a dipingere le mie sensazioni di fiabesche sfumature.

La prima cosa che facciamo appena arrivati a CAPE TOWN è salire sulla TABLE MOUNTAIN con la cabinovia panoramica girevole. La fila è scoraggiante, finché non capiamo che stanno tutti ad aspettare le 5, orario in cui il prezzo del biglietto si dimezza. Noi, che abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: scavalchiamo tutti e paghiamo il prezzo intero.

Sulla piatta montagna ci sono vari sentieri ad anello, di diverse lunghezze, che attraversano la tipica vegetazione bassa dei fynbos, mentre quegli animaletti che si possono vedere scorrazzare qua e là sono i dassie (in italiano irace o procavia del Capo). Lo spettacolo dall'alto è vertiginoso.
Pian piano le nuvole si addensano come una tovaglia sulla tavola e la temperatura scende. Quando il vento diventa tagliente c'è chi si rifugia nel bar e chi riprende la cabina girevole per tornare alla base. Uno dei partecipanti, siccome le altre volte viaggiava da solo, si era scordato che questa volta aveva deciso di partire in gruppo, quindi ha deciso di godersi il tramonto dall'alto (studi autorevoli dimostrano che certe meraviglie del mondo possano creare dei temporanei vuoti di memoria). Nelle due ore di attesa al parcheggio, gli altri partecipanti hanno ascoltato lo stesso cd diverse volte: per loro certi pezzi rock rimarranno per sempre legati al centro di Cape Town che si accende gradualmente man mano che cala la notte.

Capo tempestoso

E per cavalcare lo Capo de Bona Speranza stessemo sovra questo capo nove settimane con le vele ammainate per lo vento occidentale e maestrale per prora e con fortuna grandissima; il qual capo sta de latitudine in trentaquattro gradi e mezzo e mille e seicento leghe lungi dal capo di Malacca, ed è lo maggiore e più pericoloso capo [che] sia nel mondo.
[ Antonio Pigafetta, "Relazione del primo viaggio intorno al mondo" ]

Prima di questo viaggio avevo sempre pensato che il CAPO DI BUONA SPERANZA (e non capo Agulhas) costituisse il punto più meridionale del Sudafrica, quello che separa i due oceani. Sapevo che si usava chiamarlo "capo tempestoso" e che tantissimi navigatori vi avevano trovato la morte (compreso lo stesso Bartolomeo Diaz); le leggende dell'Olandese volante e infiniti altri racconti di naufragi sono ambientati in questo tratto di mare disseminato di relitti.
Solo in seguito il re del Portogallo lo aveva battezzato con il nome che ha oggi, dopo la straordinaria impresa compiuta da Vasco da Gama, il quale era riuscito a superarlo e poi era arrivato fino in India: dopo di lui sicuramente altri avrebbero seguito (così si sperava e così è stato). Poi il nome ha cambiato lingua perché sono arrivati prima gli olandesi e poi gli inglesi, ma il concetto è rimasto lo stesso. 

La strada per arrivarci è superbella: si costeggiano i cucuzzoli noti come i "dodici apostoli", si supera la spiaggia di LLANDUDNO, poi la HOUT BAY ed eccoci sulla straordinaria strada panoramica atlantica di CHAPMAN’S PEAK DRIVE, scenario ideale per la pubblicità di un'auto veloce. Poi, dall'alto di questo curvone, si vede il porticciolo di SIMON'S TOWN, come ci indica questo signore quantomeno alticcio, fornito di binocolo che puzza quanto e più di lui. Il fetido olezzo lo possiamo apprezzare mentre ci obbliga a guardarci dentro, mentre lui cerca di spiegarci la strada in un inconcludente biascichio.

Entrati nel parco vero e proprio, i cartelli invitano a stare attenti ai babbuini, soprattutto se si possiedono delle vettovaglie in auto. Ci fermiamo a fare la foto al cartello in legno che recita "Capo di Buona Speranza: il punto più a sud-ovest di tutto il continente" in inglese e afrikaans, però prima bisogna mettersi in coda perché ci sono grossi gruppi che si vogliono fare la foto col cartello. La spiaggia rocciosa, le onde schiumose e stormi immensi di uccelli neri fanno da sfondo. Da qui, a piedi o in auto, si può raggiungere il capo vero e proprio, CAPE POINT, dove ci sono due fari, il ristorante, la funicolare, il negozio di souvenir e scorci spettacolari di costa rocciosa frustata dalle onde.

