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  • Categoria: Sudafrica

Kwazulu-Natal

SENZA CAPO NÉ CODA

Il Kwazulu-Natal è nato dall'unificazione della provincia di Natal con la Terra degli Zulu, che nel periodo dell'apartheid era una cosiddetta "homeland", dove una grande percentuale di neri nativi fu forzata a trasferirsi.
Gli Zulu hanno un loro re, King Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, molto rispettato e amato, dotato di numerosi completini di leopardo e diademi di piume di struzzo. Egli tiene ancora vive le care vecchie tradizioni, come ad esempio la "danza delle canne", una specie di gara di bellezza per vergini, tra le quali un tempo il re sceglieva la nuova moglie annuale. Per fortuna oggi non è più la solidità di una canna a comprovare l'illibatezza della fanciulla, bensì un più affidabile certificato medico (e comunque King Goodwill ha già sei mogli e per ora dice che sta a posto).

In questa guest house alle porte dell’Hluhluwe-Umfolozi Park ci attende il solito personale femminile afrikaner che si sforza inutilmente di essere cordiale e che ci ha predisposto la consueta cena a buffet a base di insalata greca, secondo di carne e contorno di patate e zucca. Gli arredi e la struttura sono di una raffinatezza coloniale: di gran pregio la tipica sala con gli animali della savana imbalsamati.

Dopo cena raggiungiamo un bar periferico grazie ad un provvidenziale passaggio in pick-up. Qui gli avventori sono tutti di colore: c'è l'eccentrica regina della notte che ci dà il benvenuto, ci sono i corpulenti padroni col cappello che ci fanno vedere la nuova ala in costruzione, c'è Tommy l'ubriaco con gli occhi verdi, ci sono i giocatori di biliardo, i bevitori di birra, la musica spaccatimpani, ma non c'è niente da temere: un cartello all'ingresso segnala il divieto di introdurre armi nel locale.

Se avete bisogno di indicazioni per raggiungere il parco Hluhluwe-Imfolozi, chiedetele semplicemente per il "park", tanto non sarete capaci di pronunciarne il nome a causa delle ostiche "consonanti clic". Questo parco (il più vecchio di tutto il Sudafrica) è davvero bello, le colline ammantate di verde brillante, tutto intorno punteggiato da casette cilindriche color pastello sormontate da tetti di paglia, e poi non c'è quasi nessuno e il contatto con la natura è molto più diretto rispetto al Kruger. Ovviamente, anche qua la bellezza del paesaggio è inversamente proporzionale al numero di animali avvistabili: ci sono le zebre, i bufali, i nyala, le giraffe, le scimmie, però il leone e il leopardo – o ghepardo che sia – comunque non li abbiamo visti, e nemmeno i rinoceronti (e dire che in questa riserva vi è una delle più alte concentrazioni di rinoceronti di tutto il mondo). E comunque ci eravamo stancati la vista con questa vegetazione molto fitta della stagione delle piogge e, a dirla tutta, volevamo andare al mare.

Siamo tutti eccitati perché finalmente raggiungeremo l'Oceano Indiano in questo posto esotico dal nome Cape Vidal, che poi loro lo pronunciano Vàidal anche se è un nome evidentemente portoghese. Fino a St. Lucia, tra foreste di eucalipti e piantagioni di canna da zucchero e ananas, la strada non è tanta; poi, quasi raggiunto l'estuario e presa la direzione Beach Road, la spiaggia sembrava dietro l'angolo. E invece prima bisogna fare la fila per entrare nell'iSimangaliso Wetland Park, il terzo parco più grande del Sudafrica, che comprende specchi d'acqua e fiumi, isole ricoperte di canne palustri, dune gigantesche ricoperte di vegetazione e aree boscose. Poi, una volta dentro, sono tanti i chilometri da percorrere: ormai ne abbiamo le tasche piene di impala e zebre e li guardiamo di sfuggita, o addirittura con fastidio, perché per colpa loro dobbiamo andare piano piano. Per fortuna giungiamo sulla spiaggia in tempo per fare il primo bagno tra le terribili onde oceaniche.

La cittadina di St. Lucia si sviluppa intorno ad una strada di nome McKenzie Street e occupa l'ultima ansa del fiume St. Lucia, emissario del Lago St. Lucia (il più grande del Sudafrica, mica una pozzanghera). Su McKenzie Street sono allineati tutti gli hotel, i b&b, i ristoranti, gli internet cafè e le bancarelle: se mentre ci cammini fai mente locale, potresti essere in qualunque parte del mondo.

Al mattino presto ci aspetta la sospirata crociera per vedere i coccodrilli. La barca percorrerà un tratto del fiume, senza arrivare né alla laguna, né al mare. Tutti quelli che ci sono andati, e anche loro stessi, naturalmente, gli organizzatori della Hippo & croc cruise, dicono che avvisteremo uccelli in quantità, dal martin pescatore a tutti i tipi di airone all'aquila africana, ma che è soprattutto la numerosissima popolazione di ippopotami e coccodrilli che ci meraviglierà. Ora, di uccelli era pieno; di ippopotami ne abbiamo visti quanti ne volevamo e roteavano le orecchie proprio come nei cartoni animati e tutto; ma di coccodrilli non ne abbiamo visto manco uno.

SIAMO GIUNTI AL CAPOLINEA

Durban arriviamo con 6 giorni di ritardo per festeggiare il cinquecentoquattordicesimo anniversario dell'approdo di Vasco da Gama. Il poco fantasioso navigatore portoghese infatti chiamò questa regione Natal perché vi giunse il 25 dicembre 1497.

Lo devo ammettere: a Durban non concludiamo nulla. Prima di tutto chiunque incontriamo (il lavamacchine, l'uomo del parcheggio, il guardiano dell'ostello, senza contare la Lonely Planet) ci mette l'ansia addosso non facendo altro che ripetere quanto sia pericolosa la città. Poi stanno tutti sbaraccando a causa dell'imminente festa dell'ultimo dell'anno e dopo le cinque i negozi chiudono. Oltretutto bisogna lavare le auto che sono conciate da schifo e cercare un parcheggio custodito. Come se non bastasse, bisogna farsi dare i posti letto dalle signorine del Banana Backpackers, che è una cosa non tanto facile. E inoltre sta diluviando. Va a finire che giochiamo a biliardo o ci ubriachiamo al bar dell'ostello e poi andiamo a cena sul lungomare.
Nei pressi del Golden Mile riusciamo a trovare posto per mangiare soltanto in questo ristorante indiano-musulmano, dove non vendono nemmeno gli alcolici, ai muri ci sono i poster della Mecca e quasi tutti sbagliano ordinazione ed escono con la bocca ustionata dalle spezie piccanti. A Durban, e in particolare in questo quartiere, c'è la più grande concentrazione di indiani di tutto il Paese, che sono i discendenti di quelli importati qui verso la metà dell'Ottocento per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Per fare questo lavoro non hanno mai avuto il fisico – e infatti oggi si occupano di tutt'altro. Gandhi, che ci visse per una ventina d'anni, lo aveva già capito, non per niente a quell’epoca, invece di lavorare nelle piantagioni, era impegnato nel movimento per i diritti civili.

La serata prosegue in Florida Road dove i locali in cui si brinda al nuovo anno sono tutti dotati di buttafuori all'ingresso. Poche ore di sonno e ci aspetta il volo interno per Port Elizabeth.

Racconto di viaggio "UN VIAGGIO IN CAPO AL MONDO. UN LUMINOSO INVERNO IN SUDAFRICA" (dicembre 2011 - gennaio 2012)