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  • Categoria: Filippine

In volo per Manila

Visayas centrale dicembre 2008 - gennaio 2009

«Le Filippine?» chiese una volta un generale americano. «Che cosa sono? Una qualche specie di sardine?»
[ Tiziano Terzani, "In Asia" ]

Il viaggio nelle Filippine comincia la mattina della vigilia di Natale quando, invece di sfinirmi di aperitivi a Bari vecchia, ero incolonnata al check-in della Cathay Pacific dell'aeroporto di Fiumicino, insieme a centinaia di filippini pimpanti che impugnavano carrelli carichi di valigie, misteriose scatole di cartone e alcuni panettoni e pandori, molti dei quali sarebbero arrivati a destinazione mezzi sfondati. In quel momento pensavo che i filippini immigrati all'estero se la tirassero di più rispetto ai filippini rimasti a casa loro, anche se poi ho scoperto che, poiché il popolo filippino è uno di quelli che se la tira di meno in assoluto a livello mondiale, anche i filippini emigrati non se la tirano poi tantissimo.

Sorvoliamo il mar Adriatico e il mar Nero, ma poco prima del Caspio mi addormento e quando mi sveglio è già buio. Il breve volo da Hong Kong a Manila lo trascorro in quel sonno profondo tipico dell'alta quota da cui mi sveglia la mia vicina che, all'apparire dei primi lembi delle sue isole natie, inizia a piangere dalla commozione. Io vorrei farla sedere al mio posto-finestrino, ma non si può perché è già accesa la cintura di sicurezza luminosa che segnala la fase di atterraggio, così lei mi racconta che quando si è trasferita in Italia ha dovuto abbandonare la sua figlioletta di soli tre mesi con il marito e oggi fa ritorno a casa dopo ben cinque anni di assenza. Entrambi dovrebbero essere là ad accoglierla, come cerca di accertarsi digitando qualcosa sul cellulare − anche se io penso che, secondo le più elementari norme di sicurezza, in volo dovrebbe tenerlo spento.

All'aeroporto internazionale di Manila, esco a fumare una sigaretta nell'aria satura di umidità e mi metto a conversare con un tassista della differenza tra taxi normale e taxi metered (che costa meno perché lo dividi con altri passeggeri). Poi lui mi interrompe delicatamente per informarmi che se non esco dall'aeroporto non potrò in alcun modo incontrare il mio amico e mi spiega che devo uscire seguendo le indicazioni dell'iniziale del cognome.

Le uscite sono due, come in certi corsi universitari: A-L da un lato ed M-Z dall'altro; seguendo ligiamente l'incanalamento contrassegnato dalle lettere M-Z mi rendo conto che in strada esistono presumibili 26 spazi simili a quei box auto presenti al piano interrato degli ipermercati (con i pilastrini di cemento pieni di segni di carrozzerie di auto che hanno sbagliato manovra), dove i passeggeri appena sbarcati si sistemano in attesa di essere riconosciuti dai loro parenti venuti a prenderli. Molti non tornano a casa da molti anni e magari sono invecchiati: infatti ho visto alcuni parenti che si chiedevano se il passeggero posizionato dentro il box con la lettera R fosse davvero la persona che aspettavano.
Dopo essere rimasta alcuni minuti impalata ad osservare questi movimenti, tra sgommate, clacson e continui quanto inutili fischi dei vigili, mi lascio alle spalle questo inusuale mercato dei parenti: a noi tutta questa storia dei cognomi non ci può essere di nessuna utilità, poiché il mio amico è più alto di minimo venti centimetri rispetto a tutti gli altri parenti e inoltre noi non ci vediamo da sole tre settimane e non credo di essere invecchiata tantissimo.

Mentre tutti gli ex-passeggeri insieme ai loro relativi parenti vanno a festeggiare la santa festività a casa propria, noi andiamo a mangiare in un ristorante indiano, che tanto a loro del Natale non interessa un cavolo. Manila City, una delle città più caotiche e congestionate del pianeta, oggi è innaturalmente tranquilla e silenziosa, i viali sono deserti e noi ci rinfreschiamo dal caldo umido bevendo una coca in un baretto, vicino ad un sontuoso presepe di cartapesta.

Queste Filippine sono un arcipelago di circa settemila isole — di cui solo duemila abitate — che spunta fuori dall'Oceano Pacifico a sud della Cina. In questo mio breve viaggio, che mi ha visto razzolare nella regione delle Central Visayas, ne ho calpestate soltanto sette: quattro delle maggiori (Luzon, Cebu, Bohol e Negros), tre piccine (Panglao, Siquijor e Mactan) e purtroppo nessuna disabitata. La prima è la più facile: a Luzon sorge Manila con il suo aeroporto dedicato a Ninoy Aquino, il capo dell'opposizione a Marcos ucciso in un attentato voluto dal regime.

La seconda, Cebu, la sto per raggiungere con un volo pomeridiano acquistato su Internet. In attesa dell'imbarco nel pulitissimo bagno dell'aeroporto mi confronto con queste curatissime filippine che non fanno altro che spazzolarsi i capelli lisci e lucidi e specchiarsi con molta attenzione per verificare che tutti gli abiti e gli accessori siano perfetti, mentre io sono proprio un cesso dopo un autunno lavorativo tristissimo e un volo intercontinentale nel quale, a causa dello sfasamento di orario, non ho dormito a sufficienza.

Sbarchiamo al Cebu Airport che è già buio (il sole cala prima delle 18) e chiediamo informazioni sulle accommodation alla signora del desk apposito, la quale ci fa capire che l'isola di Mactan, su cui fisicamente l'aeroporto è situato, non fa assolutamente al caso nostro, in quanto è un covo di prestigiosi resort, lussuosi centri diving e spa da sogno molto poco filippini. Così prendiamo una stanza in una losca pensione di Cebu City, la seconda città più grande del Paese, nota per i suoi sofisticati night e bar dove, volendo, puoi conoscere una sfaccendata ragazza filippina e proporle di passare una settimana di vacanza al mare con te.

Racconto di viaggio "APPUNTI PILIPINI. ESPLORAZIONE DELLA VISAYAS CENTRALE" (dicembre 2008 - gennaio 2009)