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  • Categoria: Cuba

Un hombre sincero

L'Avana

Il mio uomo all'Avana si chiama Manuel. Mi aiuta a rintracciarlo il cugino di Milvia, una meravigliosa donna cubana bianca dall'incantevole accento ispano-veneto, con la quale ho condiviso il sorvolo dell'Atlantico. La sua fortuna è stata andare a studiare nella Germania dell'Est prima della caduta del Muro di Berlino e lì conoscere quello che sarebbe divenuto suo marito (ricco costruttore, proprietario di villa con piscina e cani e bambini stupendi). È l'una di notte all'aeroporto "Josè Martì" della capitale cubana, ma nessuno pare farci caso. Tutti fumano e sorridono. Un chofer baffuto mi accompagna in hotel.

Avendo dormito ben otto ore in aereo, mi vedo costretta ad attendere l'alba al bar dell'albergo, sorseggiando le due birre preferite dai cubani cioè la Cristal e la Bucanero. Ne smezzo un paio con un giovane tecnico telefonico che l'indomani sarebbe partito per Las Tunas, per trascorrere le vacanze natalizie insieme alla sua famiglia. Per prima cosa mi monetizza il suo stipendio, argomento che tutti i cubani che ho incontrato hanno tirato fuori pochi istanti dopo le presentazioni. Nel suo caso sembrerebbe ammontare all'equivalente di 14 euro, cioè 17 pesos convertibili — i cosiddetti CUC, la moneta che dal 2004 ha sostituito il dollaro per tutti quei commerci legati all'economia non socialista. Una lattina di birra invece costa poco più di un euro. Stabilito chi offre le birre, può raccontarmi del suo percorso scolastico. In questo Paese è obbligatorio avere il diploma di scuola superiore per ottenere un lavoro e, poiché se non lavori potresti anche essere arrestato, va da sé che sono tutti come minimo diplomati. Per verificare che tutto ciò sia vero somministro al tecnico installatore qualche esercizio di analisi logica: sufficiente.
Nel frattempo ho appreso che le trasmissioni che possiamo aprovechar in quel momento sui due maxischermi, i cubani non le possono guardare a casa propria, perché la TV satellitare è vietata e se vengono scoperti sono costretti a pagare una multa molto salata. Deduco quindi che il mio amico non ami le telenovelas, le lezioni di ingegneria meccanica, le partite di baseball e l'altra consueta programmazione "rivoluzionaria" delle reti nazionali. D'altra parte vive con la vecchia nonna, perché come se non bastasse le case non si possono comprare né vendere. E non si possono nemmeno affittare, almeno ufficialmente. Lo scenario comincia a delinearsi.

La prima giornata all'Avana ho scoperto che qui è tutto truccato. I muri scoloriti mi avvisano che vinceranno patria o muerte, mi annunciano che il socialismo si difende unidos y combativos, mi comunicano trionfali che la revoluciòn è in ogni quartiere. La bandiera nazionale sventola con persistenza accanto agli eroi a cavallo e alla sfilza di lampioni liberty. Allungando lo sguardo, da una parte si intravedono i grattacieli, dall'altra, in lontananza, il Forte del Morro, che si trova all'altra estremità della baia dell'Avana. E dovunque la decadenza. I condomini hanno facciate da antologia, ma sono in rovina, gli intonaci sono scrostati, l'abbandono non potrebbe essere più evidente. In pratica, l'Avana cade a pezzi.

Mi trovo nel quartiere Vedado, il famoso Malecon è a pochi passi e il mare blu intenso non è agitato da ondate paurose come lo immaginavo, per cui si può tranquillamente pescare in piedi sull'argine o addirittura tuffarsi e arpionare le prede a mani nude. Lo sfondo è costituito da nuvole bianche molto fotogeniche e il mio sollievo è enorme considerati gli ultimi miei viaggi tropicali funestati da monsonici cieli grigi cancella-colori. Mentre pensavo che la temperatura fosse quella che ogni essere umano desidererebbe e che avrei camminato su questo lungomare per sempre, arriva Damiano, guidatore autorizzato di calesse. Questo ometto col cappello a visiera mi istiga a fare un giro della durata di un'ora cubana alla scoperta della consistenza habanera, in pratica mi porta dall'amico che spreme la canna da zucchero, ci aggiunge un dito di rum e fa pagare questo pregiatissimo cocktail 3 CUC; mi racconta che la mamma lavora alla fabbrica di sigari e che ha la possibilità di farmi lo sconto del 300%; mi fa entrare in un ristorante gelido e scarsamente illuminato, impietosendomi con la storia che gli regalano il dentifricio e la saponetta.

