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  • Categoria: Cuba

CIEN AÑOS DE SOLEDAD

Cuba del sud

Brezza e alcol nelle ruote. / Andrò a Santiago. / Corallo nella tenebra. / Andrò a Santiago. / Il mare affogato nell’arena. / Andrò a Santiago. / Caldo bianco, frutta morta. / Andrò a Santiago. / O bovina freschezza delle piantagioni di canne! / Andrò a Santiago.
[ Federico García Lorca, "Son negros en Cuba" ]

Bayamo alloggio in un hotel appena fuori dal centro che appartiene alla Islazul, una delle cinque catene alberghiere dell'isola, tutte rigorosamente di proprietà statale. La Islazul è la più economica ed è aperta anche ai cubani, che infatti qui sono stravaccati nei pressi della piscina e pasteggiano ad Havana Club, ridendo sguaiatamente. Questa città fiera e bellicosa fu dopo Baracoa la seconda città di Cuba ad essere fondata da Diego Velasquez. 

Alla Casa de la trova di Bayamo, dopo uno sbrigativo concerto dei soliti meravigliosi vegliardi, conosco un cubano molto sovrappeso che ha una macchina fotografica impegnativa e sfoggia mazzette di banconote. È accompagnato dalla sorella povera e dal cognato e mi offre un drink. Il mistero è presto svelato: qualche anno addietro ha vinto la Lotería del visa e ora vive a Miami. Questo programma speciale di migrazione, conosciuto anche come "bombo", fu creato nel 1994 e ha permesso ad un certo numero di fortunati diplomati, con esperienza di lavoro e parenti negli USA, di emigrare negli Stati Uniti. Inutile stupirsi che il governo cubano lo avalli, considerando quanto le rimesse dall'estero contribuiscano a non far crollare definitivamente l'economia. Il cubano emigrato in Florida mi è molto simpatico perché, avendo capito al volo il mio totale disinteresse per la bachata, non ci pensa proprio a invitarmi a ballare.

Al Parco della Sierra Maestra i turisti vanno a fare il trekking nelle stesse selvagge location in cui, alla fine degli anni Cinquanta, si rifugiarono i rivoluzionari di Fidel durante la lotta armata contro il regime di Batista. Dal Parque Nacional Turquino (che prende il nome dal monte più alto dell'isola), si può infatti andare a visitare la Comandancia de la Plata, il quartier generale dell’esercito Rebelde a partire dal 1957. Da Villa Santo Domingo partono le costosissime escursioni guidate (circa trenta euro, quattro in più se vuoi portarti la fotocamera, com'è consuetudine a Cuba). Alex, la guida, mi fa presente che allo Stato non gliene importa nulla di abbassare i prezzi, tanto c'è il monopolio, e che a loro invece li pagano una miseria, quindi se non fosse per la nostra mancia lui col cavolo che continuerebbe a fare questo lavoro.

Dall'Alto del Naranjo, situato a quasi 1000 metri, la vista è spettacolare, fa freschetto e si possono raccogliere i mandarini direttamente dagli alberi. Da qui si parte per una passeggiata di circa tre chilometri durante la quale si incontrano orchidee, piante di caffè e altre tipiche specie delle foreste tropicali. Infine, raggiunto il quartier generale dei rivoluzionari, si possono visitare la capanna che veniva usata come ospedale, l'ufficio della stampa, il museo con la macchina da scrivere, le armi e gli altri oggetti appartenuti ai guerriglieri e infine la casa di Fidel; la struttura in legno è stata ricostruita, ma al suo interno ci sono ancora gli arredi originali come il letto, la scrivania, il tavolo e persino il frigorifero.

La conoscenza di Santiago de Cuba inizia dal Castello del Morro, una bellissima fortezza spagnola del 1600 posta a difesa della sua bahia. La posizione fa sì che si possa godere di una stupenda vista sul mare e sul Cayo Granma che sta di fronte, attraverso i ritagli delle finestre e delle feritoie. Il museo sulla pirateria ci illustra la differenza tra pirati, filibustieri, corsari e bucanieri, tutti personaggi con cui questa città ha avuto a che fare per lungo tempo.

