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LAS CATARATAS DEL IGUAZÚ

Il clima di Iguazú è molto diverso rispetto a quello della capitale: se lì era praticamente inverno, qui è caldo e umido e la vegetazione è davvero lussureggiante. Mi trovo nel cuore della cultura di lingua guaranì, regione di grandi produttori di yerba mate, da cui si ricava la bevanda energizzante e amarissima che gli argentini si portano dietro dovunque in grossi thermos. Qui si producono anche tè, legno e il prelibato palmito, che non è altro che l'interno del tronco della palma tenuto a macerare per cinque anni. Puerto Iguazú è infestata di negozi di souvenir, tra i quali devo segnalare la tazza per il mate a forma di zoccolo di mucca; inoltre al ristorante scopro che quella che loro chiamano mozzarella è in realtà galbanino ma, ciononostante, la pizza a la piedra è molto più buona di quella di alcune pizzerie romane. 
Sono qui per visitare le cascate più imponenti del Sudamerica, che nacquero quasi 200 mila anni fa dalla confluenza tra i fiumi Iguazú e Paraná, nel luogo ora conosciuto come "Unione Tre Frontiere" (Argentina, Brasile e Paraguay). Normalmente precipitano almeno cinquemila metri cubi d'acqua al secondo per oltre settanta metri d'altezza e due chilometri di larghezza, nello scenario indimenticabile della foresta subtropicale. Mi preparo con costume da bagno e buste di plastica ad essere travolta dall'acqua che bagna completamente i visitatori quando attraversano le passerelle, ad essere assordata dalla favolosa Garganta del diablo, ad essere praticamente sommersa durante la gita in barca. E invece non vengo sfiorata nemmeno da una goccia d'acqua perché non piove da tre mesi, e anche il giro in barca si riduce di un pezzo perché il fiume è di gran lunga sotto il livello solito e le grandi pietre levigate sono squallidamente nude sotto il sole. Era dal '78 che non capitava un evento del genere e io mi chiedo cosa avrebbe fatto Indiana Jones, ma anche i due innamorati protagonisti del film di Wong Kar-Way "Happy together", alle prese con la siccità alle cascate di Iguazú.
La speranza di vedere qualche animale tropicale viene drammaticamente frustrata: nel giro in jeep scorgo soltanto una minuscola scimmia cappuccino, le farfalle sono belle sì ma non grandi quanto una mano come mi avevano detto, mi posso lasciare intenerire solo dal coati, che è una specie di procione simbolo stesso del Parco Naturale, e purtroppo non appare nemmeno il becco di un tucano.
Nonostante siano a secco, le cascate me le vado a guardare anche dal lato brasiliano: attraversiamo il confine di stato, ci puliamo i piedi su un tappetino disinfettante e le ruote del pulmino su un tappetone disinfettante. Prima di raggiungere il Parco visitiamo la gigantesca diga idroelettrica di Itaipu, la più grande del mondo, che fornisce un quarto dell'energia di tutto il Brasile e la quasi totalità di quella del Paraguay (il dépliant mi informa che con il ferro e l'acciaio usati nella centrale si sarebbero potute costruire 380 Tour Eiffel). Il Parque Nacional do Iguaçu del versante brasiliano è privato (e non pubblico come dal lato argentino) e dunque perfettamente organizzato con attività di arborismo, canoa, rafting, corde sospese e sorvoli in elicottero. 

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Racconto di viaggio "UN PUNTO DI VISTA AUSTRALE. Viaggio in Argentina del Nord"