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  • Categoria: India

una storia millenaria

Aurangabad

Maharashtra e Karnataka dicembre 2013

L’India è il Paese delle cose incredibili che si guardano tre volte stropicciandosi gli occhi e credendo di avere avuto le traveggole.
(Alberto Moravia, “Un’idea dell’India”)

Se stai cercando una destinazione non troppo distante da Bombay, e nutri uno spiccato interesse per l'affascinante e millenaria storia indiana, Aurangabad fa al caso tuo. La città in sé non è niente di speciale, ma rappresenta un'ottima base di partenza per visitare alcune delle maggiori attrazioni turistiche dello Stato del Maharashtra. Fu il controverso imperatore moghul Aurangzeb, nella seconda metà del 1600, a darle il nome; la città però fu capitale soltanto per pochi decenni, prima che la corte fosse trasferita ad Hyderabad in seguito alla morte del sovrano stesso.

A testimonianza di questo seppur fulmineo momento di gloria, nella periferia della città si erge il Bibi-Ka Maqbara, una copia in versione povera del Taj Mahal. Questo mausoleo fu commissionato dal figlio di Aurangzeb in memoria di sua madre, cercando appunto di emulare il capolavoro fatto realizzare ad Agra da suo nonno Shah Jahan per l'amata seconda moglie, alias la madre di Aurangzeb (per entrare nell'edificio e recare omaggio ai resti mortali di Rabia Daurani devi fare i conti con una tremenda puzza di piedi).

Se non hai avuto modo di visitare il vero Taj Mahal, probabilmente non ti accorgerai delle differenze. In realtà, anche se l'architetto che ha progettato l'opera era il figlio del principale artefice del mausoleo di Agra, tutti dicono che il risultato non può assolutamente competere con l'originale (interamente realizzato in marmo bianco): l'intransigente Aurangzeb infatti si rifiutò di dilapidare tutti i soldi rimasti in cassa e optò per materiali meno pregiati. L'intollerante imperatore infatti non solo era il sostenitore di una linea di condotta economica piuttosto spartana, ma oltretutto era solito sperperare tutti i soldi del tesoro reale in guerre di espansione. Anche la semplice tomba in cui fu seppellito rispecchia la sua sobrietà, e soprattutto riflette il rigido rispetto per l'osservanza della legge islamica che egli aveva simpaticamente imposto a tutta la popolazione. Questa umile sepoltura la puoi visitare da queste parti, a Khuldabad, ma sarai soggetto all'estorsione di numerose mance.

Sempre in città ci sono delle grotte buddhiste, ma io ti consiglio di lasciartele per ultime. Visitale solo nel caso (improbabile) in cui non ne avrai ancora abbastanza dopo aver visitato le ben più prestigiose grotte di Ajanta e quelle di Ellora (che non a caso sono inserite nel patrimonio dell'umanità dell'UNESCO).

Comincia dalle Grotte di Ajanta, che sono più antiche (furono realizzate all'epoca dell'impero Gupta, tra il secondo e il sesto secolo), anche se per la maggior parte della loro esistenza sono state ricoperte dalla vegetazione e dimenticate dall'umanità (pare sia stato un ufficiale britannico a scoprirle, all'inizio dell'800, durante una caccia alla tigre). Si tratta di una sorta di monastero buddhista composto da una trentina di sale di forma rettangolare o quadrata, scavate una di seguito all'altra nella parete di questa gola a forma di U. Il punto di forza del sito sono i murales in stucco colorato che decorano muri e soffitti, considerati i resti delle pitture buddhiste più antiche e meglio conservate al mondo. Nel tuo giro osserverai anche numerose statue del Buddha, in varie posizioni ma soprattutto in quella tipica della preghiera, rinchiuso dentro a una celletta oppure in uno stupa. Gli ambienti sono piuttosto bui e se non ti porti la torcia non vedrai granché; inoltre ogni volta che entri ti devi togliere le scarpe ("a tuo rischio"). Se non puoi o non vuoi percorrere tutta la gola, esiste un comodo servizio di portatori con sedia (e secondo me questo ti risolve anche il problema di toglierti e metterti le scarpe).