Percorrendo a passi lenti il classico itinerario turistico dell'Avana vecchia, mi imbatto in una serie di personaggi che in qualche modo cercano di sbarcare il lunario: donne mascherate da antiche habaneras che fumano sigari giganteschi, un vecchio con i capelli bianchi che imita Che Guevara, un tizio che anni fa fu fotografato da quelli della Lonely Planet e continua a vestirsi esattamente come è vestito nella copertina della guida, un terzetto in bicicletta composto da un uomo e due bassotti tutti con lo stesso cappellino, decine di sosia dei Buena Vista Social Club che suonano nei bar, un giovane studente di medicina che chiacchierando con quella cantilena ipnotizzante che hanno loro mi scrocca un mojito.

Quando ne ho abbastanza del patrimonio storico ridipinto con i colori originali grazie ai soldi dell’Unesco, abbandono definitivamente il set dell'Habana Vieja ed entro in Centro Habana. In questo bar in calle San Rafael ordino un soft drink, che bevo al tavolino sui centrini di pizzo, tra puzza di fritto e musica non cubana. Mentre sollevo gli occhi per osservare una vecchia malridotta che si aggira furtivamente cercando di vendere un pacchetto di chewingum, mi sento osservata. «De donde eres?» mi chiede sorridendo una dignitosa signora seduta al tavolo accanto, in compagnia del figlio e della nuora. «Beata te che puoi viaggiare!» dice lui col cappello da baseball e lo sguardo lontano «Noi non siamo liberi». «Questa cena non la possiamo pagare con i nostri stipendi» aggiunge la giovane moglie. Intanto arrivano le loro enormi pizze e mi invitano a mangiare con loro.

Ma io devo andare alla Casa de la musica nella calle Galiano. Antonio, un cameriere uguale a Banderas giovane che stava sulla porta a fumare, mi indica la strada. Sul palco suona dal vivo un nutrito gruppo di tamarri, e anche in pista le magliette più di moda sono elasticizzate, stampate nei colori moda oro e argento e chi se lo può permettere sfoggia scritte Armani e Dolce & Gabbana in ogni dove, catenoni d'oro e occhiali giganteschi. Questa ragazza apparentemente minorenne, priva di mutande e in pratica priva anche di gonna, si dimena indefessamente davanti a Lorenzo. Lorenzo, però, non è intenzionato ad imparare a ballare.

Manuel doveva palesarsi a las nueve de la mañana in hotel dunque, intuito rapidamente l'andazzo generale, posso stare tranquilla che come minimo fino a mezzogiorno la mia querida presencia non sarà richiesta. Posso dunque raggiungere plaza de la Revolución, una delle piazze più grandi del mondo. Più di un milione di cubani si sono radunati qui durante importanti celebrazioni politiche, ma anche per ascoltare Jovanotti che canta "Penso positivo".

Su un lato della piazza svetta il Monumento a Josè Martì, eroe, patriota, rivoluzionario, intellettuale, storico, sociologo, poeta, martire e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di una torre alta più di cento metri accompagnata da un'enorme statua bianca dell'ometto, accigliato e compreso nel suo ruolo come si conviene. Con l'ascensore si può arrivare al punto panoramico più alto dell'Avana e ammirarla in tutto il suo splendore di grattacieli e giardini e quadras e mare bluissimo in fondo, mentre gli enormi avvoltoi che svolazzano si ritagliano uno spazio in quasi ogni foto. Se vuoi portare con te la macchina fotografica il prezzo del biglietto (mezzo stipendio medio di un cubano) raddoppia e già lì ti girano un po' le palle. Quando arrivi su e ti accorgi che tutti gli affacci sono protetti da vetri di una sporcizia incommensurabile, ti senti definitivamente preso per il culo.

