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  • Categoria: Sudafrica

Cape Town

E per cavalcare lo Capo de Bona Speranza stessemo sovra questo capo nove settimane con le vele ammainate per lo vento occidentale e maestrale per prora e con fortuna grandissima; il qual capo sta de latitudine in trentaquattro gradi e mezzo e mille e seicento leghe lungi dal capo di Malacca, ed è lo maggiore e più pericoloso capo [che] sia nel mondo.
[ Antonio Pigafetta, "Relazione del primo viaggio intorno al mondo" ]

Prima di questo viaggio avevo sempre pensato che il Capo di Buona Speranza (e non capo Agulhas) costituisse il punto più meridionale del Sudafrica, quello che separa i due oceani. Sapevo che si usava chiamarlo "capo tempestoso" e che tantissimi navigatori vi avevano trovato la morte (compreso lo stesso Bartolomeo Diaz); le leggende dell'Olandese volante e infiniti altri racconti di naufragi sono ambientati in questo tratto di mare disseminato di relitti.
Solo in seguito il re del Portogallo lo aveva battezzato con il nome che ha oggi, dopo la straordinaria impresa compiuta da Vasco da Gama, il quale era riuscito a superarlo e poi era arrivato fino in India: dopo di lui sicuramente altri avrebbero seguito (così si sperava e così è stato). Poi il nome ha cambiato lingua perché sono arrivati prima gli olandesi e poi gli inglesi, ma il concetto è rimasto lo stesso. 

 

La strada per arrivarci è superbella: si costeggiano i cucuzzoli noti come i "dodici apostoli", si supera la spiaggia di Landudno, poi la Hout Bay ed eccoci sulla straordinaria strada panoramica atlantica di Chapman’s Peak Drive, scenario ideale per la pubblicità di un'auto veloce. Poi, dall'alto di questo curvone, si vede il porticciolo di Simon's Town, come ci indica questo signore quantomeno alticcio, fornito di binocolo che puzza quanto e più di lui. Il fetido olezzo lo possiamo apprezzare mentre ci obbliga a guardarci dentro, mentre lui cerca di spiegarci la strada in un inconcludente biascichio.

Entrati nel parco vero e proprio, i cartelli invitano a stare attenti ai babbuini, soprattutto se si possiedono delle vettovaglie in auto. Ci fermiamo a fare la foto al cartello in legno che recita "Capo di Buona Speranza: il punto più a sud-ovest di tutto il continente" in inglese e afrikaans, però prima bisogna mettersi in coda perché ci sono grossi gruppi che si vogliono fare la foto col cartello. La spiaggia rocciosa, le onde schiumose e stormi immensi di uccelli neri fanno da sfondo. Da qui, a piedi o in auto, si può raggiungere il capo vero e proprio, Cape Point, dove ci sono due fari, il ristorante, la funicolare, il negozio di souvenir e scorci spettacolari di costa rocciosa frustata dalle onde.

 

Sulla via del ritorno ci fermiamo a Boulders Beach, una spiaggia chiara con grossi massi di granito tondeggianti e mare turchese, abitata da una colonia di pinguini simili a quelli di Betty's Bay, ma apparentemente meno spelacchiati e lievemente più attivi. Quelli che stanno covando le uova sono circondati da maldestri compagni che gli trotterellano intorno cercando inutilmente di essere d'aiuto.

Lasciati i jackass alle loro buffe faccende, ci piacerebbe crogiolarci un po' al sole, ma purtroppo sia la spiaggia di Fish Hoek sia quella di Muizenberg sono spazzate da un vento piuttosto ostile. Nonostante questo i bagnanti sono numerosi, probabilmente approfittano del basso pericolo di squali segnalato dalle apposite bandiere verdi. A Muizenberg ci sono le famose, scenografiche cabine colorate che occupano un breve tratto di spiaggia. In effetti le cabine si trovano pure a St James e qui si è creato un piccolo caso perché i partecipanti si erano divisi in due gruppi, e poi alla sera si sono accorti di aver visto due sfilze di cabine diverse e chi ha visto quelle più brutte ha invidiato moltissimo quelli che avevano visto quelle più fotogeniche ma ha fatto finta di niente dicendo che anche le loro cabine erano molto belle.

 

La sera andiamo a cena in uno di quei ristoranti dove propongono nel menu alcuni degli animali che i turisti hanno visto (vivi) nei safari, così da regalargli un bell'aneddoto da raccontare agli amici una volta tornati a casa (anche se i turisti non tanto ci credono di aver mangiato davvero il coccodrillo o il facocero e dicono che sembrava normalissimo pollo o maiale). E comunque è una piacevole novità dopo quindici giorni di filetti di manzo da Spur e calamari da Ocean Basket, senza contare gli spezzatini di manzo e pollo con la zucca delle possidenti boere e gli hamburger con patatine nei fast food lungo la strada.
D'altra parte i cibi più tradizionali non vengono proposti nei ristoranti, cosa che non mi è dispiaciuta moltissimo perché non vado matta né per la carne essiccata, né per piedi e testa di pollo grigliati, né tanto meno per le teste di pecora arrostite e i vermi seccati al sole.

 

ALL'ALTRO CAPO DEL MONDO

.. people are easier to deal with when they're in boxes.
[ Simon Kilpatrick, "The racist guide to the people of South Africa" ]

Appena arrivati a Cape Town siamo saliti sulla Table Mountain con la cabinovia panoramica girevole. La fila è scoraggiante, finché non capiamo che stanno tutti ad aspettare le 5, orario in cui il prezzo del biglietto si dimezza. Noi, che abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: scavalchiamo tutti e paghiamo il prezzo intero.

