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VADO AL MASSIMO (Viaggio in Messico)

Gli esseri umani non amano fare le cose da soli. Gli italiani, in particolare, sono un popolo che cerca compagnia persino per andare al cinema o al cesso, figuriamoci per i viaggi. Partire da soli sembra ai più una pratica da sfigati o, al massimo, un'esperienza incompleta. Non a caso, una buona parte dei “solo traveller” italiani che ho incontrato in giro per il mondo erano partiti con qualcuno e poi se ne erano liberati (magari momentaneamente), oppure stavano raggiungendo il classico amico che ha aperto un baretto a Playa del Carmen o che fa il baby pensionato in qualche posto fricchettone dell'India.
D'altra parte anche per me non sempre è stato facile liberarmi del condizionamento sociale: prima di partire infatti solitamente alcuni miei conoscenti si divertono a terrorizzarmi, elencandomi le sfighe più drammatiche che mi potrebbero capitare e dalle quali difficilmente mi salverò a causa della mia irrimediabile solitudine.

Tutta sola a México, D.F.

− Mi piace viaggiare  disse.  Non sai quant'è bello arrivare la sera in un'altra città.  Viaggiare sola.  mi diceva.  Cambiare abitudini, casa, città. Piantare ogni cosa, e per un mese, per un anno essere un'altra.
[ Cesare Pavese, “Il compagno” ]

Quando sono arrivata in Messico, ad esempio, dall'aeroporto ho raggiunto il centro storico della capitale in autobus: erano le dieci di sera quando sono arrivata a destinazione e ho cominciato a vagare nelle vie buie e deserte alla ricerca dell'indirizzo dell'hotel prenotato. L'atmosfera era inquietante e anche i capannelli di poliziotti che chiacchieravano negli angoli, invece di tranquillizzarmi, mi hanno messo l'ansia. L'accoglienza che ho ricevuto alla reception da una donna scorbutica, protetta da una gabbia di ferro, non ha contribuito affatto a rasserenarmi. Mi sono convinta solo il giorno dopo che non mi trovavo in una zona a rischio, tanto più che l'albergo era proprio accanto ad una stazione di polizia.

All'alba mi sono svegliata in preda ai morsi della fame, che ho messo a tacere con un pacco di biscotti ripieni provvidenzialmente in vendita al piano terra dell'hotel. L'unico suono che proveniva dalle strade era la cantilena del venditore ambulante di gas, ripetuta all'infinito. Città del Messico si è svegliata molto tempo dopo, quando io già avevo raggiunto l'immenso ZOCALO (a quell'ora popolato solo da spazzini in divisa fluorescente e lustrascarpe) e visitato la CATTEDRALE ancora vuota. Appreso che il PALACIO NACIONAL era chiuso al pubblico per non so bene quale tafferuglio e che il MUSEO DE LAS CULTURAS apriva solo alle dieci, mi sono calata nel budello della metropolitana per raggiungere la mia prima meta: CHAPULTEPEC. Sono riemersa in PASEO DE LA REFORMA provata dai corpo a corpo che avevo dovuto sostenere per entrare e uscire dai treni, e frastornata dalle caterve di ambulanti che recitavano le loro litanie a turno, senza soluzione di continuità.

Ho trascorso molte ore allo straordinario MUSEO DI ANTROPOLOGIA. E poi mi sono seduta sul prato a guardare lo spettacolo dei voladores, acrobati indios colorati che — legati ad una corda — volteggiavano nell'aria intorno a un palo altissimo. Ci sono tante interpretazioni del significato di questa danza rituale indigena, ma le più accreditate la associano alla fertilità, rappresentata dalla discesa dei volatori che sembrano mimare la caduta della pioggia.

Sono tornata allo ZOCALO e ho stentato a riconoscerlo: durante il giorno la piazza era affollatissima e il traffico nelle vie circostanti congestionato. Molti defeños erano in fila per usufruire della pista di pattinaggio o per entrare nel cubo e assistere allo spettacolo di luci e suoni, attrazioni che per tutto il periodo natalizio occupavano una buona porzione della piazza.

Lo show dei danzatori aztechi (o concheros), che ballavano al ritmo di percussioni tradizionali, ornati di copricapi di piume e cavigliere di conchiglie, mi ha ricordato che un tempo qui c'era il centro cerimoniale di Tenochtitlán, la capitale dell'Impero “Mexica”. Dietro la cattedrale si possono ancora visitare le rovine del TEMPLO MAYOR, la grande piramide nonché tempio principale della città. I conquistadores di Cortés in realtà distrussero quasi tutto: già al museo dell'antropologia avevo osservato la gigantesca “piedra del sol” — miracolosamente ritrovata secoli dopo durante il restauro della cattedrale — e il modello in scala del Templo Mayor, dal quale si evince che in cima alla piramide sorgevano due tempietti: quello di Huitzilopochtli (dio della guerra e del sole) e quello di Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità, ritenuto responsabile delle inondazioni e degli annegamenti e dunque molto temuto.

Tenochtitlán infatti era a quei tempi un'isola, situata al centro del lago Texcoco e collegata alla terraferma con ponti e calzadas. Fu proprio in seguito ad un'esondazione del lago che si avviò una straordinaria ricostruzione della città, durante la quale si provvide anche all'ampliamento del Templo Mayor — e in questa occasione furono sacrificati migliaia di uomini in onore del dio Tlaloc. Com'è noto, Tenochtitlán fu fondata su quest'isola perché qui apparve la leggendaria aquila di cui parlava la profezia: un complesso di statue che commemora l'evento è collocato su uno dei lati della piazza, mentre l'aquila, appollaiata sopra un cactus e con in bocca il serpente, campeggia tuttora al centro della bandiera messicana.

Alle sette ho incontrato Raul di fronte alla cattedrale. Nonostante l'opinione di certi miei conoscenti, viaggiare da soli non vuol dire infatti avere una vita sociale inesistente nel Paese che si è scelto di visitare. Mentre passeggiavamo, mi ha raccontato alcune curiosità di México, DeFe: ad esempio mi ha spiegato che quella statua a forma di scheletro con indosso veste e velo di pizzo rappresenta la santa de la muerte, mentre quel santo che le stava di fronte in mezzo alla strada, vestito di verde, con una moneta sul petto e una fiamma in testa, è San Juda, il santo delle cause perse; entrambi sono molto popolari anche nel mondo dei delinquenti e narcotrafficanti, ha chiosato. A cena ormai mi sono rassegnata al fatto che sarebbe stato impossibile alimentarsi senza avere a che fare col mais.

Abbiamo terminato la serata nella mitica PLAZA GARIBALDI, storico ritrovo dei mariachi, che si esibiscono ogni sera in attesa di un ingaggio per feste o serenate.

La noche buena
La pioggia...
Sono nata nella pioggia.
Sono cresciuta sotto la pioggia.
Una pioggia fitta, sottile... una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.
Sono nata con lo scroscio della pioggia battente.
[ Pino Cacucci, “¡Viva la vida!” ]

La mattina dopo ho raggiunto la stazione degli autobus e mi sono diretta a TEOTIHUACAN. I controlli di sicurezza alla stazione erano minuziosi: sia prima dell'imbarco sia sulla corriera tutti i passeggeri venivano accuratamente perquisiti e poi ripresi da una videocamera.

Era questa la capitale di una delle civiltà più singolari della storia dell'umanità, densamente abitata da una comunità multietnica di zapotechi, mixtechi, maya e nahua. Nel suo periodo di apogeo (tra il secondo e il quinto secolo dopo Cristo) era una delle città più grandi del mondo. Furono loro — prendendo come modello le circostanti montagne — a inventare le piramidi a gradini, così sfruttate da aztechi e maya e così sfiancanti da salire per noi turisti. Anche qua si praticavano sacrifici umani e si adoravano celebri dei come il Serpente Piumato e il Dio della pioggia. Il declino a quanto pare cominciò proprio a causa della siccità, cosa che sembra impossibile a credersi il giorno della mia visita, visto che la pioggia non ha smesso per un istante di cadere, copiosa.

