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  • Categoria: Uruguay

Precipitazioni sparse

Montevideo

Uruguay dicembre 2018 - gennaio 2019

Más de una vez me siento expulsado y con ganas / de volver al exilio que me expulsa / y entonces me parece que ya no pertenezco / a ningún sitio, a nadie. / ¿Será en indicio de que nunca más / podré no ser un exiliado? / ¿Qué aquí o allá o en cualquier parte / siempre habrá alguien que vigile y piense, / éste a qué viene? / Y vengo sin embargo tal vez a compartir cansancio y vértigo / desamparo y querencia / también a recibir mi cuota de rencores / mi reflexiva comisión de amor / en verdad a qué vengo / no lo sé con certeza / pero vengo.
(Mario Benedetti - "Pero vengo")

Sono arrivata a Montevideo con molto ritardo a causa del traffico di rientro dal giorno festivo e come se non bastasse sono stata quasi un’ora ad aspettare l’autobus, mentre quelli intorno a me uno dopo l'altro scompaiono inghiottiti da una vettura Uber sempre diversa. Se avessi controllato prima sull'apposita app, avrei conosciuto in anticipo l’orario del mio autobus, che infatti è puntualmente arrivato a mezzanotte e mezza. Il conducente ha la barba grigia lunga fino al petto e ascolta musica arabic a un volume sconsiderato.
Alla reception del bed & breakfast un giovane in calzoncini succinti e canottiera retata mi ha mostrato la camera, situata in un appartamento anni ‘40 della ciudad vieja, proprio di fronte al teatro. La carta da parati sarebbe piaciuta al regista Wes Anderson e in giro è pieno di pezzi di modernariato come ad esempio un oggetto da muro a forma di cascata, illuminata e con cinguettio di uccellini in sottofondo, che è così brutto che quasi quasi mi piace. Sul comodino c'è Ruf der Wildnis, la versione tedesca dell’Ultimo dei mohicani di Jack London. Anche qui la tavoletta del cesso è imbottita, ma ormai ci ho fatto l'abitudine.

Anche se quasi metà della popolazione uruguayana vive nell'area metropolitana della capitale, in questi giorni non sembra proprio, perché qui i primi di gennaio sono un po' il nostro Ferragosto e sono tutti in vacanza. Il clima di Montevideo è mediterraneo, molto simile al nostro, ma oggi pur essendo piena estate le temperature sono precipitate e c'è una pioggia scrosciante. La cupezza meteorologica rende ancora più evidente la decadenza di questa Palermo sudamericana.

Il Museo della migrazione, che non poteva mancare nella capitale di un Paese popolato per quasi il 90% da europei, propone un excursus sui processi migratori dell'Uruguay, dai primi coloni che popolarono Montevideo nel 18° secolo alla migrazione forzata degli schiavi guaranì e degli indigeni, dall'arrivo dei bisnonni e dei nonni italiani e spagnoli all'immigrazione attuale di provenienza centro-americana e venezuelana.
Più del 40% degli abitanti del Paese è di origine italiana e ancora oggi la comunità italiana viene tenuta in grande considerazione, come si evince ad esempio da alcune pietanze tipiche come la salsa caruso o la fainà. Inoltre la nostra lingua è ancora molto diffusa (grazie anche al fatto che è materia di insegnamento nelle scuole) e ha influenzato il dialetto locale.
Dopo tanto parlare di migranti che arrivano nel nostro Paese, mi fa un certo effetto trovarmi dall'altra parte del mondo a guardare vecchi documenti di identità di uomini piemontesi.

Nella prima metà dell'Ottocento molti patrioti italo-uruguaiani aderirono al movimento di Giuseppe Garibaldi, che visse qui e partecipò alle guerre per l'indipendenza. In sua memoria in tutta la regione rioplatense ci sono statue, monumenti, vie, piazze, ospedali a lui intitolati, mentre qui a Montevideo c'è la sua casa, che sulla carta farebbe parte del Museo Storico Nazionale ma nella realtà è sempre chiusa, come mi conferma l'anziano tabaccaio che ha il negozio di fronte al portone sprangato, il quale l’ha vista aprire solo quando ci venne in visita Sandro Pertini. 

Nel Museo de Arte Precolombino e Indígena sono invitata ad un viaggio nel tempo fino a 15000 anni fa, quando i primi gruppi umani giunsero nel continente americano attraversando lo stretto di Bering che in quel periodo era terraferma. Il percorso espositivo è dedicato alle antiche civiltà non solo dell'area dell'odierno Uruguay, ma di tutta l'America centrale e meridionale.
Le popolazioni indigene di questa zona sono state quasi del tutto sterminate dalle malattie portate dagli europei e dalla tratta degli schiavisti portoghesi del Brasile, fino al momento culminante della "Matanza del Salsipuedes", quando nell'aprile del 1831 le truppe governative uruguayane attaccarono gli indigeni Charrúas, facendo 40 morti e 300 prigionieri. Oggi i discendenti dei popoli precolombiani rappresentano una percentuale davvero irrisoria della popolazione uruguayana.

