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  • Categoria: Giappone

Kansai

Kyōto, Nara, Ōsaka

Gli shinkansen sono molto noti ai turisti perché la maggioranza di essi sono inclusi nel JR pass che permette di prenderne all’infinito, di questi treni, per il periodo prescelto. Negli shinkansen, che vanno velocissimi ma non si direbbe, i membri del personale di bordo ogni volta che entrano in un vagone fanno l’inchino ai passeggeri (i quali li ignorano alla grande), lo attraversano tutto fino alla porta successiva e, giunti lì, si voltano per fare un altro inchino di commiato, ignorato altrettanto bellamente. Su un binario della stazione di Kyoto ho visto uno shinkansen tutto rosa marchiato Hello Kitty.
Nei treni giapponesi (non solo shinkansen, anche quelli normali) c’è un'ingegnosa maniera per trasformare, in un battibaleno, una coppia di sedili in fila in un salottino da quattro posti. E questo è solo un esempio dei tanti piccoli accorgimenti che semplificano la vita quotidiana e che rendono i giapponesi un popolo adorabile.

Lo shinkansen partito da Odawara mi ha recapitato in breve tempo a Kyoto ed eccomi nella meravigliosa stazione, famosa per la sua architettura all'avanguardia di vetro e acciaio, dove tra le altre cose c'è una scalinata immensa realizzata come un enorme monitor da guardare ipnotizzati.

Nella guesthouse prenotata mi attende il bagaglio spedito da Tokyo e pochi quarti d'ora dopo sono seduta al bancone del dirimpettaio ristorantino di ramen, pronta ad assistere alla grande fiammata scenografica da cui il locale prende il nome (Menbaka Fire ramen).

Dopo cena raggiungo il santuario di Yasaka, che si trova a Gion ed è uno dei più importanti della città. Di sera è un luogo molto romantico grazie alle tante lanterne illuminate, ai pochi visitatori e al silenzio che esalta i suoni tipici della ritualità shintoista: la campana di ottone che si suona tirando la corda, le mani che si battono per due volte di seguito dopo aver chinato il capo, di nuovo il rintocco di campana, e infine il rumore delle monetine che cadono nella cassetta di legno per le offerte.
Il tempio acquisì importanza nel nono secolo, quando il paese era afflitto dalla peste e gli abitanti di Kyoto, convinti che fosse causata da una maledizione divina, decisero di chiedere aiuto al dio Gion; fu in quel periodo che si tenne per la prima volta il Gion Matsuri, una delle più importanti feste di Kyoto, che per mia fortuna si svolge a luglio. La movimentata sfilata di carri, santuari e centinaia di persone vestite in abiti dell’epoca è molto scenografica e mi permette di fare un viaggio indietro nel tempo.

Il quartiere di Gion si sviluppò proprio per ospitare i pellegrini in visita al tempio di Yasaka. La sua fama però è dovuta al fatto che ospitava le geishe (che qui si chiamano geiko – o maiko se sono ancora apprendiste), il cui compito consisteva nell'intrattenere con piacevoli conversazioni ed esecuzioni musicali gli uomini facoltosi della città nelle "case da tè" (le ochaya). Oggi le architetture delle abitazioni tradizionali, la luce discreta delle lanterne, i piccoli ponti sul fiume Shirakawa e i numerosi incantevoli ristoranti e localini lo rendono uno dei luoghi più affascinanti di Kyoto, pure se è più raro incontrare delle geishe (che comunque eseguono ancora in alcuni periodi le tradizionali danze annuali).
Percorrendo le vie di Gion ho cercato di immaginarmi le avventure di Mineko Iwasaki, come le racconta nel suo libro di memorie "Geisha of Gion". A quanto pare questa Mineko raccontò tutti i fatti suoi a Arthur Golden, il quale ne scrisse nel best seller "Memorie di una geisha" (da cui fu tratto anche un film di successo); l'autore però non ha rispettato i patti sia perché ha rivelato il nome di Mineko nei ringraziamenti, sia perché ha rielaborato a modo suo la storia inserendo elementi che gettavano discredito su tutte le geishe dandone un'immagine di prostitute di alta classe (che poi è un fraintendimento molto frequente nell'opinione pubblica). Ecco perché Mineko Iwasaki non solo ha ricevuto una imprecisata somma di denaro dopo il processo, ma ha anche scritto la sua vera storia, nel libro tradotto in italiano con il titolo "Storia proibita di una Geisha".

Kyōto è una città ricca di storia, arte e cultura, dove è obbligatorio trascorrere più di un giorno. Intanto, non si può mancare una visita alla zona di Sagano - Arashiyama, situata nella parte occidentale della città, ai piedi del monte Arashi appunto. Anche se in estate non si possono ammirare né i ciliegi in fiore né il foliage autunnale degli aceri, in compenso si può assistere alla pesca con i cormorani e inoltre si può attraversare l'incantevole bosco di bambù, che per fortuna non risente molto delle differenze stagionali.
Al centro del quartiere, su uno sfondo di montagne e boschi rigogliosi, si trova il ponte Togetsukyō; percorrendo un sentiero in salita si raggiunge il parco Iwatayama, dove più di cento scimmie giapponesi (dette anche "snow monkeys") scorrazzano liberamente; inoltre ci sono diversi templi (il più importante dei quali si chiama Tenryu-ji) e molti negozi e attività di ristorazione, visto che l'area è molto frequentata per trascorrere una giornata all'aria aperta.

