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COCKTAIL DI BENVENUTO (Yucatán, Messico)

Il nome Yucatán si narra derivi da Yectean, esclamazione che significa più o meno "non ho capito". Così rispondevano le popolazioni cui gli spagnoli chiedevano il nome della propria terra: Yectean, non ho capito.
[ Wikipedia ]

Prima d'ora non avevo mai preso un volo intercontinentale, ma avevo fatto solo viaggi straccioni in Europa, caratterizzati da puzza di treno, pranzi luridi al supermercato e budget ridotti all'osso. Grazie ad un potentissimo sponsor (mio padre) questa primavera sono uscita per la prima volta dall'Europa e ho vissuto la mia prima (e probabilmente ultima) esperienza di vacanza in un villaggio all inclusive ubicato in una località da cartolina, nel quale una buona parte degli umani soggiorna solo a causa di un viaggio di nozze.
Nella Riviera Maya − quella porzione di costa affacciata sul Caribe messicano che segue il contorno sud-orientale della penisola dello Yucatán − da qualche anno è scoppiato un vero e proprio boom turistico (soprattutto di provenienza statunitense), accompagnato da megalomania, lusso, camicie hawaiane e sedili per ciccioni.

Le tredici ore di aereo necessarie per raggiungere Cancun sono state un vero trauma, superato grazie ad alcuni film americani e alle appassionanti immagini del planisfero solcato dall'aereo minuscolo che molto lentamente si allontanava dai familiari profili europei per avvicinarsi alle sconosciute coste centroamericane, restando per molte ore (in cui per fortuna ogni tanto mi appisolavo) parallelo all'infinito oceano Atlantico. Questo buco nero di angoscia è stato prontamente dimenticato all'arrivo, perché annullato da tutte le novità che si presentavano davanti ai miei occhi. Dopo tutte quelle ore con l'ansia di precipitare nell'oceano e tutti quei pranzi e cene nella vaschetta di alluminio, scoprire che erano ancora le sei di pomeriggio e che avremmo dovuto ancora cenare è stato un piccolo choc.

Ma poi nel frattempo il pulmino ci ha consegnati alle porte del villaggio dove questi animatori felicissimi di vederci ci hanno accolto porgendoci dei cocktail con la cannuccia e la fetta di arancia, e poi ci hanno condotti nei nostri bungalow prenotati dotati di aria condizionata, attraverso sentieri orlati di piante e fiori maestosi (e il profumo è forse la cosa che più mi ha colpito, insieme al caldo umido, e infatti ho deciso di mettermi un vestitino leggero), e in pratica poi mi ero dimenticata che avremmo dovuto cenare di nuovo. Questo finché non siamo entrati nella spaziosa villetta dove si mangiava e dove ho scoperto che qualunque cosa io volessi lì c'era. Mi è salita una lieve nausea anche se, poiché era tutto gratis, non potevo rifiutarmi di assaggiare almeno un boccone di qualcuna delle pietanze e comunque come minimo una birra media, perché tanto lì potevi spillartene quante ne volevi.

Durante quella sera ci hanno messo anche il braccialetto al polso, che nel nostro caso era azzurro perché eravamo italiani. In quel villaggio lì, situato a una quarantina di chilometri da Playa del Carmen, oltre a noi italiani c'erano anche i tedeschi che avevano il braccialetto grigio, i canadesi che lo avevano rosso e non mi ricordo chi che lo aveva giallo (mi sembra gli spagnoli). Con questo braccialetto ogni volta che andavi in un bar o ristorante, quasi a qualunque ora del giorno, ti davano da mangiare e da bere.

Tale onnipotenza può seriamente determinare in alcuni soggetti una frenetica e patologica ingordigia, e anzi alla fine mi sono meravigliata di non aver visto mai nessuno che vomitava seduto al bancone del bar (come sarebbe normale dopo aver bevuto un numero incalcolabile di cocktail) e dunque ho ipotizzato che questi barman messicani sapevano il fatto loro e dunque, quando vedevano qualcuno ridotto male, mettevano mano a delle finte bottiglie che da fuori sembravano cachaca o gin ma in effetti erano semplice acqua.

Quando io vado in un posto nuovo, nonostante la stanchezza del viaggio (durante il quale magari ho pure trascorso una notte seduta in un treno espresso), il sonno mi passa completamente e devo subito guardarmi intorno e scoprire dove sono capitata. Per questo la sera del nostro arrivo ho sfidato il jet-lag doppiando le 24 ore da sveglia. Come è facilmente immaginabile, mi sono abituata subito all'ora locale: alle otto di mattina infatti, mentre gli altri neo-arrivati già alle 4 avevano gli occhi sbarrati e dalla fame avevano quasi divelto la porta chiusa del bar, io russavo come se niente fosse e hanno dovuto telefonarmi e attendere anche diversi minuti prima che io rispondessi.