E anche se, a giudicare dai riti e dal pantheon religioso, gli indigeni ne sarebbero stati entusiasti, per me il diluvio non è stato molto piacevole: enormi pozzanghere maculavano la calzada de los muertos, il viale principale su cui si affacciano tutti i maggiori monumenti di Teotihuacan, e dopo la massacrante scalata della piramide del sole (la seconda più alta di tutto il continente, dopo quella di Cholula) sono rimasta molto delusa dal panorama, semicancellato dalla nebbia. Se già normalmente è difficilissimo immaginarsi questi siti archeologici come dovevano apparire all'epoca, magari tutti colorati, con questo clima è proprio al di là delle mie capacità.

Quando sono tornata in città il diluvio proseguiva e faceva freddo. Sono entrata in un ristorante per asciugarmi vicino al fuoco adibito alla cottura del pastor, un cilindro rotante apparentemente identico al kebab ma fatto di carne di maiale (una contraddizione in termini). Ero a due passi dal Museo delle Belle arti, dove pregustavo di ammirare finalmente i murales di Rivera. Be', la farò breve: tutti i musei di città del Messico il 24 dicembre erano chiusi.

Al colmo della delusione ho visitato le POSTE CENTRALI, ho cazzeggiato qualche quarto d'ora tra la folla che percorreva le vie del centro e poi mi sono chiusa in malinconica solitudine nella mia camera. Alla televisione ho scoperto tutti i segreti della stella di Natale o poinsettia, questo fiore tipico natalizio che in realtà è un albero e in Messico (di dove è originario) si chiama “noche buena”, definizione che si riferisce anche alla sera della vigilia.

Grazie alla consulenza della receptionist, ho scoperto che durante la “noche buena” i defeños festeggiano in famiglia e tutti i ristoranti sono chiusi, ma per appurarlo personalmente mi sono dovuta avventurare sotto la pioggia nelle strade deserte (tranne i già noti capannelli di poliziotti, alcuni raggruppati nei cassoni delle camionette) fino ad approdare al ristorante Sanborns in calle Madero, l'unico aperto della zona (il cameriere poi mi ha detto che tutti i ristoranti erano chiusi perché nessuno aveva voglia di lavorare, a Città del Messico). Una profonda tristezza mi ha preso al pensiero di stare seduta da sola a questo tavolo tra tanti, dopo aver fatto persino la fila per entrare, nell'unico ristorante aperto (seppur ubicato in un palazzo bellissimo) del centro di una città di venti milioni di abitanti, con quel clima davvero poco tropicale per i miei gusti.

Ho cominciato a covare pensieri dissennati: forse il dio Tlaloc aveva deciso di ricambiare la devozione e i sacrifici umani che per secoli i messicani gli avevano dedicato, e magari c'era anche lo zampino dei voladores, che erano stati un po' troppo alacri nelle loro acrobazie. Mi è venuto in mente allora Cortés: pure quella famosa “noche triste”, quando i Mexica riuscirono a mettere in fuga gli spagnoli, pioveva; e l'eroico conquistador si mise a piangere per la sconfitta, seduto insieme alla sua Malinche sotto a un'immensa ceiba. Sono andata a letto presto, sfiorata dal fugace dubbio che forse avevano ragione i miei conterranei a scegliere di viaggiare in compagnia.

Nostra Signora di Guadalupe
Che cosa bella gli orari! Gli orari sono fatti di un tempo speciale che non appartiene al Tempo con la maiuscola, appartiene a un tempo stretto, contabile, che entra nella pagina di un'agenda. Si fanno i calcoli: prendendo l'autobus delle quattro del mattino arrivo ad Oaxaca alle sette del pomeriggio. La cerimonia degli stregoni zapotechi sulle colline è alle ventuno, se l'autobus non ritarda ce la dovrei fare. Questo lunedì. Per martedì poi si vede.
[ Antonio Tabucchi, “Viaggi e altri viaggi” ]

Il giorno di Natale mi sono svegliata afflitta: avevo letteralmente sprecato una giornata di viaggio ed era di nuovo l'alba. Ho addentato un'orrenda merendina che avevo provvidenzialmente portato in camera e ho atteso il giorno. Quindi mi sono recata alla stazione degli autobus TAPO, determinata ad andarmene al più presto; c'era un gran putiferio e la prima corriera disponibile diretta a Oaxaca sarebbe partita ben tre ore dopo.

Uscita all'aria aperta, per passare il tempo mi sono messa a chiacchierare con dei tassisti molto cordiali, seppur dotati di un umorismo piuttosto crasso, i quali mi hanno proposto una gitarella per arrotondare il loro (magro, sostenevano) stipendio. Per quanto la cifra richiesta non mi sembrasse bassissima, e nonostante nutrissi i miei dubbi che si trattasse davvero di conducenti di un taxi turistico, ho trattato un po' e alla fine, tra un frizzo e un lazzo, mi sono lasciata convincere.

La meta prescelta è la BASILICA DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE. In effetti su quella piazza, situata un po' in altura, di chiese ce ne sono due: in quella nuova, riconoscibile dall'inconfondibile stile anni Settanta, è tuttora conservato il miracoloso mantello di Juan Diego, l'azteco convertito a cui comparve la vergine nel lontano 1531, proprio su questa collina. Su questo pezzo di stoffa, detto tilma, è impressa l'immagine della cosiddetta Virgen morenita (trattasi infatti di una fanciulla india dalla pelle scura): secondo la Chiesa cattolica è tuttora inspiegabile sia il modo in cui è stata realizzata l'immagine, sia il fatto che il tessuto sia giunto perfettamente integro fino a noi. I tassisti mi hanno inoltre comunicato che nelle pupille della vergine appare l'immagine di Juan Diego che incontra il vescovo Juan de Zumárraga e che il mantello e il vetro che lo proteggeva rimasero intatti durante un attentato che danneggiò la basilica. Dopo quella mitica apparizione, il culto per la madonna di Guadalupe è cresciuto smisuratamente in tutto il Sudamerica; la sua festa cade il 12 dicembre ma anche il 25 dicembre la basilica era gremita, infatti di lì a poco è iniziata la solenne messa, officiata da decine e decine di preti e chierichetti in un profluvio di mazzi di stelle di Natale.

È stato allora che ho capito che tutto sto fatto del tour era una scusa per partecipare alla messa di Natale (visto che tutti e tre i tassisti erano devoti della vergine), oltre che per mettersi nel contempo qualche peso extra in tasca. Poi mi hanno lasciato, pronti per raggiungere le famiglie a tavola e addentare il classico pavo natalizio.

México, D.F. reprise

Il MUSEO DELLE BELLE ARTI (ubicato in un magnifico palazzo di marmo bianco che risalta nell'ampia avenida Làzaro Càrdenas), in extremis, sono riuscita a visitarlo. L'ultimo giorno sono tornata apposta a Città del Messico con qualche ora in anticipo. Purtroppo era domenica, giorno in cui l'ingresso è gratuito, dunque una folla indescrivibile sciamava tra gli interni in stile art decó in marmo nero, ottone e legno che virano nel kitsch, adatti alle manie di grandezza primonovecentesca del Presidente Porfirio Díaz. Un'ora tonda tonda l'ho passata in fila al bagno delle signore, mentre nelle sale adibite alla mostra dedicata a “Octavio Paz y el arte” c'era così da sgomitare che non sono riuscita a vedere nemmeno un'opera. Per fortuna i murales di Rivera, Orozco e Siqueiros sono così grandi che si riescono ad ammirare anche nella calca.