In merito agli altri proverbiali mille templi di Kyoto, inizialmente ho fatto un po' di confusione tra quello d'oro e quello d'argento, ma alla fine sono riuscita a visitarli entrambi. Ginkaku-ji, quello "d'argento", è un tempio zen nel distretto di Higashiyama, a est della città; da qui parte il cosiddetto Sentiero del Filosofo, che costeggia un canale d’acqua e si chiama così in onore di un famoso pensatore e professore universitario che percorreva questo sentiero ogni giorno meditando. Il Kinkaku-ji è invece un complesso monastico buddista situato a nord e prende il nome dalla foglia d’oro con cui è interamente ricoperto il suo edificio più celebre, che nel romanzo capolavoro di Mishima, Il padiglione d'oro, rappresenta l'incarnazione della bellezza. Entrambi i santuari inutile dire che sono circondati da bellissimi giardini.
E comunque il tempio più fotografato di Kyoto resta sempre il Fushimi-Inari Taisha, per la famosa lunghissima galleria di torii arancioni, che poi le foto sono venute tutte sfocate anche perché ha iniziato a diluviare. Esso è dedicato ad Inari, divinità del riso, della fertilità e dell'agricoltura nonché patrono degli affari.

A Kyoto naturalmente non ci sono soltanto edifici religiosi, ma molte attrazioni laiche, come ad esempio il mercato di Nishiki, dove è molto divertente osservare i prodotti in vendita (chessò, cozze lunghe quasi mezzo metro, polpi caramellati, frutta costosissima impacchettata nella plastica), oppure il castello Nijō-jō, noto per i pavimenti che scricchiolano a ogni passo ricordando il verso dell'usignolo.

Nara fu la prima capitale del Giappone ed è un luogo di grande interesse artistico, certificato dall’UNESCO, nonché organizzatissimo dal punto di vista turistico. È la destinazione perfetta per compiere una gita di un giorno da Kyoto, visto che ci si arriva in soli 45 minuti di treno veloce e dalla stazione ci si muove a piedi. Nara è famosissima per il gran numero di simpatici cervi di piccola taglia che razzolano liberamente; i visitatori si possono avvicinare tranquillamente per accarezzarli e dare loro da mangiare dei cracker fatti apposta; questi animali vengono considerati sacri e io ho visto con i miei occhi un cervo che ricambiava l’inchino di una turista. L’unico problemino è che pare vadano matti per la carta quindi bisogna stare attenti se si maneggiano mappe o depliant.
Nel parco di Nara ci sono diversi templi buddisti risalenti al fulgente periodo Nara, nell’ottavo secolo, come il Kofuku-ji con la pagoda a cinque piani e soprattutto il Tōdai-ji, l'edificio in legno più grande al mondo, che contiene la statua del Grande Buddha, dotato di narici larghe mezzo metro. Oltre ai templi, si possono visitare il museo nazionale, il palazzo imperiale, dei meravigliosi giardini, ma come spesso accade in viaggio ciò che mi è rimasto più impresso della gita a Nara è stato un negozio di abbigliamento per cani, in particolare la sezione dedicata ai mini-kimono.

Ad Ōsaka, la terza città più grande del paese, non ho passato molto tempo e oltretutto non ero al massimo della forma, anche perché ho incontrato una delle poche giornate afose del mese. Dōtonbori è il quartiere più animato della città, attraversato da un canale che di sera si trasforma in una tavolozza di luci riflesse, sul quale si possono compiere gite in barca a tutte le ore circondati da centinaia di lanterne che di notte sono illuminate. Le insegne dei ristoranti sono un continuo spettacolo grazie alle grandi scritte a neon e agli enormi simboli fissi o meccanici, ad esempio un polpo circondato dalle polpette tako-yaki, una mano che offre del sushi, granchi, okonomiyaki, mucche, pesci, barche, pupazzi vari eccetera. Non a caso Ōsaka è considerata la capitale gastronomica del Giappone e in particolare questo è il quartiere dedicato alle abbuffate.
Qui la gente sembra più casinista e scanzonata, fuma anche dove è vietato, e le strade sono meno impeccabili di quelle attraversate finora: forse per questo viene considerata la Napoli del Giappone. Oltre a mangiare, a Ōsaka ho visitato il complesso di templi buddhisti Shitennō-ji, dove ho visto una lunga fila di monaci, ognuno con ombrello nero a piegoline e ventaglio, vestiti con meravigliose vestagliette trasparenti ognuna di un colore diverso.