In effetti le giornate che si prospettavano non erano proprio una schifezza: la spiaggia che è come uno si immagina una cartolina tropicale con le palme ondeggianti al vento e la sabbia bianca fredda e leggera, le piscine idromassaggio, i cocktail colorati che se non ti piacciono li abbandoni e ne ordini un altro, le canzoni caraibiche, gli animatori che ti trascinano a fare dei giochi idioti facendoti ubriacare di tequila mentre indossi un sombrero gigantesco, le passeggiate a PLAYA DEL CARMEN (questa cittadina turistica ancora mezza in costruzione, piena di negozietti e bancarelle, ristoranti, bar e internet cafè).

Tutto come da copione

Va bene il mare cristallino, il sole cocente, le tortillas con salsa piccante, le palme da cocco diagonali, gli animatori che ti mettono la lingua in bocca in discoteca, ma qui siamo venuti anche per ammirare le testimonianze storiche e artistiche risalenti alla civiltà maya.

La sera del nostro arrivo, mentre gli altri dormivano, avevo appreso che di domenica l'ingresso ai siti archeologici fosse gratis. Dunque senza indugio ci siamo diretti a TULUM, usufruendo di un pullman di seconda classe con l'aria condizionata sparata al massimo, in compagnia di alcune galline vive e altre morte.
TULUM sorge proprio di fronte al punto dell'oceano in cui al mattino sorge il sole: oltre a donare al posto un grande fascino estetico, questa posizione costiera era sicuramente favorevole per i commerci marittimi, ma poi gli si è rivoltata contro nel momento in cui sono arrivati gli spagnoli. I poveri maya con le loro piroghine sono stati immediatamente sbaragliati dagli invasori, e proprio nel loro apogeo di prosperità. L'edificio simbolo di questo sito è il Castillo, un tempio fortificato costruito a picco sul mare. Spingendosi verso l'interno nell'aria rovente si possono visitare anche il tempio degli affreschi, la casa delle colonne, il tempio dedicato al mitico dio discendente (una divinità metà uomo e metà ape dotata di ali e di coda di uccello) e tutte le pitture e i bassorilievi che rappresentano le infinite e paradossali divinità maya. Per fortuna ci si può comodamente refrigerare con un tuffo e godere della piacevolissima brezza che soffia sulla costa. Negli anfratti strisciano le tipiche iguane, in vendita presso le bancarelle si affastellano amache e sombreri, sotto gli ombrelloni va per la maggiore la birra Corona. Tutto come da copione. Siamo felici.

In gita a Chichén Itzá

Presso il villaggio si possono prenotare delle escursioni che di solito durano l'intera giornata, comprendono anche un pranzo e accoppiano due o tre attrazioni differenti. Certo, si spende qualcosa in più, ma non ci si deve sbattere a cercare un autobus sovraffollato oppure un taxi in mezzo alla statale deserta, si ha diritto ad un autobus privo di galline e ad una guida che parla la propria lingua. Per le sei si fa ritorno al villaggio, giusto in tempo per il classico acquazzone pomeridiano che annuncia le imminenti tenebre.

Per raggiungere CHICHÉN ITZÁ, potentissima città maya-tolteca che dominò lo Yucatán per circa tre secoli, siamo partiti alle 6 e mezza circa, quando il sole già spaccava le pietre. La guida che parlava italiano si chiamava Luis, era vestito di bianco e profumava di fiori. I suoi racconti sull'autobus sembravano davvero piacevoli, ma purtroppo poco dopo mi sono addormentata profondamente.
Inizialmente abbiamo visitato la parte più recente del sito, dove è ubicato il suggestivo SACRO CENOTE, un enorme pozzo destinato ad accogliere le offerte in onore di Chaac, il dio della pioggia: caucciù, giada, vasellame, oggetti d'oro, ma anche esseri umani e animali sacrificati. I cenote in epoca maya erano fondamentali perché fornivano l'acqua necessaria alla vita delle popolazioni, ma c'è anche chi ha visto proprio in questo una delle cause della decadenza della città: bere acqua in cui si sono sbriciolate ossa umane — opinò qualche eminente studioso — non fa benissimo alla salute. Poco più in là è apparso il gigantesco campo della pelota, fatto a forma di "i": questo gioco, chiamato in lingua maya "pok ta pok", era un famoso rituale legato al culto del sole, una cerimonia pericolosa in cui alla fine c'era chi perdeva letteralmente la testa. Sui muri sono incise delle scene che dovrebbero aiutare a capire come si svolgeva il gioco: la palla di caucciù poteva essere toccata soltanto con i fianchi, le ginocchia e i gomiti e dunque necessitava di enorme abilità, specialmente per centrare gli anelli di pietra che erano posizionati in alto sui muri.

