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  • Categoria: India

Gli alti e bassi del turismo indiano

Khajuraho e Agra

dicembre 2019

Mi trovo a Khajuraho, località indiana famosa per i templi con i bassorilievi erotici del kamasutra, che però non sono ancora riuscita a vedere. Il fatto è che era uscito finalmente il sole dopo quattro giorni e allora non potevo dire no a un masala chai sulla terrazza, poi c'era il problema dell'organizzazione del viaggio a Orchha e nel frattempo ho ordinato da mangiare. C'è da dire che il massaggiatore ayurvedico nella sua smania di autopubblicizzarsi si era fissato che doveva darmi un saggio dei suoi trattamenti scegliendo alcune parti del mio corpo, anche se indossavo molteplici strati di abiti e stavo pure cercando di bere il tè. Come se non bastasse, Manoji mi ha portato a vedere l'orto per dimostrare che tutti i loro prodotti sono a chilometro zero, anche se non ha usato esattamente queste parole (comunque i prodotti sono spinaci, patate, cavolfiori, limoni, papaia, pomodori eccetera). Finché sono arrivata ai templi ormai era tardi e nel frattempo si è presentato Romeo che anche lui mi voleva organizzare il viaggio a Orchha e poi tanti altri che non facevano altro che proporre qualunque cosa: vestiti cartoline visite guidate marijuana whisky tuctuc motorbike cerimonie gioielli cammelli... E purtroppo nella confusione generale ho pagato quasi 10 euro per vedere un inutile spettacolo di luci ai templi con sottofondo parlato e cantato, una specie di leggenda bollywoodiana di come sono stati costruiti i templi, che comunque erano lontani dalle sedie e i famosi bassorilievi erotici non si vedevano. E faceva così freddo e lo spettacolo era così insulso che me ne sono andata prima. Quando sono arrivata all'hotel tutti i tizi che ci lavorano stavano seduti nel cortile a scaldarsi intorno al braciere ed erano tutti d'accordo con me che quello spettacolo era insulso.

Questi giovanotti che si riscaldano col braciere sono tanti e lavorano tutti in qualche modo nell'hotel. Il loro salario se non ho capito male non supera gli ottanta euro mensili e io lo so benissimo che sono una privilegiata che posso comprare un volo per New Delhi mentre loro non possono comprarne uno per Roma. Dunque è abbastanza logico che devo spendere più di loro per comprare la stessa cosa, anche perché ho appena speso circa dieci euro, ossia un ottavo del loro stipendio, per guardare uno spettacolo totalmente inutile.
La maggior parte di loro proviene da qualche villaggio nei paraggi, ha studiato poco e niente e parla un inglese approssimativo. Uno però studia all'università e parla inglese molto meglio e mi dice che anche lui ha viaggiato, ha viaggiato in tantissimi posti dell'India perché il treno costa poco, ma non il treno che prendo io. Questo treno che costa poco a me non lo consiglia proprio perché dovrei stare schiacciata come una sardina per quanto è affollato e poi devo tenermi abbracciato il mio bagaglio se non voglio che mi venga sottratto.

Per effettuare i lunghi spostamenti via terra in India, è notoriamente sconsigliabile affittare un'auto e l'opzione più comoda (e anche più costosa, ma sempre commisurata ai bassi standard di prezzi indiani) resta sempre quella di prendere una macchina con autista.
Sulla perizia dello stesso, bisogna affidarsi alla fortuna, o a scelta al ricco pantheon di divinità locali. Anche fuori dalle grandi città infatti il traffico può essere caotico: prima di tutto, le strette corsie di molte strade interurbane sono affollate da lentissimi camion stracarichi, e più o meno tutti gli autisti si dedicano a sorpassi banditeschi. Il concetto di karma tanto in voga tra gli induisti non depone a favore della prudenza: Se tutto è già stato deciso in alto − è più o meno ciò che pensa un guidatore indiano tipo − cosa cambia se effettuo questo sorpasso criminale oppure no?
Poi c'è un'ulteriore complicazione: i dossi artificiali. Questi veri e propri muretti teoricamente dovrebbero servire a ridurre la velocità media, ma nella pratica le cose vanno diversamente: l'uomo al volante corre lo stesso, ma in prossimità del dosso frena, più o meno bruscamente a seconda di quanto tempo prima se ne accorge. 
Nel tempo molte strade indiane sono diventate a pedaggio e sono disseminate di caselli generalmente antidiluviani che, minimo ogni ora, estorcono l'equivalente di circa un euro. Uno si immagina che con questi prezzi esosi ci si trovi quanto meno a percorrere una specie di autostrada, ma purtroppo ciò non corrisponde alla realtà visto che spesso e volentieri mucche, pedoni e altri eventuali esseri viventi attraversano la strada non perfettamente asfaltata e priva di barriere o guard rail.
Insomma, non è un caso se l'India consolida con orgoglio il record mondiale di incidenti mortali, battendo addirittura la Cina. In casi estremi, è opportuno rivolgersi al dio Ganesh o Hanuman d'ordinanza che staziona sul cruscotto.

