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  • Categoria: India

Da leccarsi i baffi

Rajasthan

gennaio 2020

Un europeo interrogato al suo ritorno dalle Indie, non esita e risponde: "Ho visto Madras, ho visto questo, ho visto quello!" E invece no, egli è stato visto molto più di quanto non abbia visto. 
(Henri Michaux, "Un barbaro in Asia")

Il 2020 inizia puntualmente a mezzanotte mentre me ne sto su una terrazza di Jaipur a ballare musica dance indiana. A dire il vero mi ero già rassegnata ad andare a letto presto poiché in India non lo festeggiano tanto l'ultimo dell'anno, ma poi mentre stavo giù in strada a fumare ho sentito chiaramente della musica ad alto volume provenire dall'alto, allora mi sono consultata con un venditore di verdure che mi ha detto che c'era un party. L'ingresso costava 1500 rupie, che poi sarebbe una discreta somma, per fortuna lui era amico del receptionist così mi ha accompagnato all'ingresso e me lo ha presentato. Ed ecco come mai mi sono ritrovata su questa bella terrazza a sentire il concerto e poi addirittura a ballare su una pedana. E comunque non saprò mai se era vero che l'ingresso costava l'equivalente di quasi venti euro.

Jaipur, se cammini nel centro storico, non fai fatica a capire perché la chiamano la città rosa. Il Palazzo dei venti sarebbe la prima meta della giornata ma ci metto un sacco di tempo ad arrivarci perché lungo la strada ci sono un'infinità di negozi, commercianti che attaccano bottone, imprevisti cortili scrostati, scimmie che fanno i dispetti e poi incontro Sharik che è piuttosto figo con i capelli lunghi, la barba nera, gli occhi iraniani e le mani piene di anelli. Sharik mi aggancia con una parlantina da consumato attore, parla un po' italiano, un po' spagnolo e soprattutto portoghese perché a quanto pare è di casa a Rio de Janeiro, dove tra le altre cose fa l'insegnante di yoga. Il suo vero lavoro sarebbe vendere gioielli in un negozio lì vicino, di proprietà della sua famiglia da generazioni, ma siccome capisce ben presto che non riuscirà mai a convincermi ad acquistare nessun costoso monile, mi porta sul terrazzo a vedere la città dall'alto. In primo piano svetta proprio il famoso palazzo dei venti, che si chiama ufficialmente Hawa Mahal, e che poi sarebbe una facciata di cinque piani, realizzata in arenaria color salmone, con più di novecento piccole finestre che dovevano consentire alle signore reali di osservare la strada senza essere viste, ma anche a far circolare un flusso di aria fresca molto gradito in questa città in genere così calda.

Il sole splende e le temperature sono lievemente più miti, così con l'umore risollevato, dopo aver salutato Sharik, mi dirigo verso il City Palace. Anche in questo caso tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Una decina di minuti li spendo in una via popolare tra capre vestite, bambini stracciati e giovanotti in moto con cui chiacchierare. Poi proprio quando sarebbe ora di pranzo, come per magia si presenta un classico imbucamento indiano. Questa volta non si tratta di un matrimonio, a cui ho già partecipato due volte in India, ma di un pranzo in un tempio. Ci sono eleganti camerieri in livrea che servono vassoi dorati e li riempiono di tutta una serie di squisite polpette fritte e mestolate di intingoli caldi intinte in secchi di metallo, di diversi livelli di piccantezza, il tutto servito su questi microtavolini rasoterra ricoperti di tessuto. Il cortile del tempio è addobbato con palloncini e ghirlande di fiori e tutti sono gentilissimi con me e la cosa più fantastica (dopo la presenza dei gelatini kulfy) è stato scoprire che il cibo era stato preventivamente benedetto. Insomma l'anno inizia sotto i migliori auspici.
Finalmente sono arrivata al City Palace, che sarebbe un complesso di palazzi monumentali, un tempo sede del maharaja. Il palazzo del Chandra Mahal ospita un museo, ma in buona parte è tuttora una residenza reale e si può visitare pagando l'equivalente di cinquanta euro, che sembrano tanti ma poi non lo sembrano tanto se si pensa che si può avere il privilegio di incontrare la discendente del maharaja in persona e poi nel biglietto è incluso il tè. Visitando la vasta schiera di cortili, giardini ed edifici si incontrano tanti maggiordomi con bellissimi baffi i quali si fanno fotografare con i turisti ma poi vogliono i soldi. 