Sulla via del ritorno ci fermiamo a BOULDERS BEACH, una spiaggia chiara con grossi massi di granito tondeggianti e mare turchese, abitata da una colonia di pinguini simili a quelli di Betty's Bay, ma apparentemente meno spelacchiati e lievemente più attivi. Quelli che stanno covando le uova sono circondati da maldestri compagni che gli trotterellano intorno cercando inutilmente di essere d'aiuto.

Lasciati i jackass alle loro buffe faccende, ci piacerebbe crogiolarci un po' al sole, ma purtroppo sia la spiaggia di FISH HOEK sia quella di MUIZENBERG sono spazzate da un vento piuttosto ostile. Nonostante questo i bagnanti sono numerosi, probabilmente approfittano del basso pericolo di squali segnalato dalle apposite bandiere verdi. A Muizenberg ci sono le famose, scenografiche cabine colorate che occupano un breve tratto di spiaggia. In effetti le cabine si trovano pure a St James e qui si è creato un piccolo caso perché i partecipanti si erano divisi in due gruppi, e poi alla sera si sono accorti di aver visto due sfilze di cabine diverse e chi ha visto quelle più brutte ha invidiato moltissimo quelli che avevano visto quelle più fotogeniche ma ha fatto finta di niente dicendo che anche le loro cabine erano molto belle.

La sera andiamo a cena in uno di quei ristoranti dove propongono nel menu alcuni degli animali che i turisti hanno visto (vivi) nei safari, così da regalargli un bell'aneddoto da raccontare agli amici una volta tornati a casa (anche se i turisti non tanto ci credono di aver mangiato davvero il coccodrillo o il facocero e dicono che sembrava normalissimo pollo o maiale). E comunque è una piacevole novità dopo quindici giorni di filetti di manzo da Spur e calamari da Ocean Basket, senza contare gli spezzatini di manzo e pollo con la zucca delle possidenti boere e gli hamburger con patatine nei fast food lungo la strada.
D'altra parte i cibi più tradizionali non vengono proposti nei ristoranti, cosa che non mi è dispiaciuta moltissimo perché non vado matta né per la carne essiccata, né per piedi e testa di pollo grigliati, né tanto meno per le teste di pecora arrostite e i vermi seccati al sole.

All'altro capo del mondo

.. people are easier to deal with when they're in boxes.
[ Simon Kilpatrick, "The racist guide to the people of South Africa" ]

Il centro di CAPE TOWN (il Bowl, la scodella della città) è un anfiteatro luminoso che circonda la SIGNAL HILL, la verde collina allungata che termina con un cucuzzolo appuntito. La prosecuzione meridionale di questa montagna cittadina è l'imponente Table Mountain, mentre – continuando ancora verso sud – inizia la penisola del Capo, il braccio occidentale di questa estesa tenaglia che è la False Bay. La posizione e la conformazione della città (che ricordano quelle di Rio de Janeiro) hanno uno straordinario fascino, e questo lo avevamo osservato sin da quando, provenendo da Betty's Bay, avevamo percorso il tratto orientale della baia.

A Cape Town siamo andati sulle bianchissime spiagge oceaniche: CLIFTON (appena sotto la Signal Hill) e CAMPS BAY (più a sud, parallela alla mastodontica montagna piatta). Abbiamo attraversato a piedi il quartiere di SEA POINT, fino a raggiungere lo STADIO DI GREEN POINT e poi il WATERFRONT, la zona del porto ristrutturata e riempita di attività commerciali e ristoranti. Abbiamo visitato il centro: l'arteria principale LONG STREET dove ci sono gli ostelli, i ristoranti, i club, i negozi di tendenza, gli edifici stile Cape Dutch; il CASTELLO DI BUONA SPERANZA, eretto nel 1600 dalla Compagnia Olandese delle Indie orientali, e la GRAND PARADE, la piazza da parata ora usata come parcheggio, di fronte al City Hall, da dove Mandela fece il suo primo discorso una volta liberato. Pregevoli sono anche i lussureggianti Company's Garden, il mercatino di Green Market Square, le severe chiese luterane, il quartiere malese di Bo Kaap con le case colorate, i Kirstenbosch Botanical Gardens.
Nonostante il forte vento, il provvidenziale "Cape doctor" che cura la città dall'inquinamento, faceva un caldo terribile.