Mentre passeggio nel centro di Santiago vengo invitata a bere una birretta in un terrazzino ombroso affacciato sul mare. Il padrone di casa mi racconta come funziona il mercato nero, in quanto a causa dei prezzi alti il pesce e il manzo, monopolio dello Stato, praticamente sono inavvicinabili, mentre del pollo e del maiale, più economici, ne hanno le tasche piene. E anche in merito al fabbisogno nazionale non si scherza visto che sono costretti ad importare anche cibi di base come il riso.

Mi spingo attraverso il quartiere francese fino alle zone più popolari. In occasione della vigilia di Capodanno gli abitanti lavano le auto (chi le ha), ballano per strada, arrostiscono maialini da latte in ogni dove e fanno la fila per comprare birra alla spina. Dovete sapere infatti che il cubano è sempre in coda perché loro hanno la libreta, che sarebbe la tessera con la quale lo stato, a prezzi molto bassi, gli vende alcuni prodotti. Le quantità e la scelta di tali beni di prima necessità lasciano molto a desiderare, e a quanto pare anche i tempi di consegna.

Mentre me ne sto tornando in albergo, vengo inavvertitamente accalappiata dal giovane guardiano dello zoo più triste della terra. Lui e il suo collega mi mostrano questi poveri animali ingabbiati, che paiono non passarsela benissimo, soprattutto i leoni che hanno la fossa vicina alla mia stanza e lanciano delle urla da film dell'orrore che già la notte precedente mi avevano fatto venire brividi su tutto il corpo. Il guardiano mi spiega che fanno così perché sentono l'odore dei maialini arrostiti e gli viene l'acquolina in bocca. Questo ragazzone ha poco meno della mia età e ha già un figlio ventenne, dice che loro fanno tutto in fretta e furia.

Ordino un refresco al bar dell'hotel, l'attempato bagnino si avvicina con cortesia al tavolino vicino alla piscina e come ormai è abitudine entro cinque minuti è innamorato perso. È afflitto dal pensiero di non potermi invitare a cena perché non potrebbe permettersi di pagare il conto e mi dice che tutti in questo Paese preferiscono lavorare a contatto con i turisti. Le mance infatti, anche le più irrisorie, per loro sono superiori alla paga di una giornata di lavoro e in pratica un insegnante guadagna molto di più se fa il lavapiatti.

Per l'ultimo dell'anno nella Piazza centrale è allestito un sontuoso concerto, mentre sulla terrazza dell'Hotel Casagranda (dove alloggiava Graham Greene mentre scriveva "Il nostro agente all'Avana"), oltre agli avanzi del cenone, è spiaggiato un triste repertorio di facce sfatte di turisti anglosassoni che indossano ridicoli cappellini, trombette e altri gadget. Poiché non sono cubana, anche io posso andare a bermi un paio di piña colada al bancone in tutta tranquillità. 
Alla Casa de la musica il gruppo non è malvagio, ma l'ambiente è buio e freddo. Mentre sono fuori in strada a fumare, attacca bottone questo ragazzo che mi mette in guardia da quei personaggi che mi si avvicinano perché vogliono ottenere qualcosa da me. Anche lui — mi racconta — un tempo era così, ma adesso che ha fatto fortuna mi può addirittura offrire una birra. Brindiamo alla sua conversione, e soprattutto alle sue amiche che gli mandano i soldi dall'Europa.

Alla Casa de la trova chiacchiero con il sedicente nipote di Ibrahim Ferrer (il cantante dei Buena Vista Social Club dagli occhietti vispi), bevo un paio di drink e poi, come capita a tutti i turisti, vengo abbordata. Questo mulatto qui si chiama Angelo, ma lo hanno soprannominato Leonardo poiché, oltre ad essere un pittore, è anche un inventore come Leonardo da Vinci. «I negri sono eccessivi in tutto», si lamenta «non sono raffinati». Angelo se ne vuole andare da Cuba e anche lui naturalmente dopo manco cinque minuti è folle d'amore, nonostante io gli avessi detto sin dall'inizio che non volevo imparare a ballare; e dunque te quiero, te deseo e in poche parole sono già pronte le bomboniere.

Non si sa come, ma riesco a raggiungere la habitacion con un taxi abusivo, che poi è il solito carro rosso degli anni Cinquanta, che da fuori è stato riverniciato tante di quelle volte che è sicuramente diventato più voluminoso di quello che era, ma dentro è un ammasso di ruggine e pezzi ricavati da chissà quali altri mezzi meccanici che per la grazia di dio si tengono ancora assieme.