Fatti coraggio: a Ellora di grotte scavate nella roccia ce ne sono altre 34, solo che qui, oltre ai monasteri buddhisti, ci sono templi induisti e giainisti. Le grotte buddhiste sono molto simili a quelle di Ajanta, anche se più grandi e lievemente più tarde. Ma è tra le opere induiste, realizzate tra il settimo e il nono secolo secondo i dettami dell'arte Chalukya, che troverai il cosiddetto monumento "da non perdere": la mitica Kailasa, un tempio gigantesco dedicato a Shiva costruito spolpando letteralmente con lo scalpello un pezzo di montagna. Le grotte del gruppo giainista si trovano un po' distaccate rispetto alle altre: se non hanno ancora riparato il pezzo di parete crollata che impedisce il passaggio a piedi, devi fare tutto il giro. I giainisti sono quegli stravaganti che vanno in giro con una mascherina sulla bocca e con una scopa in mano, per evitare di fare del male anche al più minuscolo degli esseri viventi.

Il fatto che i monasteri buddhisti di Ajanta siano stati costruiti sotto i sovrani Gupta, solidamente induisti, e che religioni diverse convivessero con tanta facilità gomito a gomito, non ti sorprenderà se già sei stato informato della proverbiale tolleranza religiosa indiana di un tempo (precedente ad Aurangzeb, si intende). Fai conto che mentre in Europa a quell'epoca per questioni di lana caprina si veniva accusati di eresia e perseguitati, qui in India la stabilità politica e la prosperità economica condussero ad un notevole sviluppo, non solo architettonico e artistico, ma anche letterario, scientifico e perfino nell'arte della guerra. Mentre in Europa l'Impero Romano era agli sgoccioli e ci si preparava a molti secoli di decadenza, qui venivano elaborati i concetti dello zero e di infinito, erano stati inventati i cosiddetti numeri "arabi", era già stata calcolata correttamente la durata dell'anno solare e la Terra già ruotava intorno al suo asse.

Visto che ti trovi, non ti perderai di certo la visita al forte di Daulatabad, una delle fortezze medievali meglio costruite e meglio conservate al mondo: troneggia su una collina sin dal dodicesimo secolo. Le difese strategiche sono così robuste ed efficaci che gli storici si sono sempre chiesti cosa cavolo avessero da proteggere là dentro. In realtà poi non si è capito se sono stati invasi veramente, oppure se il sito fu abbandonato perché venne a scarseggiare l'acqua. Ciò che è certo però è che qui fu trasferita in massa l'intera popolazione di Delhi (distante più di mille chilometri), secondo il folle piano del sultano Tughlaq che si era messo in testa di spostare qui la capitale.

Il cuore della faccenda è il palazzo di Baradari, che sta in cima ad uno sperone roccioso. Per arrivarci, non solo devi percorrere sette linee di difesa e porte a tenaglia, non solo devi inginocchiarti di fronte alla statua della Madre India, non solo devi salutare stringendo la mano centinaia di bambini in gita, ma sei anche costretto a percorrere al buio una serie di temibilissimi passaggi segreti sotterranei: se all'epoca gli eventuali incursori rischiavano di ricevere un caldo benvenuto consistente in olio bollente o braci ardenti, oggi rischi una non meno spiacevole accoglienza a base di cacca di pipistrelli, di cui i cunicoli sono letteralmente infestati. Se giungi illeso nel palazzo e ti affacci dalla bianca terrazza o dall'arabeggiante porticato, potrai ammirare un bellissimo panorama sulla vallata e sulle rovine delle mura.

Il tempio di Grishneshwar si trova a metà strada tra il forte di Daulatabad e le grotte di Ellora ed è uno dei dodici templi di tutta l'India che custodiscono il radioso linga, ossia questo attributo devozionale che rappresenta il dio Shiva. Il tempio fu costruito nel Settecento sotto il patrocinio della regina Ahilyabai Holkar, la cui famiglia amava scialacquare l'ingente patrimonio in suo possesso per costruire templi in tutto il Paese. Molte leggende sono legate a questo tempio, come quella della devota Kusuma, il cui rituale (che consisteva nell'immergere lo shivalinga in una tanica d'acqua) fece resuscitare il figlio precedentemente ucciso dalla prima moglie di suo marito.