Anche di Città del Capo abbiamo conosciuto soltanto la parte più fotogenica e ammirata dai turisti, evitando del tutto l'area più vasta e popolata, i cosiddetti CAPE FLATS, destinati ai non-bianchi durante il regime dell'apartheid. I non-bianchi di Cape Town, oltre ai neri, sono i coloured o meticci, discendenti sangue misto di tutto un miscuglio di gente che è venuta a vivere qui, più o meno per sua scelta (schiavi africani e malesi, coloni olandesi ed altri europei, le popolazioni indigene Khoisan e Bantu). Poiché i Cape Flats li avevo solo intravisti dall'aereo, quando sono tornata a casa ho cercato di visitarli con Google Earth, ma ho scoperto che la maggior parte dei quartieri non si possono vedere nemmeno virtualmente, perché l'omino arancione non può proseguire oltre la via principale che circonda il quartiere. Così mi sono dovuta accontentare di osservare da alcune angolazioni tutte quelle case di lamiera ondulate e accatastate una sull'altra con molte antenne che fuoriescono, immaginando soltanto scarsità di igiene e luce e acqua e bambini che corrono.

Nei quartieri centrali di Cape Town all'epoca ci abitavano solo i bianchi, meno del venti per cento della popolazione. Ancora oggi sono bianchi i clienti dei bar lungo la Camps Bay, quelli che mangiano il sushi e bevono i cocktail ascoltando musica lounge, e quelli che la sera vanno nei club. Sono bianchi quelli che vanno a correre sul lungomare con minuscole tutine o calzoncini attillati, tutti con gli auricolari nelle orecchie. Sono bianchi quelli che hanno fatto costruire ascensori per collegare il piano di sopra con quello di sotto delle loro abitazioni affacciate sull'oceano, che hanno dotato i muri di cinta delle loro villette all'europea di fili elettrificati e sofisticati impianti di allarme e che hanno sottoscritto un contratto con la vigilanza privata, a giudicare dai cartelli che promettono – nero su bianco – una risposta armata in caso di intrusioni ("siete state avvertiti"). Sono bianchi i vip e le modelle che affollano le spiagge numero uno e due di Clifton; sono bianchi i gay e le lesbiche che affollano la spiaggia numero tre e sono bianche le famiglie che affollano la numero quattro.
I neri però sono molto più furbi perché frequentano le spiagge della False Bay, dove l'acqua è più calda di circa 10 gradi e possono farsi il bagno, cosa che a Clifton è praticamente impossibile.

Il mondo capovolto

Well Jo'anna she runs a country / She runs in Durban and the Transvaal / She makes a few of her people happy oh / She don't care about the rest at all / She's got a system they call apartheid / It keeps a brother in a subjection / But maybe pressure can make Jo'anna see / How everybody could live as one.
[ Eddy Grant, "Gimme hope Jo'anna" ]

JOHANNESBURG non ha una buona fama. Solitamente, nonostante sia la città più grande del Sudafrica, non viene inserita nei circuiti turistici classici, perché è considerata una delle città più pericolose del mondo e inoltre "non c'è niente da vedere". Noi avevamo alcune ore a disposizione prima del volo notturno e ci tenevamo a visitare Soweto, così abbiamo deciso di affittare un pulmino con autista e contrattare per un giro alla maniera giapponese.

La prima tappa è il MUSEO DELL'APARTHEID, situato accanto al – e in evidente contrasto col – parco tematico Gold Reef City, sul sito di un'ex miniera d'oro. Tutto ciò ha un senso: non solo Johannesburg è praticamente nata con la scoperta dei giacimenti di oro, ma la segregazione stessa probabilmente non avrebbe avuto motivo di esistere senza quel pazzesco miscuglio di razze che si insediò qui dalla fine dell'Ottocento (chi per arricchirsi, chi per spezzarsi la schiena e ammalarsi ai polmoni).
Nel museo dell'Apartheid ti danno un biglietto che ti definisce White o Non-White, a caso. Durante il regime di segregazione la tua vita dipendeva da ciò che era scritto nella tua carta d'identità: quali scuole potevi frequentare, se potevi usare l'ascensore oppure fare le scale a piedi, in quali bar potevi andare; se comandavi o subivi; quanto valeva la tua vita. Qui, semplicemente, i bianchi entrano da un ingresso, i non-bianchi dall'altro. La visita è un viaggio doloroso nell'oscurità del male, un cammino tra immagini d'epoca, volti bianchi e neri, cimeli e cartelli, grate, prigioni e pistole, tra tafferugli, colori e canti, eroi come Biko e Mandela, concetti come ricollocazione, homeland, consapevolezza nera, orgoglio ed emancipazione, libertà e diritti. Fino ad uscire alla luce (fuori diluvia).