Il tempio di Kukulcan o Quetzalcòatl, amichevolmente conosciuto come EL CASTILLO, è l'edificio simbolo del sito. Si tratta di una piramide alta 24 metri e dotata di 4 scalinate ornate da serpenti piumati, ognuna costituita da 91 gradini, per una somma totale di 364; aggiungendo la piattaforma centrale si ottiene l’esatto numero dei giorni del ciclo solare. Le conoscenze astronomiche dei maya erano avanzatissime e li avevano portati ad elaborare un calendario di estrema precisione (poco distante c'è infatti l'osservatorio astronomico, detto CARACOL, da cui registravano i movimenti celesti). Tramite una scaletta ripida e umida è possibile entrare nelle budella del tempio di Kukulcan e giungere al cospetto di un altare antropomorfo e di un trono a forma di giaguaro. Si possono ammirare inoltre il tempio dei guerrieri, decorato di bassorilievi di soldati e serpenti piumati, e il tempio delle mille colonne, il cui tetto è già crollato da eoni perché era di legno. A partire dal Tredicesimo secolo le rivalità tra Chichén Itzá e le altre città guerriere si accentuarono, iniziò un periodo di declino e gli spagnoli al loro arrivo praticamente si trovarono nel bel mezzo di una guerra civile, cosa che non facilitò certo la conquista. Ciò non gli ha comunque impedito di sottometterli.

Per il pranzo ci hanno portato in un ristorante circondato da un vasto giardino con palme e alberi di mango, dove abbiamo assistito a un'assurda danza in cui i ballerini si muovevano portando in equilibrio sulla testa un vassoio con una bottiglia di birra semipiena e dei bicchieri.

Sulla via del ritorno erano previsti: 1) sosta in un tanguis, ossia un mercatino caro come il fuoco; 2) un ragazzino grasso e bisunto che è salito sul pullman per farci fotografare un armadillo schifosissimo in cambio di denaro; 3) visita della cittadina di VALLADOLID, che ha ancora oggi un grazioso centro di origine coloniale e i palazzi costruiti dai conquistadores. Durante la sosta nella piazza Parque Francisco Canton Rosado c'era un'esibizione di danzatori concheros, dai costumi di velluto e dalle acconciature con le piume, che sembrava fatta apposta (anzi, ora che ci penso, era fatta apposta).

Ero in maglietta

Ovviamente il motivo principale per cui si va in vacanza in questa penisola tropicale è il mare. Peccato che il primo giorno di sole mi sia venuto uno spaventoso eritema che mi ha impedito di mettermi in costume da bagno per tutta la settimana, e che io sia tornata in Italia bianca come un cadavere. Ero in maglietta a COCO BEACH, nei pressi di Playa del Carmen, deserta al mattino presto, con il mare azzurro sterminato. Ero in maglietta a COZUMEL (l'isola delle rondini), famosa per i fondali trasparenti adattissimi agli amanti dello scuba diving. Ero in maglietta all'ISLA MUJERES, famosa per le sue spiagge.

E comunque il momento sublime lo ho vissuto (seppur in maglietta) alla paradisiaca ISOLA DI CONTOY. Essendo una riserva ornitologica protetta, il numero dei visitatori è limitato e ci si può andare soltanto con una gita organizzata. Dunque siamo partiti da CANCUN con un motoscafo pieno di altri turisti prenotati. Nel tragitto ci siamo fermati per fare snorkeling sulla barriera corallina, che era una esperienza molto bella che non avevo mai fatto prima. Raggiunta l'isola abbiamo accarezzato le razze che strisciavano vicino alla costa e abbiamo dato da mangiare ai pellicani, con il loro sottile collo che si deformava al passaggio del cibo. Per pranzo ci hanno servito dei pesci enormi cucinati sulla brace, mentre al ritorno l'esuberante capobarca Manolo mi ha fatto bere una quantità industriale di tequila, che non ha di certo influito positivamente sul mio mal di mare.

La sera siamo andati in una pacchianissima discoteca di Cancun dove abbiamo fatto le 5 ballando, probabilmente, anche sul bancone del bar. Ora non è che mi ricordo granché di quella sera, ma da allora quando penso a Cancun mi viene in mente una chitarra gigante fatta di lucine colorate.

E così il viaggio è finito in un battibaleno, con l'impressione di non aver penetrato per niente la vita vera ma solo la vita fasulla e luccicante che sembra quello che i turisti vanno cercando, visto che di vita vera e noiosa ne hanno già abbastanza nelle loro quotidiane vicissitudini. E con la promessa di non mettere mai più piede in un villaggio all inclusive, nemmeno in viaggio di nozze.

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