Oaxaca

"Sono stato a Oaxaca. Ricordi Oaxaca?"
"...Oaxaca?"
"...Oaxaca."
La parola era come un cuore che si schianta, era come un improvviso squillar di campane soffocate in una rapina di vento, le ultime sillabe di uno che muore di sete nel deserto.
[ Malcolm Lowry, “Sotto il vulcano” ]

La corriera per OAXACA è partita dopo i consueti, maniacali controlli di sicurezza; continuavo a non capire se fossero procedure abituali oppure fosse accaduto qualcosa di grave. Lasciata la capitale, il paesaggio si è dispiegato in variegate combinazioni da cartolina e sono comparse piante succulente e cactacee, verdi sentinelle ombreggiate a tratti da nuvoloni grigi e poi bianchissimi. Costeggiando la città di Puebla, mi sono rammaricata di non poterla visitare ma non importava poi così tanto: procedevo trionfalmente verso sud.

Sono arrivata in città al colmo dell'entusiasmo: era così calda che mi sono tolta tutti gli abiti invernali. Mi sono fatta portare subito in Calle de la Noche triste, dove si trovava l'hostal che avevo prenotato. Helene e Ivan si sono affacciati inaspettatamente alla reception mentre facevo il check-in: mi avevano detto che sarebbero partiti quel pomeriggio e invece avevano rimandato la partenza al giorno dopo. Insieme a loro, ho trascorso la serata in una scoppiettante compagnia multiculturale, nel cortile della casa di Daniel, al centro del quale spuntavano un albero e una amaca. C'era anche un gatto sul bancone di un bar in disuso, del vino rosso, una ricca insalata, una caffettiera da dodici tazze, una bottiglia di tequila e una chitarra che emise sonorità vagamente portoghesi. In definitiva, una noche tutt'altro che triste, che mi ha fatto completamente dimenticare le paturnie del Defe.

Lo Stato dell'Oaxaca, come la Romania, ha la forma di un pesce. A nord c'è la fertile regione della Cañada, che avevo attraversato in autobus, a sud le regioni costiere dove sorgono celebri destinazioni balnear-fricchettone come Puerto Escondido e Mazunte (sovraffollate durante le vacanze natalizie), a nord est le montagne e a oriente, in corrispondenza della coda, l'umida regione dell'Istmo, che avrei attraversato per andare in Chiapas.

OAXACA DE JUÁREZ, il capoluogo, sorge alla confluenza delle valli centrali. Nonostante si trovi a sud del Tropico del Cancro (grossomodo sul diciassettesimo parallelo), l'altitudine superiore ai 1500 metri rende il suo clima non troppo afoso, gradevolissimo.

Per addentrarmi nella VALLE DI TLACOLULA, ho subito optato per una gita organizzata (muy barata). Queste escursioni sono un'ottima possibilità per conoscere gente nuova ma allo stesso tempo sono un azzardo: non sai mai con chi dovrai trascorrere la giornata e i ritmi potrebbero essere troppo serrati, ma a quanto pare era l'unica maniera per raggiungere Hierve el Agua. Sono stata fortunata: alle nove ero già in agenzia e sono stata inserita in un gruppo abbastanza grande, da smistare in due auto. Sin da subito ho notato che avremmo avuto il tempo di fare tutto con molto agio, godendoci pienamente la giornata in un bel gruppo di persone affabili e felici, tra cui ho eletto da subito due vice-genitori di Monterrey.

Abbiamo allegramente imboccato la CARRETERA 190 o PANAMERICANA, porzione del sistema di strade che attraversa quasi tutto il continente, dall'Alaska al Cile. Il paesaggio era assolato e arido, punteggiato da fichi d'India, agavi, cereus e jacaranda. La prima tappa è stata EL TULE, uno degli alberi più grandi del pianeta. Questo cipresso di Montezuma, oltre ad essere enorme (in confronto la chiesa che gli sta accanto sembra un modellino), è anche molto antico e — a giudicare dal casino di gente — molto visitato; tutte le guide indicano indefesse i diversi punti del suo tronco dove (con molta immaginazione) pare di vedere animali e oggetti scolpiti nel legno. Certo, la visita a El Gigante non mi ha scatenato la stessa straordinaria ammirazione che produsse nel neurologo e scrittore britannico Oliver Sacks e, prima ancora, nel naturalista, esploratore e botanico tedesco Alexander von Humboldt, ma in ogni caso fa decisamente impressione pensare che “lui” era già là minimo da mille anni quando arrivarono gli spagnoli.

Subito dopo, attraverso una strada sterrata lunga e tortuosa, ci siamo lentamente direzionati verso HIERVE EL AGUA. Oltre al biglietto d'ingresso ufficiale, siamo obbligati a pagare un pedaggio agli abitanti dei villaggi di San Lorenzo Albarradas e San Isidro Roaguia: l'autista ci spiega che ciò accade perché lo stato dell'Oaxaca non investe i soldi sborsati dai turisti per migliorare le condizioni di vita degli abitanti della zona, che restano tuttora misere. In questa remota regione arida l'attrazione turistica consiste in due speroni di roccia che si innalzano sopra alla valle: grazie ai sedimenti lasciati dall'acqua ricca di minerali, si sono modellati nei secoli a forma di cascate, come prodigiose stalattiti. L'acqua sgorgata dalle sorgenti, prima di scivolare via, forma delle piscine naturali turchesi nelle quali molte persone stanno spensieratamente sguazzando, sperando nei promessi effetti curativi. Non vi fate ingannare dal nome: l'acqua non "hierve" ("bolle") veramente e dunque non è propriamente calda.

Il luogo è molto affascinante e il panorama suggestivo; dicono che anche dalla cascata più grande (che si vede in lontananza, raggiungibile tramite un sentiero) si goda una spettacolare vista, ma io non lo saprò mai perché i miei vice-genitori hanno pensato bene di offrirmi una birra. Comunque se mai ci tornerò lo spettacolo sarà ancora più bello perché il processo di deposito continua incessantemente e le cascate pietrificate diventeranno sempre più imponenti.

A questo punto ci aspetta MITLA, un sito archeologico zapoteco noto per i mosaici ancora ben conservati. Queste piccole pietre incastonate insieme compongono complessi disegni geometrici, che ricordarono a Oliver Sacks quelle allucinazioni che possono colpire gli uomini “durante gli stati di assideramento, di perdita dei sensi, d'intossicazione oppure di emicrania”. In occasione della sua visita a Mitla, il noto neurologo e divulgatore si chiese se queste cosiddette “costanti formali allucinatorie universali” (magari indotte dal consumo di funghi allucinogeni) potessero aver influenzato le forme d'arte geometriche di questa come di altre culture. Dell'antico centro religioso sopravvivono ancora due gruppi principali di edifici e altri piccoli resti sparsi, mentre una buona parte di ciò che è stato distrutto nel 1500 dagli spagnoli è stato usato per costruire l'adiacente chiesa di San Pablo.

E quindi tutti al ristorante a mangiare tortillas, enchiladas, tacos e affini, accompagnati da abbondante birra Negra Modelo, con una calma serafica, come se non fossero già le cinque di pomeriggio e non dovessimo visitare ancora i laboratori di tappeti di Teotitlán del Valle e la fabbrica di mezcal.

Stavolta ero io ad avere fretta, perché avevo prenotato un biglietto per lo spettacolo di Guelaguetza all'hotel Camino Real alle 9. Inutile dire che alle 10, dopo aver appreso le antichissime tecniche zapoteche per la tintura naturale dei tappeti fatti a mano (in particolare quella ottenuta dalla cocciniglia) e dopo aver seguito tutti i passaggi del tradizionale processo di produzione del mezcal (assaggiando persino un pezzo di agave putrefatto), stavamo beatamente bevendo il diciassettesimo cicchetto (a quel punto eravamo passati dal mezcal puro a quello aromatizzato alla frutta) e sgranocchiando cavallette fritte piccanti; e che allo spettacolo di balli tradizionali non ci sono mai andata, visto che siamo tornati verso le 11, abbastanza borrachos e con circa quattro ore di ritardo sulla tabella di marcia.