Ai musei (così come al teatro) si accede gratuitamente o a prezzi accessibili a tutti, una scelta di civiltà per diffondere la cultura, e questo me lo conferma Rodrigo, guida turistica che ci sta portando a spasso in questo walking tour della città. "Montevideo è la città con una maggiore qualità della vita, come l'intero Uruguay è il paese con il maggior reddito pro capite di tutta l'America Latina." ci spiega. "Con il Frente Amplio al potere, si sono susseguiti 16 anni di crescita ininterrotta e oggi per la prima volta il peso uruguayo vale più di quello argentino. I prezzi sono alti perché le imposte sono elevate, però in compenso ci sono molti servizi gratuiti, come la scuola e la sanità." 
Per quanto riguarda le libertà civili e le conquiste sociali l'Uruguay è sempre stato un precursore e Rodrigo ce ne snocciola il lungo elenco: dalla giornata lavorativa di 8 ore al divorzio, dal voto alle donne all'istruzione gratuita e obbligatoria per tutti, dal matrimonio civile alla separazione fra Stato e Chiesa, fino ad arrivare alla legalizzazione delle unioni omosessuali e della produzione e coltivazione privata di cannabis nel 2013. 
L'Uruguay infatti è stato anche il primo paese del mondo a legalizzare la marijuana, prevedendo tre possibilità di consumo: il club cannabico, l'acquisto in farmacia e la coltivazione in casa (opzioni previste soltanto per i residenti). L'obiettivo è fermare il mercato del narcotraffico, obiettivo che finora è riuscito solo parzialmente in quanto le farmacie sono poche rispetto alla gente che vuole comprare la cannabis e inoltre il THC presente nel prodotto in vendita è per tanti troppo basso. Si tratta in ogni caso di un importante passo avanti. 
Insomma, il Paese rimane su posizioni conservatrici solo sul tema dell'aborto, che comunque è proibito in quasi tutto il continente.

Con Rodrigo ci incontriamo nella centralissima plaza Independencia nei cui paraggi sorgono il teatro Solís, il Palazzo Estévez, il Palacio Salvo, progettato dall'architetto italiano Mario Palanti. Al centro della piazza c'è la statua equestre dell'eroe nazionale Artigas, che si distinse nelle guerre d'indipendenza: anche se morì di vecchiaia, il cavallo di bronzo ha una zampa alzata, cosa che solitamente simboleggia la morte per ferite di guerra. Altri edifici di prestigio sono la neoclassica Cattedrale metropolitana, il Cabildo coloniale, il Palacio Taranco, realizzati tra il XIX ed il XXI secolo man mano che la città si sviluppava e influenzati dagli architetti europei. Rodrigo ci spiega che furono gli spagnoli nel Settecento a fondare la città con il nome Felipe y Santiago de Montevideo, e che essa in breve tempo divenne una delle più importanti città della regione. Nel 1814 agli spagnoli subentrarono i portoghesi, che poi annessero i territori al Brasile finché nel 1825 i cosiddetti "Trentatré Orientali" liberarono l'Uruguay dal dominio brasiliano e Montevideo divenne ufficialmente capitale della Repubblica Orientale dell'Uruguay. Esistono diverse spiegazioni in merito all'origine del nome della città, ma tutte fanno riferimento al cerro che si staglia nel suo territorio.

Montevideo si affaccia su uno dei più grandi porti naturali di tutto il Cono Sud. Nei paraggi ha sede il mercado del puerto, che a dispetto del nome è oggi una galleria gastronomica di tutto rispetto, ospitata in una struttura in ferro risalente all'Ottocento. Griglie imponenti ospitano le salsicce, le cosce di pollo, le costolette, il sanguinaccio, il formaggio parrillero e gli altri ingredienti del tipico asado. La bevanda più indicata per accompagnare la carne è il medio y medio, ossia un cocktail di champagne e vino bianco o rosè. È qui che la visita guidata termina e io resto a mangiarmi una spirale di salchicha parrillera prima di rimettermi in marcia. 

Non lontano dalla città vecchia e dal lungomare si incontra la Peatonal del Candombe, una strada piena di coloratissimi murales che fa parte del circuito storico e culturale del quartiere in quanto ospita diversi centri dedicati alla cultura afro-uruguaiana. Il candombe è una musica e danza che ha origine dagli schiavi africani, si basa su tre diverse percussioni ed è di solito suonato a carnevale durante le tipiche sfilate in costume dette llamadas. Su un muretto vicino al mare posso averne un saggio visto che sei ragazzi lo stanno suonando.

Una delle esperienze imperdibili a Montevideo è la passeggiata lungo la rambla, il lungomare che collega il centro cittadino alle località di Punta Carretas (il punto più meridionale della città, dove sorge il faro) e Pocitos (dove si trova una lunghissima spiaggia). La rambla è utilizzata quotidianamente per correre, andare in bici, passeggiare, osservare il mare e, naturalmente, tomar mate (sport nazionale uruguayano). 
È qui che mi trovo all'ora del tramonto a guardare l'ultimo sole uruguayo che precipita nel mare tra le palme. L'indomani sarò di nuovo a Buenos Aires e non vedo l'ora di farmi quattro risate con gli argentini dopo tutti questi giorni sotto sedativo.

Racconto di viaggio "CERCO L'ESTATE TUTTO L'ANNO. URUGUAY, UN CAMPO DA FOOTBALL SULL'ATLANTICO" (dicembre 2018 - gennaio 2019)