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Another place Togo

Sokodé e Koutammakou

Nei trecento chilometri che separano la regione marittima di Lomè da quella centrale di Sokodé, l'umidità dell'Atlantico si dirada lasciando campo libero alla terra rossa, che vortica nell'aria raschiando la gola.

Il ballonzolare del pulmino sulle strade disconnesse viene interrotto più volte. La prima sosta serve per l'approvvigionamento di acqua, banane e ananas presso il mercato di Atakpamé. La seconda avviene senza premeditazione dopo aver visto un folto gruppo di gente che procede incolonnata lungo la strada, intonando canti cristiani. La maggior parte di loro indossa la stessa polo gialla con scritto “Je suis la lumière du monde” oppure una casacchina realizzata con lo stesso tessuto colorato fantasia sulle tinte del blu. Li seguiamo inserendoci nella fila e battendo le mani con loro finché, dopo un lungo cammino tra campi di cotone e termitai giganteschi, giungiamo a destinazione. Nel cortile di una casa privata, sotto all'enorme mango carico di foglie lucide, li osserviamo cantare e ballare finché non ci rendiamo conto dell'ora e ce ne torniamo indietro. In realtà molti di loro sono musulmani, ma non mi sembra che si formalizzino molto in materia di fede religiosa − tanto, sotto sotto, più o meno tutti continuano a bersi i loro succhi di crani animali.

Infine ci fermiamo in una grande radura dove è in corso la danza kamu, che impazza solitamente durante il mese di dicembre allo scopo di ringraziare gli antenati per i buoni raccolti. È l'occasione per conoscere da vicino una delle principali etnie del Togo settentrionale: quella dei Kabyé, che conta circa un milione di persone (un quinto di tutta la popolazione del Paese).
Tra le percussioni ipnotiche, centinaia di persone stanno ballando con indosso abiti strappati, gonnellini realizzati con i tappi di bottiglia, rudimentali cavigliere a sonagli, ornamenti di foglie di palma o frasche, t-shirt con la faccia del presidente Gnassingbé. I visi sfoggiano strati di polvere bianca, maschere da sub, cappelli di erbe e copricapi di ogni genere, barbe finte oppure occhiali pacchiani. Le danze hanno luogo davanti agli occhi di centinaia di donne con foulard variopinti, bambine con le treccine e vecchi eleganti, che guardano rapiti lo spettacolo. Un buon numero di ballerini sarebbe romantico dire che sono entrati in trance, ma a me sembrano soltanto ubriachi persi o strafatti di qualche droga, e non sono in grado di dire se il largo consumo di noce di cola basti a giustificare gli sguardi spiritati, i barcollamenti, se non i veri e propri svenimenti a cui assisto.

La sera, nei pressi di Sokodé, partecipiamo alla danza del Fuoco, organizzata e pagata da noi, come pare si usi fare da queste parti. Tutta la gente del villaggio è stata invitata nella piazza per assistere a questa festa tradizionale della popolazione Temba (o Kotokoli). Mentre prendiamo posto sulle panche intorno al falò, i tamburi hanno già iniziato a risuonare freneticamente, dando il via alla cerimonia. I protagonisti si alternano al centro dello spiazzo, camminando sulle braci o strofinandosele su braccia e gambe come se niente fosse. Uno di loro si infila un tizzone ardente in bocca e la apre ben bene per far vedere il perverso spettacolo. Infine arriva il più duro di tutti, che distribuisce delle lamette a noi yovò e a seguire se le schiaffa in bocca una dopo l'altra, ci mostra dei pezzi di vetro e dei coltelli per poi passarseli sull'addome, senza lasciare in ogni caso alcun segno. E mentre i tamburi diventano sempre più convulsi, le luci forse più gialle e il fuoco comincia a spegnersi, i bambini, sempre meno timidi, ci hanno ormai accerchiato e si sono seduti in tutti gli anfratti liberi e alcuni anche in braccio a prendersi le inevitabili carezze, per poi accompagnarci all'autobus e salutarci con la manina.

Nella lista del patrimonio dell'umanità stilata dall'UNESCO la regione di Koutammakou viene definitathe Land of the Batammariba, popolazione nota anche come Tammari o Tamberma il cui nome significa "coloro che sanno costruire". Non a caso ad attirare l'interesse dei turisti, in questa arida savana collinosa, sono le loro caratteristiche abitazioni fortificate che spuntano sotto enormi baobab dai rami contorti (in questa stagione carichi di frutti pendenti). Appaiono come dei castelli di sabbia dall'aspetto molto armonioso e sono dotati di torri ─ protette da tettoie mobili di paglia ─ che fungono da granai, divise in diversi scomparti nei quali si conservano miglio, sorgo, fonio, arachidi, legumi. Non hanno finestre e l’unica porta di accesso alla casa si trova nella facciata principale. Solitamente il capofamiglia dorme nel locale buio al piano terra insieme agli animali; passando per la primitiva cucina si arriva ad una scaletta a forma di fionda di legno scanalata che conduce al primo piano: su questa terrazza protetta da parapetti non solo si mettono a seccare le granaglie, ma ci sono le “camere” da letto (torrette formato mignon dotate di ingressi così minuscoli che bisogna entrarci di schiena), dove dormono le donne e i bambini.