L'aria di Oaxaca
Dopo aver vagato per un paio d'anni, ha deciso di fermarsi a Oaxaca, chissà per quanto tempo ancora. E quando gli ho chiesto perché proprio in questa città, lui ha risposto semplicemente: «Ma l'hai respirata bene, l'aria?».
Ho intuito cosa volesse dire.
E poi ha fatto un gesto strano, come di abbracciare quell'aria sapendo di non aver bisogno di nient'altro, che non fossero le pietre delle stradine che portano al mercato, la nube di polvere che si leva al passaggio di una vecchia corriera rumorosa, la risata acuta di una donna che lo saluta da una bottega di formaggi, le note dell'orchestrina al centro della piazza, il cielo striato di rosso dietro le mura di Nuestra Senora de la Soledad...
[ Pino Cacucci, “La polvere del Messico” ]

Cos'è la felicità? Ad esempio, avere un'intera giornata da trascorrere a Oaxaca, senza nessuno a cui dover dare conto e senza alcun impegno o appuntamento. Passeggiando sulla CALLE ALCALÁ di prima mattina la luce purissima accende le facciate dipinte e gli edifici coloniali. L'andador turistico — lo dice la parola stessa — è fatto per me, perché io vada e lo percorra tutto, ma anche perché io mi fermi e per esempio entri nei negozi e nelle gallerie d'arte o nelle agenzie che organizzano escursioni, o addirittura nelle chiese e nei bar, a bere un caffè o una cioccolata.

Naturalmente, ho fatto subito il mio ingresso nel TEMPLO DE SANTO DOMINGO: esternamente lineare e solido, dalle spesse mura di pietra, ma dentro invaso da un sorprendente barocco dorato con migliaia di piccole statue. L'ex-convento, di cui la chiesa faceva parte, dopo il restauro è stato trasformato nel bellissimo MUSEO DE LAS CULTURAS, che ho percorso accuratamente e con molta curiosità seguendo le tappe della storia dell'Oaxaca, ammirando dalle finestre persino l'antico giardino, oggi orto etnobotanico.

Quando sono uscita dal museo, di fronte all'entrata principale della chiesa mi sono imbattuta in una figura femminile ambigua: troppo giovane e colorata per essere una sposa, troppo vecchia per essere una bambina in età da prima comunione, troppo reale per essere una principessa delle favole, troppo fuori stagione per essere una maschera di carnevale. Non mi potevo dare pace, dunque ho chiesto lumi a una passante, la quale mi ha svelato che si trattava di una "quinceañera" e ha poi aggiunto che in Messico è usanza che le ragazze festeggino i quindici anni in maniera molto coreografica, con tanto di messa seguita da un banchetto. Quella ragazza ad esempio sfoggiava una pomposa gonna di tulle azzurra e uno scialle molto scintillante, un'elaborata pettinatura e il trucco pesante, mentre il bouquet era dello stesso colore della gonna e della cravatta indossata dai suoi "ciambellani" (ragazzotti impomatati in abito scuro che le camminavano intorno in un fiero manipolo difensivo).

Poco dopo, passando dinanzi alla cattedrale, ho intercettato un'altra inquietante bambolina quindicenne vestita tutta di rosa a balze, con tacco dodici e inconcepibile pettinatura a grossi boccoli, circondata da eleganti valletti, mentre all'interno era già in corso un matrimonio (gli sposi erano molto seri, inginocchiati di fronte al sacerdote, legati l'uno all'altra da una corda).

L'andador turistico a un certo punto sbuca sullo ZOCALO, quadrato e circondato tutto intorno dai portici, sotto i quali sono presenti diversi caffè: all'inizio della giornata tutti siedono ai tavoli al sole, poi transumano all'ombra nelle ore centrali. Come accade sovente, è in atto una protesta. I dissidenti sono accampati nelle tende nel giardino centrale e decine di manifestini colorati attirano l'attenzione sul tragico fatto di cronaca avvenuto a settembre: quarantatré studenti sono scomparsi in un agguato nello stato di Guerrero. Su fogli colorati e sotto alle foto degli studenti le accuse stanno scritte a pennarello: “Ayotzinapa crimine di Stato”, “Sono una maestra e mi manca un gruppo di 43”, “Governo oppressore che uccide gli studenti”, “Basta bugie”. Oaxaca è una città combattiva e ribelle, che pretende justicia per questo come per altri crimini. Non molti anni fa, tra il 2006 e il 2007, ci furono manifestazioni e scioperi, seguiti da violenti scontri tra l'autoritario governo dello stato e le forze d'opposizione; i lavoratori in lotta (mi sembra insegnanti) alla fine ottennero un aumento di stipendio ma a prezzo di feriti, arresti e persino dei morti. Anche se nel centro di Oaxaca è difficile notarlo, ancora oggi questo è uno degli Stati più poveri del Paese.

In un angolo della piazza è situato il MUSEO DEL PALACIO, dove c'è un'esposizione interattiva molto interessante (Espacio della Diversidad) e dove è possibile ammirare l'enorme murale di Arturo García Bustos che illustra gli episodi salienti della città, terra di origine del politico più amato dai messicani (Benito Juárez) e del più odiato (Porfirio Díaz).

Anche il MUSEO “RUFINO TAMAYO” è stato interessantissimo (centinaia di statuette preispaniche di una bellezza mozzafiato, stagliate su sfondi di colore intenso come i muri degli edifici, a farne risaltare meglio i dettagli, i sorrisi e i gesti, le collane e gli orecchini, le unghie e le costole, gli occhi e i denti), però la cosa più bella che ho fatto a Oaxaca è stata addentrarmi nei mercati e perdermi tra le piramidi di peperoncini di ogni varietà (chile mulato, huacle negro) e di cavallette (“35 años de experiencia de venta de chapulines”), di mole rojo e coloradito; tra le cataste di frutta e gli ordinati bicchieri di aguas frescas y nieves, tra le colorate piñatas (ripiene di dolci e caramelle, da rompere con un bastone, bendati), i vasi e le statuette di terracotta, i tappeti, i sombreri, le amache, gli oggetti di latta che imitano gli ex-voto, gli alebrijes (sculture variopinte che rappresentano creature fantastiche e animali immaginari).

Con tutti questi colori negli occhi ho lasciato Oaxaca, di sera, a bordo di un autobus ADO, con il rimpianto di non aver visitato il sito di Monte Albán. Mentre prendevo sonno sul sedile reclinato dell'autobus, pensavo che gli spagnoli — dopo meno di un anno da quella epica notte triste — riuscirono a conquistarla Tenochtitlan, la distrussero quasi del tutto ed è da lì che tutto cominciò: la noche buena, le cattedrali metropolitane, la Virgen de Guadalupe, San Juda, i Gesù crocifissi così afflitti, il morbillo e la scarlattina, la ruota, il metallo, i cavalli, e tutta quella mezcla che oggi, nonostante tutto, ci affascina tanto.

Ben coperta per combattere l'aria condizionata, mi sono fatta una indimenticabile dormita, mentre la strada scendeva verso la pianura, dove la notte dell'Istmo è calda e umida. Stavo andando finalmente in Chiapas.

Oaxaca reprise

Al sito di MONTE ALBÁN poi ci sono andata: mi ci sono fermata apposta, sulla strada da San Cristobal a Puebla, accompagnata dalle suggestioni del racconto “Sotto il sole giaguaro”. Sono arrivata sull'altopiano quando il sito aveva appena aperto, cercando come Calvino di immaginare “il sangue caldo zampillante dai petti squarciati dalle lame di pietra dei sacerdoti”. Nella luce del primo mattino il panorama giallastro galleggiava nella nebbiolina e le ombre delle acacie erano ancora molto lunghe. A quell'ora i turisti erano pochissimi.