Il paradiso delle spezie è situato nel budello rumoroso del centro storico di Jodhpur. Sulla strada da un lato si apre il classico negozietto bancarellato che vende prodotti di drogheria e legumi e cereali a peso, accanto si entra nel locale vero e proprio che poi è anche l'ingresso dell'abitazione. Fino a 15 anni fa qui nella città indaco non c'erano tanti hotel ristoranti e negozi per turisti, mentre oggi ad esempio questo commerciante propone anche lezioni di cucina. Nel nostro caso ha deciso di insegnarci a preparare il masala chai, ossia versa in un pentolino mezzo litro di latte in busta, poi due cucchiaini di tè e infine mezzo cucchiaino di masala che sarebbe una miscela di cardamomo, cannella, pepe eccetera. La mistura va fatta bollire 5 volte e poi filtrata prima di essere versata nelle tazze. Mentre mette lo zucchero nel chai il tizio afferma che è la prima volta in 47 anni di vita che a Jodhpur la temperatura scende a 4 gradi.
In casa oltre all'anziana madre (che ha 88 anni e campeggia seduta su una brandina al centro del locale) e alla moglie (che ora è fuori città per commissioni) ci abita anche la famiglia di uno dei suoi fratelli. Il nipote quattordicenne è appena tornato dal doposcuola, infatti frequenta una scuola privata molto severa e poiché stava incontrando alcune difficoltà gli hanno caldamente raccomandato di avvalersi di lezioni private pomeridiane. Il sistema scolastico pubblico a detta di tutti fa schifo, infatti i professori nella maggior parte dei casi sono più interessati al generoso stipendio, cioè al posto fisso, piuttosto che alla formazione delle giovani menti indiane.
Comunque alla fine il masala e il tè nonostante l'accattivante dimostrazione non li ho comprati perché si sarebbero aggiunti agli altri ettogrammi di tè caffè e spezie comprati negli ultimi anni in vari paesi del mondo e mai usati.

Il forte di Jodhpur è uno dei monumenti più belli di tutto il Rajasthan. Torreggia imponente su un massiccio roccioso dello stesso colore rosso bruciato e fa da corona al disordinato ammasso di case che costituiscono il centro storico di Jodhpur. All'interno dei suoi confini ci sono diversi bellissimi palazzi, bar, ristoranti, templi e un museo dove sono esposti cimeli storici come palanchini reali, sedili da elefanti, dipinti, armi, armature, turbanti eccetera. Un tempo dai suoi parapetti si poteva osservare un bel panorama sulla città, ma purtroppo oggi l'accesso all'area dei bastioni è limitato a causa di un selfie fatale avvenuto nel 2016. Bisogna sapere che l'India detiene il record mondiale di "killfie", ossia di persone morte perché stavano in posa davanti a un treno in arrivo, su una barca che si è rovesciata, sul ciglio di un burrone, sulla sponda di un fiume oppure nei paraggi di animali selvaggi o incendi. Per questo le istituzioni hanno dovuto istituire delle aree dove i selfie sono proibiti e infatti, in corrispondenza delle attrazioni turistiche, sono stati posizionati cartelli che vietano o scoraggiano la pratica.

