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All'imbocco dell'estuario

Colonia del Sacramento

Uruguay dicembre 2018 - gennaio 2019

Un traghetto moderno e molto capiente collega Buenos Aires a Colonia del Sacramento solcando le acque marroncine del Río de la Plata. La traversata dura soltanto un’oretta ma te la fanno pagare salata, cosa che non frena comunque i turisti che la prendono d’assalto anche per le gite di un giorno.
Alle 10 di mattina sono già in Uruguay, moderatamente felice per il clima caldo ma ventilato, per l’hotel grazioso e per il personale caloroso che mi ha accolto, un po’ meno felice per il tasso applicato dall'ufficio di cambio del terminal.
Quando nel programma della giornata ho inserito una puntatina nell'ampia spiaggia cittadina, mi sono resa conto di aver dimenticato a casa il mio inseparabile pareo multiuso. Ho preso l’inconveniente come scusa per fare un po’ di shopping, ma l’entusiasmo si è smorzato immediatamente quando ho visto il tenore dei prezzi nei negozi, nei quali tra l’altro parei non ce ne stavano quasi per niente e quei pochi erano davvero inguardabili.

Ho lasciato dunque il viale General Flores e mi sono introdotta nel Barrio Histórico di questa voliera tutelata dall'Unesco. Gli uccellini cinguettano dovunque come colonna sonora di una piacevole rilassatezza coloniale, i turisti usano macchinine da golf per percorrere le brevi distanze, sobbalzando sulle strade acciottolate costruite nel XVII secolo dai portoghesi. Per la cronaca, questi ultimi in seguito si palleggiarono a lungo Colonia del Sacramento con gli spagnoli prima che essa fosse assegnata al Brasile insieme all'intera cosiddetta Banda Oriental.

Dalla Basílica del Santísimo Sacramento con i suoi due campanili ho attraversato la plaza de Armas fino al Portón de Campo, l'antico accesso alla cittadella, dotato di ponte levatoio. Seguendo il perimetro delle mura fortificate sono giunta ad affacciarmi sul mare, che poi a dire il vero non è il mare bensì l'estuario del Río de la Plata. Il faro svetta tra gli edifici in mattoni con i tetti di tegole e gli azulejos, i ristorantini e i murales, i bastioni e le rovine dei conventi. 

Dal centro di Colonia parte una lunghissima rambla che conduce alle spiagge e io la percorro nella calura della controra, in quasi totale solitudine. Una mezz'oretta dopo sono scesa nella playa urbanossia una lingua di sabbia piatta semideserta, con alcuni sparuti bagnanti che hanno lasciato le loro cose incustodite e stanno facendo il bagno. In realtà l'acqua del fiume, dai poco invitanti riflessi color fango, è bassissima e quindi più che fare il bagno si tratta di deambulare con le gambe a mollo. La sabbia è bianca e finissima e scotta sotto i piedi, ma per fortuna ci si può posizionare all'ombra degli alberi.
Salendo alcuni gradini raggiungo la terrazza panoramica di un bar dove la musica proposta è perlopiù caraibica con alcune digressioni come ad esempio The final countdown in versione reggae. Il giovane cameriere è apparentemente poco espansivo, ma alla fine curioso di chiacchierare con me. Il problema molto serio è che la birra costa un sacco.

Terminata questa pausa di riflessione mi sono rimessa in marcia sulla rambla fino a Real de San Carlos. Ho camminato per circa quattro chilometri, quasi tutti lungo la linea di costa, prima di arrivare a Plaza de toros. Questa arena progettata da un architetto argentino in stile mudéjar funzionò con un discreto successo grazie a toreri e tori portati dalla Spagna, ma soltanto dal 1910 al 1912, perché poi le corride furono bandite. Sul pannello informativo c'è scritto che ci ha cantato Carlos Gardel, mentre il titolare del negozio di antigüedades mi ha informata che è l’unica arena di tori del Sudamerica, che il ferro proviene dall'Inghilterra ma è stato assemblato in Germania, mentre la pietra è locale. L'accesso è interdetto perché a rischio crollo ma i locali suggeriscono di fregarsene.