Sulla piatta montagna ci sono vari sentieri ad anello, di diverse lunghezze, che attraversano la tipica vegetazione bassa dei fynbos, mentre quegli animaletti che si possono vedere scorrazzare qua e là sono i dassie (in italiano irace o procavia del Capo). Lo spettacolo dall'alto è vertiginoso.
Pian piano le nuvole si addensano come una tovaglia sulla tavola e la temperatura scende. Quando il vento diventa tagliente c'è chi si rifugia nel bar e chi riprende la cabina girevole per tornare alla base. Uno dei partecipanti, siccome le altre volte viaggiava da solo, si era scordato che questa volta aveva deciso di partire in gruppo, quindi ha deciso di godersi il tramonto dall'alto (studi autorevoli dimostrano che certe meraviglie del mondo possano creare dei temporanei vuoti di memoria). Nelle due ore di attesa al parcheggio, gli altri partecipanti hanno ascoltato lo stesso cd diverse volte: per loro certi pezzi rock rimarranno per sempre legati al centro di Cape Town che si accende gradualmente man mano che cala la notte.

 

Il centro di Cape Town (il Bowl, la scodella della città) è un anfiteatro luminoso che circonda la Signal Hill, la verde collina allungata che termina con un cucuzzolo appuntito. La prosecuzione meridionale di questa montagna cittadina è l'imponente Table Mountain, mentre – continuando ancora verso sud – inizia la penisola del Capo, il braccio occidentale di questa estesa tenaglia che è la False Bay. La posizione e la conformazione della città (che ricordano quelle di Rio de Janeiro) hanno uno straordinario fascino, e questo lo avevamo osservato sin da quando, provenendo da Betty's Bay, avevamo percorso il tratto orientale della baia.

A Cape Town siamo andati sulle bianchissime spiagge oceaniche: Clifton (appena sotto la Signal Hill) e Camps Bay (più a sud, parallela alla mastodontica montagna piatta). Abbiamo attraversato a piedi il quartiere di Sea Point, fino a raggiungere lo stadio di Green Point e poi il Waterfront, la zona del porto ristrutturata e riempita di attività commerciali e ristoranti. Abbiamo visitato il centro: l'arteria principale Long Street dove ci sono gli ostelli, i ristoranti, i club, i negozi di tendenza, gli edifici stile Cape Dutch; il castello di Buona Speranza, eretto nel 1600 dalla Compagnia Olandese delle Indie orientali, e la Grand Parade, la piazza da parata ora usata come parcheggio, di fronte al City Hall, da dove Mandela fece il suo primo discorso una volta liberato. Pregevoli sono anche i lussureggianti Company's Garden, il mercatino di Green Market Square, le severe chiese luterane, il quartiere malese di Bo Kaap con le case colorate, i Kirstenbosch Botanical Gardens.
Nonostante il forte vento, il provvidenziale "Cape doctor" che cura la città dall'inquinamento, faceva un caldo terribile.

 

Anche di Città del Capo abbiamo conosciuto soltanto la parte più fotogenica e ammirata dai turisti, evitando del tutto l'area più vasta e popolata, i cosiddetti Cape Flats, destinati ai non-bianchi durante il regime dell'apartheid. I non-bianchi di Cape Town, oltre ai neri, sono i coloured o meticci, discendenti sangue misto di tutto un miscuglio di gente che è venuta a vivere qui, più o meno per sua scelta (schiavi africani e malesi, coloni olandesi ed altri europei, le popolazioni indigene Khoisan e Bantu). Poiché i Cape Flats li avevo solo intravisti dall'aereo, quando sono tornata a casa ho cercato di visitarli con Google Earth, ma ho scoperto che la maggior parte dei quartieri non si possono vedere nemmeno virtualmente, perché l'omino arancione non può proseguire oltre la via principale che circonda il quartiere. Così mi sono dovuta accontentare di osservare da alcune angolazioni tutte quelle case di lamiera ondulate e accatastate una sull'altra con molte antenne che fuoriescono, immaginando soltanto scarsità di igiene e luce e acqua e bambini che corrono.

 

Nei quartieri centrali di Cape Town all'epoca ci abitavano solo i bianchi, meno del venti per cento della popolazione. Ancora oggi sono bianchi i clienti dei bar lungo la Camps Bay, quelli che mangiano il sushi e bevono i cocktail ascoltando musica lounge, e quelli che la sera vanno nei club. Sono bianchi quelli che vanno a correre sul lungomare con minuscole tutine o calzoncini attillati, tutti con gli auricolari nelle orecchie. Sono bianchi quelli che hanno fatto costruire ascensori per collegare il piano di sopra con quello di sotto delle loro abitazioni affacciate sull'oceano, che hanno dotato i muri di cinta delle loro villette all'europea di fili elettrificati e sofisticati impianti di allarme e che hanno sottoscritto un contratto con la vigilanza privata, a giudicare dai cartelli che promettono – nero su bianco – una risposta armata in caso di intrusioni ("siete state avvertiti"). Sono bianchi i vip e le modelle che affollano le spiagge numero uno e due di Clifton; sono bianchi i gay e le lesbiche che affollano la spiaggia numero tre e sono bianche le famiglie che affollano la numero quattro.
I neri però sono molto più furbi perché frequentano le spiagge della False Bay, dove l'acqua è più calda di circa 10 gradi e possono farsi il bagno, cosa che a Clifton è praticamente impossibile.

Racconto di viaggio "UN VIAGGIO IN CAPO AL MONDO. UN LUMINOSO INVERNO IN SUDAFRICA" (dicembre 2011 - gennaio 2012)