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  • Categoria: Cuba

NO QUIERO APRENDER A BAILAR

Cuba centrale

La vita è una rumba, Boy, una guaracha. Bisogna prenderla come viene, senza aspettarsi troppo. È meglio ballare, bere e divertirsi. Impara da me.
[ Pedro Juan Gutierrez, "Il nostro GG all'Avana" ]

¡Buendia compañeros! La Carretera central mi attende e con lei tutti i cubani possibili che stazionano sul bordo della strada sventolando le banconote nella speranza di essere caricati su. Quando avevo visto queste situazioni nei film di Tabío avevo pensato che fossero state ingigantite per far ridere, invece sono tutte vere.

La prima tappa è Punta Perdiz dove c'è un mare da sogno e nessuno che ne approfitta, così posso godermi un bagno favoloso e poi mangiare la grigliata di pesce al tavolino. Sono nella famosa Baia dei Porci, dove nel 1961 avvenne lo sbarco dei mercenari al soldo degli americani con l’intento clamorosamente fallito di rovesciare il governo Castro. Questo episodio è molto famoso perché da lì derivò una crisi internazionale durante la quale il mondo temette seriamente un'esplosione nucleare e poi si posero le basi per l'embargo da parte degli USA o, come dicono qui, il bloqueo, che d'altra parte dura tuttora e continua a rappresentare un credibile paravento a cui ascrivere tutte le disfunzioni dell'isola.

A breve distanza sorge il Museo di Playa Giròn, dove ai visitatori per prima cosa viene propinato un documentario con filmati originali dell'epoca. L'esposizione permanente invece comprende le divise dei barbuti, le lanterne, le fotografie, molti documenti e vari altri oggetti, corredati da pannelli che spiegano ad esempio che prima del "trionfo del socialismo" i bambini e gli adulti morivano per la carenza di strutture mediche, il tasso di analfabetismo era altissimo, i mezzi di comunicazione erano inesistenti e l'economia sottosviluppata. Invece oggi a Cuba la sanità e l'istruzione sono completamente gratuite; in merito all'economia e alle comunicazioni invece ci sarebbe qualcosa da ridire. La propaganda, comunque, si taglia con il coltello.

Arrivo a Trinidad sull'onda di un toccante tramonto che indora la sierra in lontananza, accompagnato dai video di musica salsa che impazzano al televisore dell'autobus. È ormai buio mentre prendo posto nella casa particular. La padrona di casa, una psichiatra dal sorriso più dolce del mondo, mi accompagna sul selciato sconnesso fino alla sua abitazione, ingabbiata da grate di ferro bianche. Mi spiega che per poter affittare parte della propria abitazione è necessaria un'autorizzazione statale e viene richiesto il rispetto di ben precise regole ed il pagamento di corpose tasse.

A cena sul terrazzo si susseguono i soliti, numerosi mojito, che agli italiani non piacciono un granché perché l'erba non è pestata, il ghiaccio è inesistente e lo zucchero di canna non è granuloso. Per loro fortuna qui c'è un altro cocktail tipico, chiamato "canchanchara", preparato con il liquore di miele. Trascorro il resto della serata alla Casa de la musica, un locale all'aperto vicino alla cattedrale dove fior di musicisti suonano dal vivo, diverse coppie ballano e tutti gli altri stanno seduti su un'enorme scalinata simile a quella di Piazza di Spagna. In realtà gli unici cubani che ballano sono maschi e quelli che ballano con le turiste sventolano gran mazzi di banconote. Io invece resto sulla scalinata perché, come si è capito, non ho nessunissima voglia di imparare a ballare.

Sulla via del ritorno mi rendo conto che le case colorate con le inferriate sono tutte uguali e quindi soltanto dopo un lungo peregrinare in questa infinita scacchiera riesco a raggiungere la mia.

Alla luce del sole risplende la bellezza soporifera di questa cittadina, con le facciate delle case turchesi e gialle e verdi e rosa intonacate grazie ai soldi dell'Unesco, con le vie attraversate da carretti a cavallo, con i ritagli di luce e ombra stampati sulla strada, con le balaustrate e i cortiletti fioriti, e con una quantità di bambini sorridenti in bicicletta, e vecchi stupendi che si muovono ad una lentezza strabiliante, certamente chiedendosi che diavolo vogliono da loro tutti questi stranieri.

Trascorsa qualche ora lieta alla spiaggia Ancón, nel pomeriggio sono di nuovo in giro ad osservare le case di legno, le ampie verande con le panche e le sedie a dondolo, la cattedrale e i diversi locali dove c'è sempre qualche bravo musicista all'opera, anche se il tutto sembra fatto apposta per i turisti, persino tenere le porte delle case aperte, da dove puoi spiare Tom e Jerry alla televisione e le foto dei bambini nudi e gli animali di peluche. Per cena nel terrazzino pieno di fiori della casa particular ci sono i camarones e la yucca affogati nell'aglio, gli immancabili tostones, cioè il platano fritto a rondelle, e infine la macedonia, rovinata da quell'orrendo frutto rosa fucsia con i semini che si chiama guayaba. «Mi amor, mi amor!» cinguetta la psichiatra tra i suoi libri vecchi e i suoi orrendi cani di ceramica.

