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  • Categoria: India

Varanasi

Bella sì, ma un po' un mortorio la sera

... un popolo che usa la stessa parola per dire "ieri" e "domani", non si può dire che abbia un solido controllo sul tempo.
(Salman Rushdie, "I figli della Mezzanotte")
Il tempo passava, o forse no. Il tempo è tutto qui, a Varanasi, perciò forse il tempo non può passare. La gente va e viene, ma il tempo resta. Il tempo non è un ospite. I giorni, invece, quelli passavano, e alla fine venne il giorno, il giorno dei giorni, il giorno più carico di buoni auspici.
(Geoff Dyer, "Amore a Venezia. Morte a Varanasi") 

Sarà capitato a tutti di provare la sensazione che il tempo, man mano che si invecchia, passi molto più in fretta. A quanto pare diverse ricerche hanno appurato che questa impressione dipenda strettamente dal tasso di cambiamenti di cui facciamo esperienza.
Da bambini tutto è nuovo e il fatto che continuamente sperimentiamo e impariamo rende il tempo così denso che ci sembra passare più lentamente, poi man mano prendiamo sempre più confidenza con le cose e diventano sempre meno le novità che ci capitano nella nostra vita quotidiana.
Tranne che in viaggio. Mentre si esplorano posti nuovi sono così tante le esperienze che il tempo diventa pienissimo e due giorni ti sembrano tipo un mese, e insomma questo è l'unico modo efficace che ho trovato per illudermi di fottere il tempo, quel bastardo.

E quindi sono tornata in India per la terza volta. Quello che mi piace dell'India non è la spiritualità o la fantomatica ricerca di se stessi, quanto la tenera follia annidata ovunque. In India non ci si annoia mai e c'è sempre qualcosa di imprevedibile che attira la tua attenzione. In India guardi due tizi che stanno seduti su una pentola capovolta e si stanno spanciando dalle risate e loro ti fanno accomodare su un'altra pentola capovolta e anche tu cominci a ridere fino alle lacrime, mentre uno dei due ti spiega il motivo per cui sta spaccando una campana a martellate. In India il tempo è relativo e non hai nessuna fretta perché sei costretto ad accettare di buon grado quello che accade, pure se si tratta di aspettare per otto ore che il volo per Varanasi si decida a decollare.

Certo essere catapultati direttamente a Banaras potrebbe essere un po’ forte come impatto. Varanasi è la principale meta di pellegrinaggio dell'India perché gli induisti sono obbligati ad andarci almeno una volta nella vita, inoltre molti ci vanno da morti o almeno moribondi poiché è l'unico posto in cui gli dèi permettono agli uomini di sfuggire al saṃsāra, che sarebbe il ciclo delle reincarnazioni da cui ogni induista non vede l’ora di liberarsi, e insomma c'è sempre un discreto viavai.

E allora mi trovo a Varanasi e sono di nuovo investita dallo strepito dei clacson nelle strade affollate di pedoni, mendicanti, auto rickshaw aggrovigliati, motorini eccetera, e sono di nuovo circondata da tutte le bestie che riempiono anche le strade di Varanasi. Per esempio ci sono un sacco di cani, e sono praticamente tutti randagi (forse ci sono alcuni indiani che li tengono al guinzaglio ma io li ho visti forse una o due volte in vita mia) e a volte se ne vanno in giro a branchi, ma non li vedi quasi mai ringhiare o mostrarsi aggressivi. Una curiosità che mi è venuta sarebbe prendere un indiano e portarlo in Europa o addirittura in Giappone e vedere come reagisce quando si accorge che noi gli raccogliamo la cacca da terra e anzi alcuni li portano in giro in un passeggino per cani così non si sforzano di camminare e se piove non si bagnano, oppure se fa caldo li rinfrescano con un ventilatore da cani incorporato nel passeggino.

Poi ovviamente è pieno di vacche sacre che attraversano le strade, brucano dai cumuli di spazzatura, lasciano gigantesche frittelle di cacca ovunque e a volte si piazzano esattamente al centro delle strade, anche quelle a scorrimento veloce. Visto che le mucche non si possono macellare, quando diventano vecchie e non servono più per produrre il latte vengono abbandonate al loro destino, ma per fortuna stanno simpatiche a tutti e infatti rimediano facilmente la colazione. Poi ci sono capre, cavalli, sporadici maialini selvatici e infine città come Varanasi o Jaipur sono infestate di scimmie che così tante in altre città dell'India non ne avevo mai viste.

Anche questa volta sono venuta in India a fine dicembre, ma qui stiamo a nord del Tropico del Cancro e le temperature sono molto più basse, quindi gli odori di putrefazione tipici dell'india non si sentono e i topi o gli insetti non infestano le strade. L'altra faccia della medaglia però è che poche volte ho sofferto così tanto il freddo, infatti tra dicembre e gennaio è inverno pure qua e, anche se le temperature non scendono mai fino allo zero, il fatto è che in India i termosifoni praticamente non esistono e anche molti edifici sono privi di porte e finestre e quindi quando fa freddo fa freddo all'aperto, fa freddo in casa, fa freddo in tutti gli esercizi commerciali, insomma fa freddo 24 ore su 24 e l'unico modo per riscaldarsi è seppellirsi sotto 4 coperte.
Questo fatto dell'inverno breve in un Paese semi tropicale ha anche altre conseguenze incresciose, tipo che molti indiani non hanno i vestiti adatti e allora per esempio vanno in giro con una coperta addosso oppure le donne continuano a mettersi i loro sari o tunichine colorate di tessuti leggerissimi ma magari sotto indossano dei pantaloni del pigiama e calze con i sandali e sopra giubbotti invernali che non c'entrano proprio niente. E poi un po' ovunque vengono accesi fuocherelli di fortuna per riscaldarsi.