Essendo un'antica destinazione di pellegrinaggio, non ti sorprendere se, una volta tolte le scarpe e varcato l'ingresso, troverai davanti a te centinaia di persone colorate in ordinata fila a serpentina i quali, muniti di vassoi pieni di fiori e frutta, aspettano pazientemente di entrare. Dopo questa lunga attesa (durante la quale ovviamente verrai guardato insistentemente e indicato da quasi tutti i fedeli in fila), poco prima di entrare, noterai che gli uomini si tolgono la maglietta ed entrano a torso nudo. Nella stanza interna, mentre girerai intorno allo Shivalinga insieme agli altri, la cerimonia, tra incensi, fiori e banconote svolazzanti, acquisterà un'inquietante piega perché tutti cominceranno a gridare ed emettere strani versi. Uscendo dalla stanza, incontrerai la statua di Nandi, la vacca inseparabile compagna di avventure e mezzo di locomozione prediletto da Shiva.

Decidi di uscire dall'albergo per andare a cenare in un ristorante. Percorri una lunga arteria stradale al solito priva di marciapiedi, schivando imprecisate caterve di rifiuti e occasionali cadaveri di topi. Sei tirata dentro a un paio di templi arancione fosforescente o giallo banana, dove partecipi alla puja, cioè per esempio accarezzi un Ganesh e ne ricavi uno sbaffo sulla fronte e anche una doccia di acqua indù. Qualcuno ti invita pure a spartire il suo misero piatto di riso nel buio anfratto di un'edicola votiva.

Giunta sulla via della stazione, dove sono posizionati la maggior parte degli hotel e dei ristoranti, vieni attirata da un enorme tendone illuminato a giorno da plafoniere da stadio. La curiosità ti conduce all'ingresso dove vedi un gruppo di uomini in jeans che indossano un turbante rosso, donne in sari dai variopinti colori con fiori freschi intrecciati nei capelli, un cavallo bianco che procede verso l'ingresso del tendone con a cavalcioni quello che si suppone essere lo sposo. Mentre osservi il procedere degli eventi, cominci a socializzare con alcuni degli invitati. Si dà il caso che alcuni tra i parenti più stretti dello sposo ti invitino alla cerimonia. Tu ti vergogni un po' del tuo abbigliamento turistico composto da pantaloni sformati a zompafosso, gambaletti non coordinati, scarpe da trekking, borsa turistica lurida a tracolla, ma confidi nel fascino esotico che emani.

Dentro il gigantesco tendone ti accolgono dei camerieri che ti offrono un drink alla frutta e delle deliziose frittelline di verdure. Tutti ti sorridono e ti danno il benvenuto. Lo zio dello sposo ti guida in un tour tra i tavoli del buffet e ti illustra con dovizia di dettagli i vari cibi. Diciamo che trascorre quasi tutta la serata con te. La tua iniziale timidezza si dissolve man mano che procedi tra i tavoli e noti come tutti ti invitano a servirti. Dopo aver mangiato anche il dessert (uno squisito semifreddo col bastoncino al gusto crema pasticcera e cardamomo) cominci a meditare la fuga (non c'è traccia di alcolici, qui), quando vieni braccata dai fratellini della sposa e dal cognato che ti pregano di salire sul palco a fare la foto con gli sposi. Ormai il tuo pudore si è dileguato, dai la tua macchina fotografica al fotografo ufficiale che immortalerà per sempre gli elegantissimi sposi in compagnia di una turista con la tuta, i gambaletti e la lurida borsa da viaggio mentre sorride su un palco illuminato a giorno sotto ad un coreografico tendone da circo. Gli sposi ti ringraziano per aver partecipato alla festa, tu gli auguri la migliore delle vite e buon viaggio di nozze a Singapore e te ne vai tra selve di mani di invitati che vogliono stringere la tua gridando Thank you goodbye.

Racconto di viaggio "INDIA PER PRINCIPIANTI. VIAGGIO IN MAHARASHTRA, KARNATAKA E GOA" (dicembre 2013-gennaio 2014)