Comunque, per assistere alle assurdità della guida indiana non è detto che si debba stare su un mezzo: si può verificare, con meno ansia, anche camminando a piedi. Ad esempio bisogna osservare con molta attenzione i passaggi a livello oppure le strettoie: tutti i mezzi di locomozione (auto, camion, moto, biciclette, tre ruote ecc.) si accatasteranno creando una nuvola nera di fumo puzzolente, assordante di clacson impazziti. Se poi quelle strade o ponti prevedono − Dio non voglia! − il senso unico alternato, i vigili fischieranno a lungo per far capire che adesso tocca a quelli che vengono da destra: nessuno li degnerà della benché minima attenzione, e anche quelli di sinistra passeranno come se niente fosse. Peccato che poi, com'è ovvio, prenderà corpo un ingorgo inestricabile, dal quale tutti impiegheranno diverse decine di minuti per venir fuori.

Per spostarmi da Khajuraho mi presentano questo driver che deve tornare ad Agra in serata. Per lunghi tratti percorriamo con esasperante lentezza un'infame pista che corre parallela alla nuova strada in costruzione, dunque la prevista sosta ad Orchha salta per motivi di tempo. Nonostante le lunghe mezz'ore di snervante contrattazione, Rajiv, ossia l'uomo baffuto al volante, per una vettura con autista per una settimana in Rajasthan mi chiede una cifra spropositata, e d’altra parte anche il “passaggio” odierno non è regalato, senza contare la mancia e i consigli non certo disinteressati di hotel e ristorante. Siccome però ho sempre il problema di raggiungere Jaipur, il giorno dopo sono costretta ad accettare i servigi di un amico di Rajiv (da cui quest'ultimo si prende naturalmente un’ulteriore percentuale), uno strano figuro con occhiali Rayban e capelli impomatati, il quale − dopo esserci scambiati il numero − comincia a mandarmi sue foto vestito da marajah.

A dire la verità io il Taj Mahal, una delle non so quante meraviglie del mondo, avevo deciso di evitarlo, anche perché anni fa avevo visitato il mini Taj Mahal di Aurangabad che in effetti non era tanto piccolo. Poi si sa come sono queste località dove hanno sede delle meraviglie mondiali e niente altro, tanto più se sono in India, attirano tanta marmaglia speranzosa di approfittare delle briciole del business e le strade si riempiono di procacciatori, venditori di souvenir e ingegnosi turlupinatori. Che poi uno fa fatica a immaginare che intorno al famoso bianchissimo splendente complesso del Taj Mahal ci sia il solito troiaio indiano di clacson, spazzatura, sputi di pan, venditori di cose fritte, mercatini improvvisati al buio, scimmie, mucche, cani. Comunque anche se non tanto ci volevo andare, poi visto che invece che a Orchha ero stata trasportata ad Agra, va bene l’anticonformismo ma fino a un certo punto.
In ogni caso, per la cronaca, se sei straniero il biglietto ti costa intorno ai diciannove euro, se sei indiano circa tre euro. Nel biglietto sono inclusi i copriscarpe ecologici per entrare nel mausoleo e una bottiglietta d'acqua per affrontare il gran caldo, che però oggi non c'è, infatti il 31 dicembre alle 8 di mattina c'erano 3 gradi e il cielo era bianco sporco e devo dire la verità mi era piaciuto di più il mini Taj Mahal di Aurangabad che era dotato di cielo azzurro e che poi tanto mini non mi era sembrato.