Sui tetti di Varanasi alle 10 di mattina fa un freddo cane e il cielo bianco abbagliante è così compatto che non passa manco un raggio di sole. Una moltitudine di scimmie saltella dall'uno all'altro, mentre sulla terrazza dove sto io ci stanno dei macachi tutti strettamente abbracciati contro il muro per riscaldarsi. Nella terrazza di fronte c'è questo ragazzo che ogni giorno chiama gli uccelli sventolando un pezzo di tessuto e poi uno stormo gli si avvicina, mangia e beve e poi va via. Lui è contento così. Dall'altra parte sul tetto c'è un gabbiotto inferriato che contiene una panchetta con un bilanciere e una cyclette e il loro proprietario si mantiene in forma cosi ogni mattina e ogni pomeriggio e, anche se non sembra dalla pancia sporgente, è molto agile e snodato quando fa gli esercizi di yoga. Nel balcone accanto un tizio gioca a cricket da solo, senza timore di perdere la pallina perché è legata alla ringhiera con un filo. Nel pomeriggio un sole pallido è riuscito a perforare la nebbia e allora tutti hanno steso i panni colorati sui parapetti e decine di piccoli aquiloni quadrati hanno preso a volteggiare a scatti nel cielo.

Intanto lungo i ghat affacciati sul Gange la giornata trascorre come sempre. I barbieri fanno la barba, i pellegrini fanno un giro in barca assediati da centinaia di gabbiani, i barcaioli propongono con insopportabile insistenza i loro boat trip, i bramini sotto gli ombrelloni ti ricoprono la fronte con delle polveri colorate cercando di estorcerti qualche rupia, i massaggiatori ti agguantano delle parti del corpo per lo stesso fine, delle mamme povere ti chiedono soldi mettendoti un biberon davanti agli occhi, dei bambini poveri ti chiedono di comprargli del latte in polvere che poi andranno a rivendere al negoziante. 
Folte comitive di pellegrini arrivano da regioni remote e rurali del paese, e sono vestiti leggeri e alcuni non hanno manco le scarpe e camminano tutti appiccicati e timorosi perché non sono proprio abituati alla città. Ci sono i jainisti che sono vestiti tutti di bianco immacolato compresi i copriorecchie di peluche e la scopetta che si portano sempre appresso e un paio di ragazze jainiste escono fuori dalla fila lunga e ordinatissima per conoscermi e praticamente obbligarmi a fare delle foto insieme al loro capo, o padre spirituale o guru ora non saprei come definirlo, fatto sta che è una persona di grande carisma. Poi ci sono i viaggiatori stranieri che sono una esigua minoranza e infine le persone normali che vengono da tutte le regioni dell'India. Qualcuno di loro si sta facendo un bagno purificatore nel fiume Ganga, nella foschia perenne di questi giorni. 

Ogni giorno puntualmente all’ora del tramonto sul Ghat Dashashwamedh si svolge un rituale di ringraziamento alla Dea Madre Ganga. Dei tizi eleganti stanno in piedi sopra un piccolo piedistallo e roteano dei candelabri o delle specie di lampade da cui esce il fumo con un sottofondo continuo e ipnotico di campanelle, mentre i fedeli in gran numero si radunano in preghiera seduti tutti intorno e questo è uno spettacolo molto suggestivo, sia guardare i performer sia la moltitudine di indiani che li guarda. 

E poi finalmente raggiungo il ghat Manikarnika, il più grande di Varanasi, che è già buio e tutta l'enorme gradinata si presenta né più né meno che come l'inferno. Qui ogni giorno vengono bruciati qualcosa come 200 o 300 cadaveri ed è ovvio che i lavori fervono senza sosta. Tonnellate di ciocchi di legna attendono di essere utilizzate e sono ammucchiate sulle barche o per terra, centinaia di persone aspettano il loro turno per lavare il loro parente nel fiume e poi sistemarlo nella pira tutto impacchettato di arancione. I barbieri intanto radono e rapano a zero il parente che avrà il privilegio di accendere il falò, usando rigorosamente un tizzone staccato dal fuoco eterno, che poi uno dei parenti per poco non mi ustionava col suo pezzo di fuoco eterno mentre scendeva le scale. Nel buio solo le fiamme delle pire crematorie fanno luce, sparse sui vari gradoni del ghat a seconda della casta a cui i morti appartenevano in vita. Anche il piano più alto è affollato, l'unico utilizzabile durante il monsone, quando il livello del fiume sale tantissimo. I parenti sono vestiti di bianco, i morti di arancione, tutto il resto sfuma nel nero in attesa che i cadaveri diventino cenere e che le ossa che non bruciano siano gettate nel fiume, ossa che andranno a fare compagnia ai corpi di lebbrosi, bambini, donne incinte ed animali che non possono essere cremati e che quindi vengono abbandonati interi nelle acque del fiume sacro. Solo la mattina dopo i lavoratori del gigantesco crematorio (tutti appartenenti alla casta degli intoccabili) andranno a recuperare l'oro che il fuoco non è riuscito a mangiarsi.