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  • Categoria: Giappone

The Terminal

Live in Tokyo 

Quando sono arrivata all’aeroporto Narita di Tokyo ho preso il treno della Keisei Railway insieme ad Alfredo, un italiano che avevo conosciuto all’aeroporto di Istanbul e che vive a Tokyo da tre anni. Alfredo a un certo punto mi ha detto che quel gruppo che stava seduto in fondo al vagone erano cinesi perché i giapponesi non parlano mai a voce così alta.
Appena uscita dalla stazione di Ueno ho trovato un grosso palo con un pulsante che serve per chiamare il taxi. Un minuto dopo averlo pigiato è comparsa una vettura nera con le tendine di pizzo ai finestrini, gli sportelli si sono aperti automaticamente e sono stata portata al mio hotel di Asakusa. Prima di andare via il tassista è corso a cercare qualcosa nel portabagagli e tutto trafelato ma sorridente mi ha regalato un ventaglio.

Quando esci da un aeroporto giapponese, pensi di uscire da un aeroporto ma in realtà continui a restare imprigionato in un altro gigantesco aeroporto che si chiama Giappone. Ad esempio all’ingresso di musei, parchi, centri commerciali, stazioni ecc. c’è sempre un cartello che ti spiega cosa puoi fare e cosa non puoi fare e anche se non sai il giapponese ci sono delle immagini esplicative. Quello che non puoi fare quasi da nessuna parte è fumare, nemmeno per strada, tranne nelle smoking area che sono posizionate ovunque. Queste aree fumatori fanno un po’ tristezza perché le persone stanno tutte in piedi e non si rivolgono nemmeno la parola e le puoi vedere benissimo perché non c’è nessun muro o a volte nemmeno il vetro. In moltissimi bar e ristoranti invece si può fumare quanto si vuole pure se sono al chiuso, anche perché ci sono degli impianti di condizionamento potentissimi, e se gli chiedi di alzare la temperatura loro ti dicono sì ma in realtà non la alzano manco per il cavolo.
I giapponesi poi si mettono in coda per praticamente ogni cosa, sono file lunghissime e ordinatissime come quelle agli imbarchi, formate da persone che non mostrano alcun segnale di impazienza e anzi sembrano proprio orgogliose di essere lì nella fila. 

Rika

Per il primo giorno a Tokyo avevo preso un appuntamento con una guida che parla italiano. Secondo l’accordo io avrei usufruito gratuitamente del servizio ma avrei dovuto pagarle i pasti, gli spostamenti e gli eventuali biglietti di ingresso. Rika è una cinquantenne esile ed elegante e si è fatta trovare in hotel con molto anticipo. Dopo una mezz’oretta mi ha già regalato un pacco di biscotti e un quaderno con la copertina a fiori su cui aveva elencato con molta cura una serie di attrazioni e ristoranti consigliati.
La prima meta è il mercato del pesce di Tsukiji, che in realtà è stato trasferito e adesso sono rimaste solo le bancarelle all’aperto. Esse espongono prodotti gastronomici quali ad esempio angurie che costano 50 euro, ricci di mare enormi, cialde a forma di tonno ripiene di pasta dolce di fagioli azuki, infinite varietà di pesce fresco e pesce essiccato, alghe, carne di Kobe, gelati al gusto di tè verde matcha ecc. Il problema con Rika è che se le chiedo cosa sia quel cibo esposto lei me lo compra e infatti io a un certo punto non le ho chiesto più niente per paura che entrasse nel negozio a comprarlo.

Poi Rika mi porta a visitare uno dei più antichi luoghi sacri della città, ossia il santuario Nezu situato nel tranquillo quartiere di Bunkyō. Una delle sue più famose caratteristiche è il percorso di torii rossi, una specie di tunnel molto scenografico e tipicamente giapponese che secondo la tradizione shintoista separa la zona profana da quella sacra di un tempio. Essendo la prima volta che visito un tempio shintoista devo capire ancora bene come funziona la ritualità di questa antichissima religione. Per il momento capisco che prima di accedere all’altare bisogna lavarsi le mani e la bocca presso queste vasche usando un mestolo di bambù, e poi che alle divinità shintoiste si scrivono delle preghiere o desideri su tavolette di legno che poi vengono appese tutte insieme, legate a dei recinti, intanto che gli dei si decidano a farli avverare.
Nella metropolitana molte persone leggono dei libri ma la cosa strana è che tutti i libri sono foderati con delle copertine a tinta unita oppure decorate, così nessuno può capire che libro stai leggendo, e quando ho detto questo fatto a Rika si è messa la mano sulla bocca ed è arrossita un sacco.
Per pranzo la mia guida mi porta a mangiare un piatto di soba, ossia tagliolini di grano saraceno, in un ristorante tradizionale con i tavoli bassi, dove notoriamente a noi occidentali si addormentano le gambe. Rika mi dice che in Giappone i ristoranti quasi sempre sono specializzati in un solo piatto. Lei prende solo un minuscolo gelato e non vuole nemmeno che le sia pagato, e anche per i biglietti della metropolitana bisogna quasi litigare per pagarglieli secondo gli accordi preliminari.
L’ultima tappa è il cimitero di Yanaka, che è un quartiere risparmiato dai bombardamenti e quindi più tradizionale, tra l’altro con immensi grovigli di cavi elettrici. Nel frattempo ha smesso di piovere e Rika, prima di salutarmi per sempre, mi vuole a tutti i costi regalare il suo ombrello, e questo è davvero troppo e quindi sono molto sollevata quando lei se ne va per la sua strada. Che poi qui in Giappone gli ombrelli per la pioggia sono tutti di plastica trasparente, che è una cosa molto intelligente perché così si vede bene dove vai anche se lo tieni molto calcato sulla testa. L’unico problema è che sono tutti uguali e hanno dovuto inventare una specie di molletta colorata che ti permette di riconoscere il tuo nel mucchio.