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  • Categoria: Canada

Metti che nascevo in Québec

Baie-Saint-Paul e Tadoussac luglio 2014

I tuoi antenati sono stati stupidi. Dovevano vendere il Québec e tenersi la Louisiana.
[ Mordecai Richler, "La versione di Barney" ]

Ci vuole fortuna nella vita, per esempio io sono molto riconoscente di essere nata in Italia. Metti che nascevo in Québec: sarei stata convinta che il formaggio "mozzarellissima" abbia davvero qualcosa in comune con la mozzarella, avrei chiamato il salame pepperoni, e poi, quanto avrei dovuto spendere ogni volta per venire in Italia?

Se fossi nata in Canada, anch'io di certo sarei stata una cliente fissa di questa compagnia low cost che effettua voli diretti che collegano alcune città europee con le principali città canadesi. Questa compagnia è molto nota ai canadesi oriundi europei, ma viene opzionata anche da quei bon vivant non oriundi che decidono di trascorrere le proprie vacanze in Europa e perfino da quel minuscolo manipolo di europei ai quali è balenata la stravagante idea di andare a visitare il Canada. Io avevo già preso alcuni voli intercontinentali disastrosi, però Air Transat è peggio perfino di Argentina Aerolineas, e ho detto tutto.

Per ottenere un posto finestrino devi essere in possesso di conoscenze evidentemente riservate solo agli habitué, visto che essi erano già tutti occupati sin da quando ho fatto il check-in online. I sedili sono minuscoli e per attraversare i corridoi, se sei appena cicciottello, devi metterti di profilo. Inoltre ti consiglio di non avventurarti per nessuna ragione al mondo nei paraggi della prima classe, perché se osi varcare il confine il personale è addestrato a insultarti e persino a metterti le mani addosso; se gli rispondi a tono ti danno un cartellino giallo di ammonizione e un modulo da compilare, che se non ho capito male ti impedirà di compiere altri viaggi sullo stesso velivolo per un certo periodo.

Se hai la fortuna di prendere un volo con lo schermo individuale ma non hai gli auricolari personali, li puoi acquistare al prezzo di otto dollari canadesi; l'unica forma di pagamento consentita è la carta di credito e solo se gli fai una sfuriata con i fiocchi (rischiando il cartellino giallo), lo steward o la hostess potrebbe regalarteli sottobanco facendoti segno di non dirlo a nessuno (ma comunque per fortuna nella maggior parte dei casi lo schermo individuale non c'è). Stessa storia vale per la coperta e il cuscino (nove dollari). I pasti sono accompagnati da un bicchiere di vino minuscolo, ma che viene pubblicizzato negli altoparlanti sin da quando ti siedi come se fosse uno dei motivi per cui vale la pena di prendere il loro volo.

In aereo ho visto uno di quei programmi nei quali il conduttore gira il mondo ad assaggiare i piatti tipici di tutte le latitudini. Per tutta la puntata Anthony Bourdain (questo è il nome del gourmand in questione) non faceva altro che incontrare cuochi o semplici golosi in compagnia dei quali varcava le porte di ristoranti e bar di Montréal. Quindi, ripeteva con insopportabile frequenza la parola “delicious” indirizzando gli occhi al cielo, mentre si sbafava enormi porzioni di halibut in crosta, patè di fegati di oca e pinne di foca, filetti di castoro alti quattro dita e affogati in burrose bechamelle. Secondo il nostro, la scena culinaria di Montréal è davvero unica al mondo.

Purtroppo, molto rapidamente ho realizzato che la cucina tipica del Québec ha davvero poco a che fare con le delikatessen propinate dall'elegante cuoco e scrittore. Già in uno dei primi inviti a cena ho fatto la mia conoscenza con il piatto nazionale quebecchese: la poutine (da pronunciare rigorosamente "puzìn"). Dietro l'intrigante nome esotico, si cela una dozzinale porzione di patate fritte mescolate a tocchi di formaggio, il tutto ricoperto di salsa alla carne. La poutine è il classico piatto venduto nelle casse-croûte, i chioschi collocati al bordo della strada, ma potete trovarla anche nei menu di alcuni ristoranti e del McDonald's, abilmente americanizzata dal nome "McPoutine". Il resto della gastronomia popolare spazia dalla carne affumicata con cui riempiono enormi sandwich (rinomata quella di "Chez Schwartz's" a Montréal), ai vari tipi di paté, al salmone affumicato.

Viste queste premesse, e considerato che per poterti permettere una cena del calibro di quelle pubblicizzate da Bourdain devi come minimo venderti un rene, l'unica salvezza del viaggiatore squattrinato è rappresentata dalla pervasiva multiculturalità di Montréal. La quasi totalità dei miei pasti in città infatti è stata preparata dalle operose mani degli immigrati: sashimi giapponesi e dumpling cinesi, pho vietnamiti e kebab libanesi, biryani e kofta indiani. E anche quando ho mangiato a casa di qualcuno, sono stata una lieta commensale al desco dell'arcinoto cosmopolitismo canadese: tranne quando mi è stata servita un'insalata di fiori (colti nel giardino di una fantomatica vecchia zia di campagna e conditi con aceto balsamico), mi è stato sempre proposto un florilegio di tutte le più note cucine internazionali: dalla paella alla pizza, dalla pasta ai noodles, dall'english breakfast al cous-cous.

Fuori da Montréal purtroppo le offerte etniche calano sensibilmente e dunque la situazione diventa incresciosa: la mia fissazione per viaggiare low cost mi ha costretta a varcare con troppa frequenza le porte di untuosi pub dove ho dovuto cibarmi di hamburger, patatine e persino laidi nachos con formaggio e cipolla.

Che poi anche questi cibi non erano proprio regalati. In Québec infatti vige un sistema piuttosto subdolo di tassazione indiretta: se al ristorante noti un poulet B-B-Q all'abbordabile prezzo di 10 dollari, devi prima di tutto calcolare mentalmente una tassa del 15% circa. Poi, quando il tuo pollo costa ormai 11 dollari e mezzo, devi calcolarci sopra la mancia − che è obbligatoria (se non gliela dai sono capaci di sputtanarti davanti a tutti). Anche nei negozi tutti i prezzi esposti sono tasse escluse (ma almeno non c'è la mancia), mentre se fai ordinazioni al bancone di un bar, le tasse sono già incluse ma non si capisce per quale misteriosa ragione la mancia la devi lasciare lo stesso (un dollaro circa, indipendentemente da cosa ordini).

Il beneficio tangibile di tutto questo orribile pasticcio l'ho riscontrato soltanto all'aeroporto, dove i prodotti sono tax free e dunque costano meno che in tutto il Paese: ho potuto così allegramente spendere i miei 20 dollari residui in cuscini tempestati di renne e orridi biscotti allo sciroppo d'acero.

Lo sirop d'érable (come lo chiamano qua) effettivamente è l'unico prodotto alimentare quebecchese conosciuto in tutto il mondo: nonostante il suo sapore stucchevole, lo utilizzano per glasse e farciture, gelati, toffee e lecca-lecca e per rafforzare il già impegnativo contenuto calorico di ciambelle, pancake e beavertail (letteralmente “coda di castoro”, frittelle dalla forma allungata). A parte questo, avrei dovuto saperlo, la cucina canadese non è molto rinomata, e insomma sono stata proprio un'ingenua a farmi fregare da quel furbacchione di Anthony Bourdain.

Racconto di viaggio "IO MI RICORDO. QUÉBEC, UN PO' DI CANADA" (luglio 2014)