Chiapas: il canyon del Sumidero

Era ancora buio quando l'autobus ha parcheggiato nel terminal di TUXTLA GUTIÉRREZ. Ho aspettato l'alba bevendo un tè bollente, quindi con un combi ho raggiunto Chiapa de Corzo, base di partenza per le gite nel CANYON DEL SUMIDERO.

Nonostante l'orario, all'imbarcadero già c'era un imponente nugolo di turisti, muniti di giubbotto arancione e pronti a prendere posto sulle lance. Una volta sistemati tutti, si sono accesi i motori. L'imbarcazione si è introdotta nella gola per farci ammirare alcune bizzarrie della natura: una stalattite a forma di caballito de mar, una grotta striata di colori differenti, una formazione rocciosa che ricorda un albero di Natale. A debita distanza, sono stati inoltre avvistati: un'iguana dorata tra il fogliame, delle scimmiette sui rami e alcuni coccodrilli nel fiume. Nei momenti di accelerazione si sono levate urla stridule (assolutamente immotivate), quindi la barca ha fatto inversione di fronte alla grande diga, ci siamo fermati in un tratto pieno di spazzatura a comprare cibarie dalle barche a ciò adibite, ci siamo goduti pochi minuti di sole e poi siamo tornati indietro, questa volta a grande velocità, senza effettuare più soste.

Visto che quasi tutto il viaggio si è svolto all'ombra, faceva un freddo cane; è il mio destino compiere queste gite in barca sempre a un livello di gelo insopportabile, che poi resta la cosa che meglio mi ricordo, più delle balene nel San Lorenzo, più dei bei panorami architettonici baltici, più delle pareti scoscese dei canyon di ogni latitudine.

San Cristóbal: amore a prima vista
«Sai, Camila, che cosa rischi fermandoti qui? Rischi d’innamorarti di questa città. Non è un luogo casuale, non è uno dei tanti nell’immensa geografia del nostro continente. È un posto ricco di conflitti, tradizioni, costumi. Sembra destinato a essere lo spazio da cui sfidare il mondo unico e globalizzato della vita postmoderna.»
[ Marcela Serrano, “Quel che c'è nel mio cuore” ]

San Cristóbal de las Casas è una di quelle città di cui ci si può innamorare a prima vista. Quando sono arrivata, sembrava che fosse stata appena lavata e stesa ad asciugare. Gli edifici colorati (apparentemente pitturati di recente) risplendevano al sole, le bandierine traforate di papel picado sventolavano allegramente, il cielo si imponeva su tutto con il suo irresistibile “azzurro Messico”, la luce dei duemila metri aveva qualcosa di magnetico che mi invitava a restare.

Risolte le faccende pratiche sono trionfalmente entrata nel ristorante che avrei poi frequentato ogni giorno, con le tovaglie di plastica a quadrettini bianchi e blu e un arioso patio. Qualunque cosa ordinassi aveva quell'ormai familiare sapore di mais, ma era buono e la birra fresca. Che bella la vita!

E poi eccomi a passeggio per le vie a scacchiera del centro con un sorriso beato rivolto a tutti quelli che passeggiavano. Ecco la cattedrale giallo senape contro il fondale blu, l'albero di Natale altissimo lì di fronte e la pista di pattinaggio, così fuori luogo nel sole del primo pomeriggio. Ed eccomi al tramonto (troppo presto) dopo aver salito i gradini della IGLESIA DE GUADALUPE, a guardare tutta la città ai miei piedi.

Raggiunto lo ZOCALO, mi sono seduta su una panchina in ferro battuto di fronte al neoclassico PALACIO MUNICIPAL; ma poi, quando sono partite le prime note dell'orchestrina e il palazzo ha cominciato a diventare di tutti i colori — dal rosso al bianco, dal verde al giallo —, le temperature sono precipitate e io sono corsa ad indossare qualcosa di molto pesante.

Dovunque vado mi piace trovare un posto in cui mi sento a casa, dove riposarmi, mangiare e bere. A San Cristóbal ho naturalmente eletto il café de la Revolucion a mia casa, dove trascorrere le serate ascoltando musica dal vivo. Qui ho conosciuto le due allegre ragazze argentine e la coppia di romani che si davano un sacco di arie; ho trascorso uno spumeggiante fine serata con un certo Juan, che era stato piantato dalla moglie ma ha continuato a bere tequila con me come se niente fosse; ho dato l'addio all'anno 2014 ascoltando un gruppo di musica cubana e a mezzanotte sono uscita ad accendere le stelle filanti nell'umido gelo della notte, insieme a tre giovanotti toscani e a due fanciulle berlinesi.

Nei miei giorni a San Cristóbal, molte ore ho passato su e giù per la REAL DE GUADALUPE e per CALLE MADERO, nei saliscendi delle strade variopinte, tra le coloratissime bancarelle. Ho girovagato a lungo nel mercato alimentare, dove molti quadri caravaggeschi si componevano sotto il tendone: uomini col sombrero, donne con le trecce e i bambini appesi al collo, tutti a vendere o comprare pannocchie, polli, pomodori, ananas, fagioli, avocado, nopales, tra barbieri, madonnine e una miriade di tacchini vivi. Ho visitato il TEMPLO DE SANTO DOMINGO e molte altre deliziose chiese coloniali rosse, gialle, bianche, azzurre, piene di statue di santi, nastri colorati e gesucristi in croce vestiti e infiocchettati. Ho salito la scalinata della chiesa di San Cristobalito dall'alto della quale si vedeva tutta la città, circondata dalle montagne della Sierra Madre. Insomma, non ci è voluto molto per capire come mai San Cristóbal è stata inserita nella lista mondiale delle “Città Magiche”.

Il primo gennaio mi sono svegliata con un gran mal di stomaco, probabilmente una reazione alle forti escursioni termiche. Quando alle 10 ho dovuto lasciare l'hotel, mi aspettavano diverse ore da riempire fino al tardo pomeriggio, quando sarebbe partito il mio autobus. La città, colpita da una perturbazione, era diventata nuvolosa e fredda, gli allegri colori di San Cristóbal si erano spenti e le strade luccicavano di pioggia. Anche qui, a causa delle festività di Capodanno, tutti i musei erano chiusi — e meno male che il giorno prima ero riuscita a visitare l'incantevole MUSEO DI NA BOLOM. Non potevo fare altro che far passare il tempo. Seduta a un tavolino davanti a un caldo de gallina bollente, guardavo la gente e aspettavo che i crampi cessassero presto, ma questa volta non mi sentivo triste e non invidiavo affatto i miei connazionali che partono in gruppo; d'altra parte anche il ragazzo toscano con cui avevamo acceso le stelle filanti era in camera sua a vomitare.

I tzotzil del Chiapas
Tutti si stavano divertendo un mondo, come erano tutti felici, come ognuno era felice! Con quanta letizia il Messico dimenticava ridendo la sua tragica storia, il passato, la morte in agguato!
[ Malcolm Lowry, “Sotto il vulcano” ]

Quante probabilità ci sono che tu possa incontrare, in un paese lontano migliaia di chilometri dall'Italia, qualcuno che conosci, almeno di vista? È un caso se nella chiesa di SAN JUAN DE CHAMULA, piena come un uovo, buia, sinistra e annebbiata dall'incenso, mi sia ritrovata gomito a gomito con Tiziano, abitante della stessa cittadina dove ho vissuto tre anni e partito insieme ad un mio ex collega che in quel momento si trovava, per la precisione, a Playa del Carmen, insieme alla moglie e alla suocera? Devo trovare una giustificazione nel fatto che a San Cristóbal de Las Casas c'erano molte altre persone che avrei potuto conoscere, visto che nel periodo natalizio il Chiapas è una meta molto gettonata? Devo pensare che io e Tiziano ci siamo rivolti la parola perché in qualche modo ci siamo riconosciuti?