Baracoa, la capitale del cacao, occupa la punta più orientale dell'isola. È faticoso spingersi fin qui ma il paesaggio è sicuramente il paesaggio tropicale più ameno che io abbia mai visto. Superata Guantanamo, fuori dal finestrino cominciano a scorrere i cactus, i palmeti e le coste scoscese  della costa Imías, finché si è costretti a tagliare nell'interno percorrendo la serpeggiante Strada la Farola. Man mano che ci si avvicina, la vegetazione diventa sempre più verde brillante di palme da cocco, banani, mango, guayaba, caffè e cacao. Baracoa è rimasta isolata dal resto dell'isola per circa 450 anni; poiché sorge su un promontorio infatti fino agli anni ’60 era raggiungibile solo via mare ed è tuttora circondata da una giungla rigogliosa.

Al centro di questa cittadina tranquilla e fascinosa c'è la Catedral de Nuestra Señora de la Asunción, che custodisce la croce che probabilmente Cristoforo Colombo piantò sulla spiaggia di Baracoa nel suo primo viaggio, oppure più verosimilmente che qualche altro spagnolo dell'epoca portò dall'Europa. Di fronte alla chiesa c'è il busto del capo indio Hatuey, il primo guerrigliero cubano, che all'inizio del 1500, dopo mesi di strenuo combattimento in difesa del suo popolo, fu torturato e ucciso sul rogo dagli spagnoli. Passeggiando senza meta si incontrano gallerie d'arte e centri culturali, murales e fiancate di legno dipinto, locali e bancarelle, corsi di salsa con ballerini boni e turisti europei rapiti dall'atmosfera. Procedendo lungo la strada panoramica si può ammirare tutta la baia arrossata dall'atardecer, con quel trapezio dello Yunque a fare da guardia, fino a raggiungere il Malecon, guarnito da orrendi palazzoni, alcuni dei quali sventrati dal tremendo uragano del 2008.

Mi sistemo presso la casa particular di Rafael e Yasmine. A lui in paese lo chiamano El Gordo a causa della sua enorme stazza, e quando lo dicono allargano un po' i gomiti. Lei si chiama Yasmin perché negli anni '70 andavano di moda i nomi di donna che iniziano con la Y. Entrambi al momento hanno lasciato i loro precedenti lavori e si occupano solo della casa, per cui si sono specializzati nella cucina e nella preparazione di cocktail: el Gordo — si autopubblicizza — prepara il miglior mojito che io abbia mai assaggiato in vita mia. Per cena invece mi servono un'ottima zuppa di fagioli, filetto de “peccao”, insalata di pomodori, lattuga e cavolo, banane fritte e postre. E comunque si mangia benissimo in tutte queste case particolari cubane.

Il dopocena comincia alla Casa de la trova, piccola ma molto accogliente e movimentata, dove si alternano concerti dal vivo sin dal pomeriggio. Poi seguo questo amico dell'autista col cappellino a visiera e la collana invadente, che già al mattino era salito sull'autobus a fare il di più. A dirla tutta non mi sta tanto simpatico, forse perché è intelligente e si approfitta dei turisti ingenui. Fatto sta che andiamo alla Terrazza, che è un altro locale poco distante, dove acquista una bottiglia di ron blanco per 5 cuc, che prodigalmente mi offre. In realtà il tipo non è affatto un rompicoglioni come gli altri, ma purtroppo è accompagnato da un insopportabile amico ciccione interamente vestito di bianco, così sono costretta ad abbandonarli al loro destino e a seguire lo spettacolo in solitudine. Lo show è condotto da un presentatore pomposo e propone una quantità di balletti supercoreografici caratterizzati da molti culi e tette in movimento.

Lo Yunque è una montagna con la sommità piatta, già citata da Colombo nel diario del suo primo viaggio. Volendo se ne può raggiungere la cima, tanto è alta meno di 600 metri, ma io mi accontento di un'escursione nei suoi dintorni di foresta vergine, piante rare e piscina naturale. Durante la piacevole passeggiata la guida, un negro aitante che negli anni '80 insieme a tanti altri sfortunati fu spedito da Fidel a combattere in Angola, mi mostra le piante tipiche come la papaya e l'ananas, i fiori come la mariposa (simbolo di Cuba) e vari uccelli tra cui il colibrì. La montagna a forma di incudine si intravede ogni tanto tra le palme, finché non arriviamo al fiume. Qui bisogna prima togliersi tutti i vestiti, poi guadare stando attenti a non bagnare la borsa e soprattutto a non farsi spazzare via dalla corrente. Potrebbe infatti capitare di poggiare male il piede sui ciottoli arrotondati e scivolare perdendo una o più ciabatte. 

