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  • Categoria: India

Voglio vederti danzare

Cochin, Kerala

Kerala dicembre 2010-gennaio 2011

Dopo le temperature alpine di Munnar, l'arrivo a Cochin, seppur preceduto da lunghe ore di acclimatamento in bus, inizialmente crea un certo disagio. Il tipico traffico indiano poi, tra camion troppo grandi per certe microstradine a senso unico, galline e mucche, capre, pedoni carichi di mercanzia e strombazzate continue, mi fa quasi pentire di aver lasciato gli altipiani. Ma la sensazione negativa dura poco.

Sono nel quartiere coloniale e una sintesi di secoli di storia si apparecchia di fronte a me, a partire dal simbolo della città: le reti cinesi, introdotte dai mercanti della corte del Kubla Khan. Non mancano le chiese cattoliche, che cominciarono a comparire dopo l'arrivo di Vasco da Gama, il quale — attratto come tutti dall'abbondanza delle preziosissime spezie — diede il via alla colonizzazione europea. Ai portoghesi seguirono i ben più agguerriti olandesi, che ad esempio restaurarono il Palazzo di Mattancherry (che infatti oggi si chiama "Dutch Palace") e la sinagoga, distrutta dai portoghesi. Come avrete già capito, c'è anche il quartiere ebraico, che ancora oggi rappresenta il centro del commercio delle spezie ed è un vivace emporio per turisti a caccia di pezzi di artigianato e antichità.

A Cochin si può assistere alla versione per turisti dello spettacolo tradizionale del Kathakali, una sorta di antichissimo teatro-danza a sfondo religioso, in cui vengono drammatizzati tutti i più grandi temi tratti dai grandi poemi epici hindu. Gli attori devono subire un processo di vestizione e trucco molto elaborato e hanno a disposizione un numero limitato ma precisissimo di gesti ed espressioni facciali, poco chiari per i turisti rimbambiti dal caldo e dal sonno, ma comprensibilissimi ai keralesi. Stessa storia vale per i ballerini, tanto graziosi e affascinanti: i sorrisi, i movimenti delle sopracciglia e anche del naso sono parte integrante della danza. Attori e danzatori sono accompagnati dai percussionisti, che sottolineano con ritmi ipnotici le fasi della rappresentazione. Non credo che gli artisti impazziscano di gioia a snaturare completamente una cerimonia che da sempre dura tutta la notte (e non un'ora), si tiene fuori dai templi (e non in un teatro, accanto ai negozi di souvenir) e si rivolge ad un pubblico in grado di provare vere emozioni. Anche se, di fronte ai soldi, qualcuno di loro (più uomo di mondo degli altri) se ne sarà fatta una ragione.

Appena uscita dall'albergo riposata e fresca di doccia, un'enorme comitiva di gente multicolore attira la mia attenzione. Uno dei soliti, gentilissimi indiani mi fa cenno di entrare nel giardino e poi nell'auditorium: si festeggiano i neo-sposi Sandya e Ganesh. Raffinatissime mise si affollano in questa sorta di teatrino, pieno di sedie di plastica schierate di fronte al misero e poco illuminato palchetto in fondo. Ganesh (baffo e capello con la riga lunga anni Settanta) è mestamente seduto su una poltrona di velluto, con una collana di fiori. Di fronte a lui il sacerdote traffica con fiori e unguenti misteriosi vicino a un fuocherello, mentre Sandya si allontana spesso per cambiarsi d'abito. A un certo punto spariscono entrambi: i parenti lì presenti mi spiegano che si sono recati temporaneamente al tempio, ma di aspettarli perché dopo dieci minuti sarebbe stato servito il pranzo. Nel frattempo posso bere una bibita molto molto arancione, adornarmi i capelli con fiori freschi e scambiare quattro chiacchiere con gli invitati.

Cerco di capire in che maniera siano imparentati con gli sposi («Siete dalla parte della sposa o dello sposo?») e se secondo loro la coppia funziona (tutti, per la cronaca, sono soddisfatti della scelta effettuata). La mia presenza non passa inosservata, gli invitati mi indicano tra loro, mi sorridono, mi chiedono una fotografia e mi fanno domande (ad esempio: «Sei dalla parte della sposa o dello sposo?»). Anche se in Kerala ci sono minori disparità sociali, gli abiti eleganti, la forbitezza nel parlare e l'enorme numero di invitati suggeriscono che si tratta di una coppia di casta elevata. I giovani e giovanissimi mi parlano della scuola, dove studiano il malayalam (la lingua del Kerala), l'hindi e l'inglese. Con un ritardo di più di un'ora viene servito il pranzo: centinaia di persone sono ordinatamente sedute su file interminabili di tavoli, di fronte a una foglia di banano ricoperta di riso, pollo e verdure, tutti privi di posate e con le mani unte. È solo approfittando della confusione generale che accompagna il cambio turno che riesco a defilarmi.

Girare tra le strade di Fort Cochin e Mattancherry è gravido di sorprese: i sorrisi fioriscono in bocca al venditore di limoni appoggiato al suo carretto, ai tassisti in sciopero seduti vicino al mare, ai bambini che smettono di giocare e si mettono in posa, al dignitoso ottantenne impassibile che tutti mi indicano, agli scheletrici lavoratori del magazzino di zenzero che si apre sulla strada, ai membri delle famiglie che — in piedi davanti alla porta di casa accanto ai contenitori ancora vuoti — attendono il camion dell'acqua, al negoziante col naso adunco che mi invita a dare un'occhiata ai gioielli, al venditore di statue hindu che cerca di illustrarmi le intricate vicende di Krisna e di Visnu. Al tramonto il cielo è rosa dietro alle reti cinesi, il pesce arrosto copre il profumo di zenzero, i vestiti colorati sventolano dalle bancarelle, i tuc tuc crumiri avanzano a pedali, i ristoranti hanno posizionato gli zampironi per terra, vicino ai tavoli.

Racconto di viaggio "UNA BRICIOLA DI INDIA. VACANZA AYURVEDICA IN KERALA" (dicembre 2010 - gennaio 2011)