Fatto sta che sono andata proprio a quell'ora nella chiesa sincretica di San Juan, quindi calpestando gli aghi di pino di cui il pavimento era ricoperto e cercando di evitare le centinaia di candele poggiate per terra, mi sono messa ad ascoltare lo stesso indigeno tzotzil ubriaco con cui stava parlando Tiziano e insieme abbiamo accettato un bicchiere di posh, l'acquavite locale che cura tutte le malattie. In quel momento già c'erano troppe cose che non quadravano: il pulviscolo nelle lame di luce che provenivano dalle finestre in alto, le girandole di neon con la musica, i sonori rutti al gusto di cocacola, le statue di santi con uno specchio al collo, la curandera che tirava il collo al gallo per guarire un bambino malato. E non ho avuto nemmeno il tempo di sorprendermi che il posh ha trasferito la realtà ai confini del sogno.

Fuori, sotto il sole, le gonne e i gilet di lana a ciuffi parevano fuori luogo e i cappelli con i nastri colorati indossati dai nuovi encargos facevano un po' ridere. La chiesa di San Juan si stagliava bianca contro il cielo bluissimo, con i suoi bordi dipinti di verde e i bassorilievi a forma di fiori. Di fronte si dispiegava il mercato: abbiamo contrattato presso alcune bancarelle di artigianato e poi abbiamo mangiato il pollo alla brace.

Abbiamo preso la macchina parcheggiata vicino al cimitero e ci siamo diretti a SAN LORENZO ZINACANTAN. All'ingresso del villaggio, una promoter bambina ci ha condotto nella loro casa-atelier dove erano in vendita tessuti e abiti; la mamma ci ha mostrato come funzionava il telaio a mano, poi abbiamo accettato le tortillas cotte su una piastra e la birra Corona e infine abbiamo lasciato loro alcuni spiccioli.

Da lì ci siamo spostati verso la chiesa: a quanto pare, pure a Zinacantan i riti religiosi sono una scusa per bere l'impossibile. Chi si era portato avanti col lavoro già dormiva sulle panche, altri mescevano il posh (anche io e Tiziano abbiamo accettato un altro bicchierino), altri ancora ballavano: qui indossavano tutti la stessa camicia ricamata a fiori di colori sgargianti, mentre i pezzi grossi erano intabarrati in pesanti sai neri e in testa portavano dei turbantini rossi. Nel frattempo avevano iniziato a suonare (tromba, trombone, percussioni), e sono arrivati altri turisti che si sono uniti alla festa.

Mentre i maschi se la spassavano a modo loro, le donne (anch'esse con scialletti dello stesso identico allegro tessuto fiorato) sedevano pazientemente fuori dalla chiesa accanto ai thermos e alle ceste piene del cibo che attendeva di essere mangiato, e i bambini e le bambine (vestiti con le stesse camicie e gli stessi scialletti) correvano e giocavano per le strade. Quando abbiamo lasciato il villaggio, gli uomini si stavano divertendo un mondo a far scoppiare micidiali mortaretti.

Sotto il sole giaguaro
Discesi, risalii alla luce del sole-giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo.
[ Italo Calvino, “Sotto il sole giaguaro” ]

Alle cinque di mattina era ancora notte fonda e io aspettavo il minibus che mi avrebbe condotto a Palenque. Dopo pochi minuti, ad aspettare eravamo io e Andrea, un ragazzo emiliano che come me avrebbe visitato il celebre sito archeologico maya e un paio di cascate sulla strada. Sono arrivati altri giovani di varie nazionalità e siamo partiti incontro al giorno, scendendo dalle montagne verso l'umida pianura del Chiapas. La strada era tortuosa e tempestata di temibili topes, quei dossi che obbligano a rallentare così tanto che a volte ci hanno costretto a procedere a passo d'uomo, facendoci alla fine impiegare quasi cinque ore per percorrere poco più di duecento chilometri. L'altra complicazione consisteva nei bambini piazzati con una corda tesa da un lato all’altro della strada, che fermavano le macchine cercando di vendere qualcosa o chiedendo l'elemosina. Man mano che andavamo, la giungla diventava sempre più fitta e il clima più umido e afoso.

Vicino all'entrata delle CASCATE DI AGUA AZUL siamo stati fermati ad un posto di blocco da loschi figuri con il volto coperto da passamontagna o bandane: il loro volantino mi ha informata che dal 2011 il “mal governo” li ha spogliati della terra ("patrimonio dei nostri antenati") e ha realizzato, senza il consenso del pueblo, questo sito turistico che attraversa il loro appezzamento demaniale di San Sebastian Bachalon. La nostra “integridad fisica” era fortunatamente garantita, aggiungevano: potevamo visitare il centro tranquillamente. Dopo aver mostrato il dovuto respeto all'autonomia zapatista e a quella dei pueblos indigenas pagandogli un pedaggio, siamo entrati in questo luogo ameno. Si tratta di una serie di cascate bianche e spumose che cadono in un'acqua color turchese, il tutto avvolto dalla foresta tropicale e circondato da bancarelle di ogni genere. Ora, il posto è di grande bellezza ma, a parte che il cielo nuvoloso ha smorzato di molto la magnificenza dello spettacolo, bisogna tener presente che durante le vacanze natalizie c'è tanta di quella gente che bisogna fare la fila non solo per camminare lungo i sentieri, ma anche per farsi i selfie nei punti più panoramici.

Gran parte della gente che stava ad Agua Azul poi ha fatto, come noi, un salto a MISOL-HA, una cascata sola ma alta più di trenta metri, che precipita dentro ad un lago rotondo. Camminando dietro la cascata grande si può entrare in una grotta buia e lì ammirarne da vicino un'altra più piccola, però in questo caso si perde più tempo e bisogna tornare al van di corsa, sgomitando tra la folla, per evitare che l'autista si incazzi.

L'ultima tappa è PALENQUE. Qua va detto che quei tirchi fricchettoni dei miei compagni di viaggio si sono rifiutati di dividere il prezzo di una guida con me e dunque ho dovuto cavarmela da sola. Per prima cosa l'attenzione è stata catturata dal tempio delle Iscrizioni, mausoleo del re Pakal il Grande, che governò per moltissimi anni durante il Seicento (l'epoca di maggior sviluppo di questa città).

La storia più interessante relativa a Palenque riguarda proprio il sarcofago di Pakal, scoperto negli anni Cinquanta; in particolare è il bassorilievo istoriato sul coperchio (una lastra di cinque tonnellate) che ha creato scalpore. Il cartello presente nel sito dice che vi è rappresentato il re Pakal che emerge dalla terra nelle sembianze di una manifestazione del dio maya del mais; egli cresce, invecchia, muore e va nell'inframondo dove rinasce ciclicamente. Ma già poco dopo la sua scoperta, un'altra interpretazione, ben più affascinante, si fece strada, ossia che sulla lastra tombale fosse raffigurato Pakal dentro una specie di antica astronave, con le mani che manovrano dei comandi, un respiratore nel naso, e addirittura delle fiamme di un reattore a propulsione. Ovviamente ciò ha messo in fibrillazione tutta una serie di appassionati di fanta-archeologia e di paleoastronautica mondiali, i quali hanno trovato nel reperto la conferma della presenza di forme di vita extraterrestre sulla Terra. La visita della cripta è interdetta da più di dieci anni, ma una copia della controversa tomba è presente al Museo di Antropologia di Città del Messico insieme ai preziosi ornamenti.

Altre impressionanti costruzioni dovevano essere all'epoca il Palacio (un complesso di edifici dotati di cortili e portici, collegati tra loro da passaggi sotterranei), il tempio del Leone, il tempio del Conte, i tre templi del Gruppo delle croci. Anche nei bassorilievi presenti in questi ultimi (che commemorano questa volta l'ascesa al trono del successore di Pakal) si riconosce facilmente l'albero della creazione, ossia la stessa immagine allegorica, scambiata per un'astronave dai fanta-archeologi, che sta sul sarcofago di Pakal. In ogni caso, secondo le stime, meno del 10% della superficie totale che raggiunse la città è stata portata alla luce, e dunque la maggior parte degli edifici sono tuttora nascosti nella foresta, tra l'altro molto lussureggiante e piena di stupendi ficus, liane e rampicanti.