La Playa Maguana è apparentemente molto invitante grazie alla sabbia bianca, alle palme d'ordinanza, al mare color paradiso e al fatto che non c'è nessuna struttura di cemento in vista. Peccato però i tedeschi alcolizzati e sbruffoni che frequentano il bar, le scrofe che ficcano il muso negli zaini rubando pacchi di cracker interi e pisciano sugli asciugamani, i cani randagi e i venditori di noci di cocco, oggetti in legno, cacao, pesce che non ti lasciano un minuto in santa pace. 

Alla Casa de la trova già suonano, così mi fermo con i capelli ancora bagnati. Un gruppo di ragazzi del posto vuole insegnarmi a suonare il guiro, anche perché hanno capito che di ballare proprio non ne voglio sapere. In realtà non riescono a capacitarsi di questo mio disinteresse. Uno di loro, che mi accompagna a fare due passi, mi confessa che, anche nei suoi momenti più tristi, la musica lo rende felice e gli fa scordare tutti i guai. Non riesce a star fermo, ce l'ha nel sangre! Non capisce come è possibile che io non lo senta allo stesso modo. Naturalmente è disperato perché l'indomani partirò e tutte le volte è così e come sono sfortunato e insomma il melodramma incombe. Ma se ci stiamo parlando soltanto da due minuti!

Stasera si cena fuori, al Colonial, con la solita monotona scelta tra “peccao”, “langota”, “poio” e “serdo”, l'insalata mista di verdura cruda (lattuga pomodori cetrioli cavolo) e il riso con fagioli neri piccoli, chiamato Moros y Cristianos. Di nuovo alla Casa de la trova e di nuovo alla Terrazza, ma stasera pioviggina e io mi sono rotta degli occhi da pesce lesso, di quelli che vogliono insegnarmi a ballare, di tutta questa gente che dice sempre le stesse cose e del presentatore pomposo e del tizio col cappellino e del suo amico vestito di bianco e del rum e dei culi a mongolfiera dentro ai pantaloncini corti e insomma me ne vado a dormire.

Triste solitario y final

A colazione, mentre bevo un delizioso frullato di fruta bomba (come chiamano la papaya, a Cuba), Rafael, guardando il mio passaporto, mi comunica che siamo nati lo stesso giorno. Ci tiene che io sappia che il 10 ottobre è una data simbolica molto importante a Cuba, perché in quel giorno, nel 1868, il dueño Carlos Manuel de Céspedes liberò tutti i suoi schiavi al suono della campana dell'ingenio e da lì ebbe inizio la lotta contro la dominazione spagnola. Sul lungomare nuvoloso, prima di partire, un nodo in gola mi prende mentre dal bar sparano a tutto volume un pezzo di Ramazzotti che canta in spagnolo. Osservo gli abitanti di Baracoa pazientemente in fila per le galletas, e la tenerezza mi invade guardando Pedro che, accanto al bus Viazul, sorride nonostante la stanchezza, mentre si abbottona la camicia azzurra da autista, che ha appena indossato sopra la canottiera verdone.

La strada è la stessa dell'andata, con i cactus, la costa scoscesa, le fitte palme e la sosta nell'anonima periferia di Guantanamo per mangiare le indigeste pizzette al formaggio. Nel bus intanto si accumulano banane e mandarini per la famiglia di Pedro. Sulla strada è un continuo di manifesti di propaganda governativa, che per esempio vorrebbero far venire voglia di lavorare grazie a queste simpatiche formicone che recitano: "¿Nos trabajamos y tu?

Mi sveglio a Santiago, in plaza de la Revolución, davanti al monumento equestre ad Antonio Maceo, una statua circondata da venticinque lame di machete. Dopo estenuanti attese all'aeroporto, arrivo congelata all'hotel dell'Avana poiché ci sono circa 20 gradi di differenza tra il profondo oriente meridionale di Santiago e la capitale, che sta esattamente sopra al Tropico del Cancro.

Racconto di viaggio "NON VOGLIO IMPARARE A BALLARE! CUBA IN LUNGO E IN LARGO" (dicembre 2009 - gennaio 2010)