Dopo aver ammirato i suggestivi tramonti sul Rio de la Plata passeggiando sul lungofiume, sedendo su scogli e panchine oppure salendo sul faro, i turisti si possono godere la romantica serata nel casco historico di Colonia. Molti localini hanno allestito i tavoli nelle terrazze o sui marciapiedi, con molte lucine o lumi di candela che rendono l'atmosfera intima e languida. Dopo un lungo giro di indecisione mi sono seduta in uno dei ristorantini a caso e ho consultato il menu, ricco di piatti familiari di origine italiana. I prezzi anche qui non sono proprio economici, ad esempio un piatto di ñoquis con salsa pomarola (uno dei meno cari) costa 13 euro, senza contare che il servizio lascia a desiderare e bisogna pure dare un'elemosina ai cantanti di strada non richiesti. In questa prima cena in Uruguay ho scoperto però che qui esiste un servizio molto gradito agli stranieri cioè se pagano con la loro carta di credito presso una serie di esercizi commerciali (comprese alcune compagnie di traghetti e persino hotel) ricevono uno sconto del 22%. Quando i turisti se ne accorgono al momento del conto sorridono. Agevolazioni di questo genere sono frequenti pure per i residenti in base al circuito della loro carta. I camerieri invece guadagnano 500 dollari al mese, ed ecco spiegato il menefreghismo con cui sbrigano le loro consuete faccende. 

A tarda sera, un poliziotto amico del receptionist mi ha spiegato che gli uruguayos non vanno quasi mai al ristorante bensì prediligono lo street food in vendita nei classici carritos, e in particolare l'onnipresente chivito (un panino imbottito con carne di manzo, pancetta, formaggio, cipolla, uova sode, fette di pomodoro, lattuga e maionese).
Colonia, secondo l'autorevole parere del poliziotto, è la città più cara del Paese. La sera dopo, su sua indicazione, sono andata al Porton, che però non mi è sembrato affatto poco turistico come lui sosteneva. Qui ho ordinato una tale quantità di lomo che mi sono fatta confezionare due grandi panini con i quali mi sono sostentata per i due giorni successivi.

Con un'oretta di autobus raggiungo la cittadina di Carmelo, ubicata lungo la riva del fiume Uruguay. La sua principale attrazione sarebbe il ponte girevole rosso, che però da tre settimane è bloccato a causa di un incidente, e infatti un'imbarcazione piuttosto arrugginita sta accasciata accanto alla struttura in ferro e cemento da quando il maltempo aveva fatto perdere il controllo al pilota. Devo attraversare il ponte a piedi e poi percorrere diversi chilometri per raggiungere la spiaggia, ma il posto non è un granché con questo fiume limaccioso sotto il cielo nuvoloso e un'atmosfera sospesa e pesante di umidità. Sulla via del ritorno sono stata aggredita dalle zanzare che in pochi secondi mi hanno massacrata nei pressi della riserva faunistica, cosa che già era accaduta la mattina fuori dalla porta dell’hotel.

Tornata a Carmelo all'ora di pranzo la trovo calda e silenziosa. Ordino un choripan e un bicchiere di Tallar Merlot al tavolino di un ristorante alla buona; qui il problema di cui si parla in TV è che i minorenni colpevoli di reati vengono presto rilasciati, ma la titolare del ristorante sostiene che la piccola criminalità in Uruguay è quasi inesistente. I cognomi italiani fioccano nelle insegne delle agenzie immobiliari.

Quando sono partita da Colonia, l'ultimo saluto me lo ha dato un Garibaldi di bronzo che ho riconosciuto pure se era di spalle. Comodamente seduta in un moderno autobus diretto a Oriente, guardando dal finestrino campi di mais viti ceibe e ibiscus, cavalli mucche pecore, auto d’epoca e carretti a cavallo, tento un primo bilancio di questo grande campo da football che è l'Uruguay. La prima impressione è che l'uruguayo sia una specie di argentino sotto sedativo perché dipinge le case a colori vivaci ma non troppo, ama la musica ma non troppo, non si incazza, non litiga, e fondamentalmente procede tranquillo sulla sua calle.  

Racconto di viaggio "CERCO L'ESTATE TUTTO L'ANNO. URUGUAY, UN CAMPO DA FOOTBALL SULL'ATLANTICO" (dicembre 2018 - gennaio 2019)