Nonostante tutte le interessanti scoperte, alla fine della giornata non vedevo l'ora di tornare alla limpidità, ai colori decisi e alla qualità dell'aria che si respira a San Cristóbal. E anche se mi aspettavano altre cinque ore di topes, mi complimentai con me stessa per aver cambiato i miei piani e non dover restare a dormire a Palenque.

Puebla l'eroica

Il fatto di viaggiare da solo mi parve un vantaggio. Le nostre reazioni al mondo esterno subiscono l'influenza decisiva di chi ci sta vicino, e spesso moderiamo la nostra curiosità per adattarci alle aspettative altrui. Magari i nostri compagni di viaggio hanno una visione precisa di noi e impediscono così ad alcune parti di emergere. "Non ti avrei mai creduto un appassionato di ponti" potrebbe commentare qualcuno, intimidendoci, e il sentirci osservati da vicino potrebbe analogamente inibire la nostra osservazione degli altri, costringendoci a sintonizzarci sulle domande e i commenti di chi abbiamo accanto e ad apparire più normali di quanto la nostra curiosità non vorrebbe.
[ Alain de Botton, “L'arte di viaggiare” ]

Puebla l'ho inserita nel programma di viaggio all'ultimo momento ed è la mia ultima tappa prima del rientro a Città del Messico, da cui dista poco più di cento chilometri. La cosa bella di viaggiare da soli è che puoi cambiare i tuoi piani senza che nessuno ti faccia il muso per ore, anche se decidi di ripercorrere la stessa strada già compiuta e finanche di dormire un'altra notte in autobus: l'itinerario circolare via Palenque e Veracruz che avevo programmato inizialmente si era infatti trasformato in un tragitto lineare, ricalcato una seconda volta per consentirmi di visitare il sito di Monte Albàn e fare una sosta a Puebla.

Sono arrivata nel pomeriggio al Centro de Autobuses e mi sono inserita in una fila lunga ma ben organizzata per prendere il taxi; il mio colorato ostello era in pieno centro, a due passi dallo ZOCALO. Quando sono uscita per una passeggiata esplorativa, la cattedrale e i leggiadri palazzi vicini si erano già illuminati, nella piazza principale la folla delle vacanze di Natale brulicava sotto un cielo di stelle a neon oppure riempiva ciarliera i caffè presenti uno accanto all'altro sotto i portici, mentre i bambini giocavano con la neve artificiale in un piccolo parco giochi. Non sembrava proprio una città di un milione e mezzo di abitanti, ma c'era piuttosto un'atmosfera da paesone. Quella sera ero molto stanca, dopo la notte in autobus e la visita antelucana del sito archeologico: ho mangiato un caldo de pollo ascoltando un pedissequo cantante chitarrista in una esibizione di trova, ho effettuato una breve perlustrazione dei locali frequentati dai giovani della Puebla bene e sono andata a letto presto.

Al mattino mi sono messa in marcia, baldanzosa e piena di energia, per questa penultima giornata di Messico, guidata da una toponomastica estremamente funzionale: all'altezza dello Zocalo si incrociano le due direttrici principali (Calle 16 de Septiembre e Avenida Reforma); a partire da questo incrocio, le Calles o Avenidas parallele sono seguite da numeri pari o dispari a seconda della direzione, e si distinguono in Ponente e Oriente da una parte e in Sur o Norte dall'altra.

Il nome completo di questa metropoli è Heroica Puebla de Zaragoza, in ricordo del generale al comando dell'esercito che il 5 maggio 1862 respinse i 6000 francesi mandati da Napoleone III a invadere il Messico per imporre come imperatore Massimilano d'Asburgo. Non importa che i francesi sconfitti erano in preda alla diarrea e che un anno dopo vinsero, tenendo la città fino al 1867: quella vittoria viene tuttora sontuosamente celebrata, soprattutto negli USA.

Una cinquantina di anni dopo, qui mosse i primi passi la rivoluzione contro Porfirio Díaz, che fa da sfondo alla storia narrata da Ángeles Mastretta nel romanzo Male d'amore (era questo il motivo principale per cui ci tenevo a visitare Puebla). Seguendo l'invito a prendere le armi lanciato da Francisco Madero (che aveva dichiarato nulle le elezioni dalle quali era uscito sconfitto), nel novembre del 1910 Aquiles Serdán, i suoi fratelli e i loro seguaci antirreeleccionistas stavano organizzando la rivolta contro l'odioso dittatore, quando nella casa di calle 6 Oriente giunse la milizia con un mandato di perquisizione; ingaggiarono dunque una battaglia all'ultimo sangue, al termine della quale morirono quasi tutti, compreso Aquiles (il quale si era nascosto per quattordici ore in un buco nel pavimento, ma fu poi tradito da un colpo di tosse). Oggi questa casa, che ancora mostra i fori dei proiettili, sia sul muro esterno sia in una delle stanze ancora arredate come all'epoca, è stata trasformata in un interessante “Museo de la revoluciòn”.

L'eroica città è stata inserita nel patrimonio UNESCO grazie agli stili architettonici dei mille edifici coloniali decorati con azulejos e delle decine e decine di chiese barocche che ricordano i bei tempi di quando questo era un importante centro del cattolicesimo conservatore. Girando per la città non si fa fatica a notare le imponenti testimonianze religiose: la CATTEDRALE ha le torri più alte del Messico ed è raffigurata sulla banconota da 500 pesos, il TEMPLO DE SANTO DOMINGO contiene l'incredibile Capilla del Rosario, decorata con stucco dorato e sculture di pietra, nella IGLESIA DI SAN CRISTÓBAL c'è uno sconsolatissimo Cristo seduto con i capelli veri e la corona di spine, circondato da bellissimi azulejos. Molto belle anche la più periferica chiesa della ormai nota Virgen de Guadalupe, ricoperta di piastrelle colorate, la chiesa dell'Angelo Custode, vicina al jardin de Analco, e l'iglesia de la Compañia o del Espiritu Santo, dalla consistenza di meringa. Anche qui a Puebla c'è l'usanza dei listones, quei nastri colorati, in vendita nelle chiese stesse, sui quali si scrivono le richieste di miracoli; i colori sono diversi a seconda del tipo di petizione: ad esempio blu e rosa per i miracoli afferenti la salute, rosso per quelli relativi all'amore e all'amicizia eccetera.

Passeggiare per Puebla mi mette di buonumore, con quelle facciate variopinte o ricoperte di piastrelle e tutta quella messicanità esposta nelle botteghe e nelle bancarelle di artigianato. Nei negozi di magia bianca — mayoreo o menudeo (all'ingrosso e al dettaglio) — si vendono essenze, lozioni, amuleti, saponi, talismani e si offrono incantesimi e amarres de amor, che servono a far tornare a sé l'amore perduto. Le attività dei mariachi sono pubblicizzate a grandi lettere, scritte a mano sui muri degli edifici dai colori pastello che pullulano ad esempio in Avenida 12 Ponente. Visitando i mercati de artesanias si deduce che qui ferve la produzione di ceramiche: si tratta della Talavera, pregevole maiolica realizzata sin dall'antichità con l'argilla locale sui toni del blu.