Il valente chofer di bus, Pedro, dentone baffuto con al seguito una bambolina muta dalle acconciature antiquate (sua figlia Wendy), ci conduce nella Valle de los Ingenios, che sarebbero i mulini della canna da zucchero. Come d'abitudine turistica si sosta in un bar panoramico (il Mirador de la Loma del Puerto) da cui si gode un ampio belvedere del paesaggio. Qui si può assaggiare il guarapo, ossia il succo della canna da zucchero, che viene spremuta da questo marchingegno fino a secernere una grande quantità di liquido, molto meno dolce di quanto si potrebbe immaginare. La tappa successiva è la Torre Iznaga, che serviva per tenere sotto controllo gli schiavi al lavoro nei campi. L'antica hacienda accanto è stata trasformata in un ristorante e volendo si può fare un giro su questa locomotiva d'epoca.

Sancti Spíritus, il capoluogo di provincia, è una domenica pomeriggio di ristoranti chiusi, cani malati e afa immobile. Digiuni raggiungiamo Santa Clara, dove ebbe luogo la battaglia decisiva della rivoluzione cubana, quella che trasformò in mito il comandante Ernesto "Che" Guevara. Per questo motivo hanno costruito qui il suo monumento, sotto il quale sorge il memorial che contiene le sue spoglie mortali e la fiamma perenne, accesa da Fidel dopo il ritrovamento delle presunte ossa in Bolivia nel 1997. Accanto un piccolo museo racconta l'avventurosa vita del Che con oggetti personali, come ad esempio il giubbotto che indossava quando Alberto Korda gli scattò la foto più famosa del mondo intero. Nei pressi c'è anche il Monumento al Treno Blindato, che ricorda una delle imprese più eroiche dell'Argentino, quando nel 1958 si impossessò di un treno carico di armi e munizioni, inviato da Batista a rinforzo dell'esercito regolare.

Qua sono tutti ingegneri dottori professori fisici nucleari, anche quelli che affittano la propria casa ai turisti e cucinano e puliscono e fanno conversazione sfoggiando il loro miglior sorriso. A Remedios ad esempio alloggio nella casa di Josè, professore universitario di economia. Suo figlio, che ci viene presentato subito insieme alla fidanzata, invece insegna educazione fisica e scacchi.

Josè è un incrollabile ottimista. Mi racconta con entusiasmo che viaggia per lavoro, per esempio è stato ospitato in alcuni Paesi amici del Sudamerica, e non ritiene un problema il fatto che per recarsi in qualunque altra nazione del mondo per tutti loro sia necessaria una scoraggiante trafila burocratica. Cuba infatti ha stretto accordi con il Cile, con il Brasile e soprattutto con il Venezuela di Chavez, che possiede il prezioso petrolio, in cambio del quale gli vengono spediti migliaia di medici; però lasciare il Paese non rientra ancora tra i diritti fondamentali di un cubano. Così come mancano all'appello altri fondamentali diritti, come quello alla libertà di informazione. Questo professore usa internet ma glissa sulla censura, non gli risulta che le mail vengono controllate, non sembra preoccuparlo che i cellulari, introdotti nel Paese da pochi mesi, abbiano costi proibitivi.

Si scopre che, per soli due giorni di ritardo, mi sono persa l'appuntamento mondano dell'anno, la Parranda, una sorta di Carnevale che ha luogo la sera della vigilia di Natale, durante il quale i due quartieri della cittadina si sfidano in una gara di carri, impalcature, maschere e fuochi d'artificio che richiedono una lunga preparazione segretissima. Al termine della gara in realtà il vincitore praticamente nessuno si ricorda chi era, questo per dirvi il livello alcolico che si può raggiungere. I carri abbandonati occupano ancora gran parte della piazza della Cattedrale e, se proprio uno vuole approfondire l'argomento, può recarsi al museo delle Parrandas. Per fortuna io non ne ho bisogno, in quanto una cover della festa si svolgerà proprio stasera nel vicino comune di Caibarién, dove mi reco dopo cena. Bancarelle, maialini arrosto, spaghetti, panini giallo fosforescente, giostre, salsa moderna e reggaetón rendono l'esperienza allegra e spensierata. Io già non ero interessata a imparare a ballare la salsa, figuriamoci il reggaetón.

cayos sono degli isolotti corallini quasi sempre sinonimo di turismo molto poco fai da te. Cayo Coco è collegato alla terraferma da una lunga strada, costruita recentemente scatenando le ire degli ambientalisti perché lì vicino nidificano i fenicotteri. Prima di imboccarla c'è un posto di blocco per il controllo passaporti, infatti l'accesso è vietato ai cubani i quali potrebbero approfittare della vicinanza con la Florida per prendere il largo e abbandonare il Paese per sempre, cosa che molti disperati hanno fatto, soprattutto nel período especial, quegli anni successivi al crollo dell'Unione Sovietica in cui la situazione era drammatica. In spiaggia apprendo dal titolare del baretto che ormai lo Stato chiude un occhio se un cubano coi soldi viene qui previa prenotazione di un ristorante oppure pagando direttamente l'ingresso, l'importante è che se ne vada entro las cinco de la tarde.

Questa spiaggia è davvero "un eden di sabbia chiara bagnato da acque cristalline", come potrebbe definirla un catalogo in agenzia viaggi, ma per il resto meno male che sono rimasta un giorno solo. Intorno ci sono solo hotel a svariate stelle, grandi e costose strutture alberghiere spuntate negli ultimi anni e villaggi all inclusive con discoteche gelide, prezzi da paura e turisti tristi. 

Per cena non posso far altro che andare a mangiare al Sitio La Güira, ma poi me ne vado a dormire presto: se non me ne può fregare di meno del ballo, non ci penso proprio ad imparare in una discoteca ad aria condizionata situata in un villaggio all inclusive.

Racconto di viaggio "NON VOGLIO IMPARARE A BALLARE! CUBA IN LUNGO E IN LARGO" (dicembre 2009 - gennaio 2010)