Al bar dell'hotel cerco di raccogliere informazioni sulla Playa del Este, ma gli interpellati sono troppo impegnati ad appendere enormi angeli dorati a mo' di decorazioni per la festa in programma la sera e poi il volume dei video dei Van Van è troppo alto per riuscire a capirci qualcosa. Nell'indecisione ordino una Cristal. In quel mentre sopraggiunge al bancone Lazaro, il quale per prima cosa dice che conosce un po' di italiano perché sua sorella vive a Milano. Ripensandoci, la consequenzialità logica tra le due affermazioni non è così evidente come mi era sembrato in quel momento.
Questo medico specializzando in neurochirurgia sta in paranoia per due motivi: 1) gli hanno rubato il cellulare; 2) vuole diventare il più grande chirurgo di tutti i tempi. Nel frattempo studia su dei libroni di antiquariato pieni di polvere e come tutti i cubani un po' svegli si arrangia come può. Infatti mi conduce al paladar "La Tasquita", un ristorante autorizzato dallo Stato, di norma situato praticamente dentro una normale casa. Il cibo è, come promesso, una exquisita comida criolla. Lazaro cita il fatto di cronaca italiano del momento: Berlusconi colpito al volto da un souvenir a forma di Duomo di Milano. «Se, mentre parla Fidel,» fa lui «un uomo non dico lancia un Capitolio in miniatura, ma soltanto fa il gesto di lanciarlo, in tre secondi è circondato da un plotone armato». Il futuro neurochirurgo mi spiega inoltre che la sanità a Cuba è totalmente gratuita e molto qualificata, e infatti la diffusione dell'Aids è molto limitata, la speranza di vita è quasi a livelli europei e anche la mortalità infantile ha un'incidenza molto bassa.

Lazaro fa dei turni molto particolari in ospedale, tipo che lavora 24 ore filate e poi per due o tre giorni sta a casa. Siccome oggi sta a casa, terminato il pranzo mi conduce in un condominio affollato come un alveare, dove posso acquistare dei sigari di qualità a prezzo scontato, offerta riservata agli universitari ma di cui posso approfittare anche io. Siamo vicini alla celebre gelateria Coppelia, nota per i tempi di attesa così lunghi che innumerevoli coppie si sono conosciute e fidanzate mentre erano in fila; non per niente nel film "Fragola e cioccolato" fa da scenario all'incontro tra lo scrittore omosessuale critico del regime e il bravo giovane studente rivoluzionario.

La sera in hotel c'è la grande festa della vigilia di Natale e l'eleganza regna sovrana. La regola naturalmente è che più oro hai addosso meglio è, ma io, visto che non sono interessata a ballare, me ne vado a dormire.

L'ultimo giorno di vacanza un taxi collettivo mi porta al centro dell'Avana. Lazaro mi aveva dato appuntamento alle 3 ma arriva circa due ore e mezza dopo, nonostante possieda un orologio digitale parecchio ingombrante. Il problema è che casa sua si è allagata, infatti in questo paese pieno di cervelloni l'acqua è razionata e arriva se va bene due volte al giorno e gestire queste cisterne casalinghe a volte è un problema. Seduta accanto a lui sulla scalinata dell'Università dell'Avana, con in mano un libro di Graham Greene tradotto in spagnolo, mi chiedo come si fa a vivere senza acqua ma con l'armadio pieno di scarpe All Star. Come si fa a guadagnare 10 euro al mese e spenderne 150 per comprare un cellulare. Come si fa a diventare il più grande neurochirurgo di tutti i tempi e studiare su libri così vecchi. Come si fa a vivere in un mondo che ci mette in testa dei desideri così poco naturali, e poi non ci permette nemmeno di esaudirli. E mentre guardo i muri scrostati, i ragazzi che giocano a pallone, il cielo nuvoloso che incombe, mi domando in cosa consisterebbe secondo loro questa justicia tanto sbandierata e fino a quale victoria, precisamente, dovrebbero combattere, quando invece tutti sappiamo come andrà a finire e andrà a finire nel solito modo e in quello sì, che stiamo diventando tutti uguali, come qualcuno sognava.

Il viaggio di ritorno non me lo ricordo bene, mi sa che ho dormito quasi sempre. E poi ho pensato al puzzle da finire. Al fatto che il cuba libre non si fa con la Coca Cola ma con la Tu Kola, ad esempio; o che a scuola gli insegnano gli scacchi, forse perché piacevano al Che. Al motivo per cui usano barricarsi in casa con tutte quelle grate così elaborate e poi alla passione per il baseball. Mi sono domandata se è meglio avere i muri tappezzati con le frasi poetiche del Che oppure le città piene di manifesti di femmine provocanti in biancheria intima e faccioni rivoltanti di politici. E poi prima di chiudere gli occhi, mi sono venute in mente quasi tutte le facce di quelli a cui ho detto che non volevo imparare a ballare.

Racconto di viaggio "NON VOGLIO IMPARARE A BALLARE! CUBA IN LUNGO E IN LARGO" (dicembre 2009 - gennaio 2010)