E naturalmente anche qui, l'immagine onnipresente nei negozi è quella dello scheletro, che prende spunto dalla Calavera Catrina, il personaggio inventato circa un secolo fa dal disegnatore e caricaturista Jose Guadalupe Posada (un teschio vestito elegantemente con un grande cappello). La Calavera inizialmente non era catrina, bensì garbancera, venditrice di ceci: l'intento di Posada era infatti quello di criticare quei messicani poveri — venditori di ceci, appunto — che rinnegavano le loro origini indigene e fingevano di essere europei. Poi arrivò il solito Diego Rivera che gli diede l'aspetto e il nome che ha oggi, con la sua stola di piume, quando la raffigurò nel suo murale “Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central”. La Catrina, impegnata in attività di ogni genere e accompagnata da scheletri maschi, oggi è il soggetto prediletto di disegni e tele, sculture di legno, cartapesta, maiolica, argilla eccetera.

La X di Mexico
C’era una sfida nell’aria, in quest’aria secca e fine dei duemila metri: l’antica sfida tra le civiltà d’America e di Spagna nell’arte d’incantare i sensi con seduzioni allucinanti, e dall’architettura questa sfida s’estendeva alla cucina, dove le due civiltà s’erano fuse, o forse dove quella dei vinti aveva trionfato, forte dei condimenti nati dal suo suolo. Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca...
[ Italo Calvino, “Sotto il sole giaguaro” ]

A Puebla c'è un museo meraviglioso che si chiama AMPARO, dedicato all'arte in tutte le sue forme. È situato in un bellissimo edificio di grande ricchezza storica, trasformato in uno spazio culturale muy contemporaneo, con una bella terrazza dotata di bar da cui si gode una stupefacente vista sulle torri e la cupola della cattedrale. Gran parte della sua collezione è dedicata all'arte preispanica e all'arte coloniale fino all'Ottocento, e inoltre offre un'ampia agenda di esposizioni temporanee.  

È lì che ho conosciuto l'opera dell'artista argentino Ramiro Chaves, che in quei giorni esponeva il suo lavoro sulla lettera X e in particolare sui modi in cui essa è stata usata nell'architettura messicana. All'epoca della conquista spagnola, infatti, si discuteva se il nome della colonia dovesse scriversi “Mexico” oppure “Mejico”. Scegliendo ufficialmente la prima versione, la X diventò un simbolo dell'incrocio culturale tra la tradizione preispanica e la nuova identità meticcia, un'icona della nascita del moderno stato messicano, ed è su questo che gli oggetti, i disegni e le foto proposte fanno riflettere.
La sera stessa, mi sono chiesta se avesse analogo significato la gigantesca ics tutta di lucine rosse piazzata sull'ingresso del Teatro Principal in occasione delle feste natalizie.

Un altro campo in cui “le civiltà d’America e di Spagna” si incontrano e si sfidano per sedurre i sensi è, come dice Calvino, la cucina, il grande orgoglio di Puebla e dei suoi abitanti. La tradizione gastronomica poblana, che parte dagli ingredienti della sua terra ma ha fatto tesoro delle ricette nate nei conventi, va fiera del suo classico piatto di chiles en nogada (peperoni ripieni di picadillo e ricoperti di salsa alle noci e melograno) e soprattutto del mole poblano, una salsa cremosa — che accompagna di solito tacchino o pollo — a base di cacao, tre tipi di peperoncino, frutta secca e varie spezie. Oltre a diversi tipi di dolci e allo street food, essa propone, per i più ardimentosi, eccentriche specialità stagionali come le larve di formica saltate nel burro, i vermi dell'agave (gusanos) fritti in una salsa al peperoncino, il fungo del mais e le chapulines (cavallette essiccate). Purtroppo a causa del mio mal di stomaco in quei due giorni mi sono alimentata esclusivamente di brodo di pollo e dunque non ho assaggiato assolutamente nulla di tutto questo ben di Dio.

Per l'ultima serata messicana mi hanno consigliato una zona molto animata della città, il barrio del artista. Mentre mi avvicinavo all'unico tavolino libero di uno dei locali in cui suonavano la trova, Ricardo, che stava cercando un posto dove sedersi con la sua amica, mi ha proposto con un sorriso smagliante di condividerlo. Impossibile dire di no: Ricardo, così giovane da poter essere mio figlio, parlava un ottimo inglese ed aveva un carisma incredibile, che si è rafforzato quando è salito sul palco per cantare una canzone (oltre a un fantastico sorriso aveva anche una bella voce). Già da subito, approfittando della breve assenza della ragazza magra e timida con cui era uscito, mi aveva confessato che gli piaceva, ma ancora non si era dichiarato. E mentre lui cantava, lei pure mi ha fatto capire che non le dispiaceva, Ricardo. Ho saputo che Tiziano Ferro era molto amato fino a che non aveva detto in televisione che le donne messicane hanno i baffi, e questo aveva fatto incazzare a morte molti suoi fan, e infatti (non so se è un caso) nessuna sua canzone è stata proposta quella sera, mentre ad esempio Gianluca Grignani andava alla grande. Poi mi hanno salutato: abitavano molto lontano dal centro e l'ultimo autobus sarebbe partito dopo poco. Io ho bevuto l'ultima cervecita, a un prezzo che loro a malapena potevano permettersi, augurandomi che il bruno Ricardo e la sua ragazza dalla pelle bianchissima presto si sarebbero fidanzati.

La leggenda dei vulcani

Si abbandonò nella poltrona. L'Ixtaccihuati e il Popocatepeti, quest'immagine del matrimonio perfetto, spiccavano ora chiari e belli all'orizzonte sotto un cielo mattutino quasi puro. Altissime sopra il suo capo alcune nuvole bianche correvano perdutamente all'inseguimento di una pallida luna gibbosa. Bevi per tutta la mattina, gli dicevano, bevi per tutto il giorno. Questo è vivere!
[ Malcolm Lowry, “Sotto il vulcano” ]

Pochi minuti dopo aver lasciato Puebla, sono apparse nel finestrino dell'autobus due maestose montagne: una delle quali, indiscutibilmente, un vulcano a punta. Sarà sicuramente il Popocatepetl, ho pensato, la montaña humeante. E la conferma l'ho avuta dalla donna seduta accanto a me, la quale ha aggiunto che l'altro pure era un vulcano, confidenzialmente chiamato la mujer dormida (ufficialmente l'Iztaccíhuatl). Mi sono sorpresa moltissimo di non averli notati affatto nel viaggio di andata e questo è stato un ulteriore segno che avevo fatto bene a ripercorrere la stessa strada.

Ho appreso in seguito la leggenda, secondo la quale Iztaccíhuatl era una principessa innamorata del guerriero Popocatepetl; questi compì grandi imprese per amore della fanciulla, la quale però purtroppo morì. Allora il suo corpo fu trasportato dal suo amato sopra un monte e gli dei la trasformarono in un vulcano attivo; anche il guerriero diventò un vulcano, per sempre di guardia alla principessa Iztaccíhuatl.

Ed eccomi a Città del Messico, nel tardo pomeriggio, sotto l'ANGELO DELL'INDIPENDENZA, che spicca dorato, lucidissimo contro il cielo blu. Sono seduta su una panchina con Raul e sono stremata. Sto provando a descrivergli il mio viaggio in un misto di italiano, spagnolo e quel poco di inglese decente che ancora riesco a parlare. Gli racconto l'itinerario non più circolare ma lineare e il fatto che non ho più seguito il suo consiglio di andare a Tlacotalpàn. Gli parlo della pioggia a Teotihuacan e della tristezza della “noche buena”, della divertente gita intorno a Oaxaca, delle proteste e della polizia, del Canyon del Sumidero e dei colori di San Cristóbal, dell'incredibile incontro nella chiesa sincretica di San Juan e del caldo di Palenque, della luce perfetta di Monte Albàn, degli azulejos di Puebla e dei due vulcani.

E infine gli dico della lettera X e dell'incrocio delle “civiltà d’America e di Spagna” e lui mi sorride con quella bella faccia mestiza che si apre in un sorriso aperto mentre mi dice: «Me alegra mucho que hayas disfrutado de mi tierra».
(gennaio 2015)

Galleria fotografica Chiapas

Galleria fotografica Oaxaca

Galleria fotografica Città del Messico

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