Passiamo davanti allo STADIO SOCCER CLUB, rosso mosaicato anni Ottanta ma restaurato per i mondiali, ed eccoci a SOWETO. Vediamo tutto veloce, lo vediamo dietro alle gocce di pioggia che scivolano sui vetri del minibus. Vediamo il MONUMENTO AD HECTOR PIETERSEN, vediamo nella foto la morte del ragazzo simbolo degli scontri di Soweto del '76. Vediamo la casa dell'arcivescovo Desmond Tutu e quella di Mandela, che oggi è un museo, e li immaginiamo i due premi Nobel, dirimpettai sulla stessa strada. Vediamo il ristorante di Winnie Mandela, le bancarelle e i negozi di artigianato e i bed & breakfast di questa zona di Orlando che oggi è stata riqualificata. Vediamo le baraccopoli di lamiera a perdita d'occhio. Il nostro autista ci dice di non fotografare la miseria. Soweto non è una, ci sono tante Soweto.

E infine attraversiamo il centro, il temibile downtown. L'autista afferma che se uno di noi scendesse dall'autobus, dopo al massimo cinque minuti qualcuno lo rapinerebbe. Per quanto certe affermazioni ci sembrino un tantino esagerate, nessuno se la sente di fare la prova. A Johannesburg è tutto cambiato. I bianchi sono andati ad abitare in periferia, in graziose villette protette dal filo elettrificato, e il centro è rimasto in mano ai neri. Di fronte alla gigantesca banca possiamo scendere ed entrare nei sotterranei per ammirare questo scorcio di ex miniera d'oro, dietro il vetro. Ma è inutile cercare un posto per mangiare. Dobbiamo pazientare e fermarci al Wimpy del benzinaio per prendere un hamburger. Questo succederà non prima di aver ammirato le ORLANDO TOWERS (alla vostra sinistra, quelle enormi torri di cemento, che facevano parte della centrale elettrica dismessa, oggi sfoggiano bei colori e sono usate per farci il bungee jumping) e il BARAGWANATH HOSPITAL (il più grande ospedale del mondo: dislocato in 429 edifici, dispone di uno staff di circa 5.000 persone, tutta un'ala è dedicata alla cura dei malati di AIDS). Il manifesto pubblicitario affisso sul muro di recinzione invita gli uomini a farsi circoncidere.

A capo chino

Una persona con ubuntu è aperta e disponibile agli altri, solidale con gli altri, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano validi e buoni, perché ha quella sicurezza che deriva dal sapere di appartenere ad un tutto più grande, e che siamo feriti quando gli altri sono umiliati o feriti, torturati o oppressi.
(Desmond Tutu)

Nell'area delle partenze internazionali, di fronte all'ingresso di un negozio di souvenir, un'imponente statua di Nelson Mandela, interamente realizzata con minuscoli corallini, ci dà l'arrivederci. È semplice e dimesso, indossa una delle sue consuete camiciole colorate, il suo sorriso è vero e aperto. La mano destra è pronta a stringerne un'altra, qualunque essa sia: bianca, nera, gialla o marrone chiaro.

Il Mandela di corallini colorati ci saluta ricordandoci che il Sudafrica non è che un microcosmo del mondo intero, dove dovrebbero regnare la democrazia e il rispetto; ci ribadisce che non solo in Sudafrica, ma in tutto il mondo, dovrebbero essere banditi la fame, la miseria, l'ignoranza, la guerra.
Il Mandela di corallini colorati sta dicendo cose note a tutti, agli abbienti partecipanti ad un viaggio di diciassette giorni in Sudafrica come a tutti gli uomini e le donne del pianeta; umilmente e semplicemente, con una delle sue consuete camiciole colorate, gli sta dicendo senza parlare che siamo tutti diversi per cultura, razza e tradizione, ma che il nostro destino è comune.

Sta per stringere la mano, con un sorriso vero e aperto, anche a quelli che lo hanno tenuto in carcere per ventisette anni e che hanno tenuto in una sorta di prigione milioni di africani per decenni. Gli sta dicendo che li perdona, gli sta dicendo che il valore della compassione magari in Europa non è tanto di moda, ma che loro sono secoli che ci hanno fondato sopra l'esistenza.

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