Fino a poche decine di anni fa, questa gente andava ancora in giro praticamente nuda: gli uomini con l’astuccio penico, le donne con un gonnellino di foglie. Poi i pudichi missionari cristiani, e in seguito il governo, gli hanno imposto di vestirsi e oggi indossano un accrocchio di stracci locali e abiti occidentali lasciati come consolatoria elemosina dai visitatori stranieri. Ciononostante, mantengono ancora uno stile di vita molto simile a quello del passato, dimostrando di aver subito poco l'influenza della cultura dei colonizzatori (non a caso molti di loro si erano rifugiati in questi villaggi fortificati all'arrivo dei tedeschi ai tempi del Togoland). Per questo solitamente creano grande entusiasmo tra i turisti occidentali, i quali notoriamente adorano questo tipo di presunta autenticità.

La popolazione a dire il vero non si mostra molto ospitale con noi, ma nemmeno io sarei molto affabile se una dozzina di persone venisse a casa mia e, prima ancora di sorridermi o dirmi buongiorno, mi puntasse un obiettivo di mezzo metro in faccia. Va detto che ormai è ovvio in ogni dove che i turisti fanno foto; e anzi in un sacco di Paesi del mondo TUTTI fanno foto continuamente. Ora, il motivo per cui i Tammari ancora non le fanno è solo che non hanno ancora lo smartphone, altrimenti anche loro (come ad esempio gli indiani e gli indonesiani) avrebbero fotografato noi e saremmo stati tutti felici e contenti. Qua invece tutto il clan si tiene a debita distanza, inveendo di fronte agli obiettivi, oppure facendo il gesto universalmente usato per dire “soldi”. Io ad esempio fotograferei volentieri l'unica donna che vedo con il gioiello labiale, ossia quella pietra di silicio che si usava ─ per motivi “estetici” ─ infilare nel mento; il soggetto però si nasconde la faccia con le mani e non me la sento di infierire.

Lasciata la savana, torniamo verso Kara, dove passiamo l'ultima notte togolese. Nel frattempo, in questo rapido cammino verso nord, è aumentato a vista d'occhio il numero di islamici, come si può notare dalle numerose moschee e dai copricapi di uomini e donne, senza parlare delle chiamate dei muezzin che risuonano per le strade mentre passeggiamo tra i rimasugli del mercato.

A cena esco sconfitta nel mio corpo a corpo con una coscia di pollo, apparentemente di plastica, che devo lasciare quasi intatta nel piatto, cibandomi esclusivamente di pommes frites. Se questo, come qualcuno dice, è il vero pollo, allora sono io che non ho più i veri denti.

Rispetto alle nostre messe, meste e sommesse, quelle qui in Togo sono un trionfo di gioia. Nella chiesa di Niamtougou c'è pure il gruppo di percussionisti e tutti cantano e ballano, anche le suore e i sacerdoti. L'apice viene raggiunto al momento della comunione, quando la fila si trasforma in un trenino. I fedeli sono elegantissimi e coloratissimi; donne, uomini e bambini indossano abiti di cotonina stampata a foglie, lucchetti, versetti evangelici e addirittura vistosi ritratti della “Santa famiglia di Nazaret”.

Al mercato domenicale le merci esposte sono per tutti i gusti: letame, selezione di ingredienti vudù, extension per capelli, creme sbiancanti, carbone, capre, radioline, il solito olio di palma, pesce fritto, scarpe da ginnastica pendenti dagli ombrelloni, farina di manioca, carne d'asino ridotta in piccoli pezzi. Le donne affettano ananas e mango e li inseriscono in bustine nere buone per ogni uso. Le venditrici, notando la macchina fotografica, esclamano stizzite: «Il faut payer!». Ma io fotografo solo i peperoncini: «Il faut payer aussi!». E se fotografo per terra? «Si paga, qui in Togo, si paga sempre».

Ed eccoci dunque nel bel mezzo del nulla. Qualcuno un giorno ha deciso che qui finisce il Togo e inizia il Benin. Sotto una grande acacia ci sono una panchetta di legno e due sedie di plastica; intorno alcuni bambini giocano a rincorrersi. Questo è il posto di frontiera di uscita dal Togo. La procedura prevede che uno dei due doganieri in divisa mimetica prenda un passaporto alla volta e ricopi lentamente i dati su un registro gigantesco. Ciascuno quindi è invitato a dichiarare la propria profession. Quando mancano ancora alcuni membri del gruppo la penna si scarica e costui, con un gesto di stizza, chiude platealmente il registro − nonostante gli venga offerta un'altra penna − con il risultato che qualcuno di noi non risulterà mai passato da questa frontiera. Quando finiscono di apporre il timbro su tutti i passaporti ci lasciano andare.

Racconto di viaggio "PICCOLI ANTROPOLOGI CRESCONO. VIAGGIO ON THE ROAD IN TOGO E BENIN" (dicembre 2015 - gennaio 2016) 

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