In India i turisti stranieri provano facilmente l'ebbrezza di sentirsi una celebrità perché prima o poi qualcuno sicuramente gli chiederà con voce emozionata di scattare una foto insieme. La faccenda potrebbe rubare poco tempo solo nel caso in cui decidano di fare una foto di gruppo, altrimenti il turista deve stare in posa a lungo, per dare il tempo a ognuno di loro di avere la sua foto personale. I più timidi fotografano facendo finta di inquadrare il paesaggio, i più ingegnosi si fanno un selfie con lo straniero sullo sfondo, i più inquietanti gli mettono il proprio neonato in braccio prima di scattare.
L'entusiasmo e l'emozione sincera che provano gli indiani nei confronti degli stranieri sono quasi imbarazzanti ma la cosa curiosa è che, nonostante questa evidente ammirazione, poi per il resto loro continuano a vestirsi con i loro sari e i loro pajama kurta e le loro sciarpine e i loro parei quadrettati, e continuano a ballare i loro balli, e leggersi i loro autori di letteratura, e guardarsi beatamente i loro film, senza mostrare quella permeabilità all'influenza culturale occidentale che si può vedere in altri Paesi.

È giunto infine il momento di compiere un’escursione nei dintorni di Jodhpur per conoscere un pezzettino di deserto e magari qualche villaggio della comunità Bishnoi. Questi seguaci di Vishnu sono famosi per il loro ambientalismo, infatti gli è vietato uccidere animali, abbattere alberi e usare la legna per le pire (ecco perché, a differenza degli hindu, seppelliscono i morti). E questi sono solo alcuni dei 29 precetti che sono tenuti a seguire e che hanno come fine la protezione della natura.
Per compiere questa gita, che mi avrebbe portato anche ad Osian e al suo famoso Mata Temple, il manager della bella residenza storica dove alloggio nel centro di Jodhpur mi propone un pacchetto piuttosto esoso. Se in cambio avessi avuto un servizio efficiente, avrei anche sorvolato sulla richiesta economica, ma così non è stato. Intanto un sacco di tempo lo abbiamo passato con le mani in mano nel cortile sabbioso dell’abitazione del losco figuro che si spacciava per organizzatore di gite e che stava sempre al telefono senza degnarmi di attenzione. Poi mi hanno condotta in una miserrima abitazione dove ho dovuto guardare con finta ammirazione un rudimentale telaio in azione, che sicuramente non viene usato da decenni, a giudicare da quanto il mezzo tappeto era scolorito dal sole. Il laboratorio di ceramica non è stato possibile vederlo perché, non si è capito chi, era morto proprio quel giorno. Il panorama che mi è stato venduto come imperdibile non era altro che una duna poco elevata, dove si sono materializzati due bambini che hanno canticchiato una canzoncina pretendendo dei soldi che non gli ho dato. In merito al fantomatico villaggio Bishnoi, poi, a parte che era solo una casa e non un villaggio, gli uomini non indossavano turbanti bianchi, le donne non vestivano di rosso, né portavano la dupatta con il bordo verde, non c’era traccia dei tanti animali che pascolano liberamente e ovviamente non sono stata accolta dalla cerimonia dell’oppio rituale. Devo solo capire se gli occhi truccati della bambina e l’anello al naso della nonna facevano parte della messinscena oppure erano originali. In pratica, a parte il tempio di Osian, l’unica iniziativa interessante di tutta la giornata è stata la visita ad una scuola, che comunque è avvenuta solo perché gliel’ho proposto io.
Ma non è finita qui: la mia richiesta era di non tornare a Jodhpur, bensì proseguire in direzione Jaisalmer, dove avrei trascorso la notte. No problem. Secondo quell’incompetente del manager, l’autista mi avrebbe lasciato a Phalodi dove avrei facilmente trovato un autobus diretto a Jaisalmer. In realtà, raggiunta la stazione degli autobus di Phalodi ho scoperto che di autobus per Jaisalmer non ce ne stavano proprio, e meno male che l’autista non se ne era andato. È seguita una non molto simpatica conversazione telefonica con il manager, il quale - a quanto pare - ha obbligato l’autista ad accompagnarmi alla mia destinazione, costringendolo tra l’altro a dormire fuori e tutto questo probabilmente senza dargli una rupia in più rispetto a quanto pattuito tra di loro.

Jaisalmer è la città più occidentale del Rajasthan, oltre la quale si estende il deserto del Thar fino al confine con il Pakistan. La cosiddetta città dorata, tutta realizzata in pietra arenaria, è la mia ultima tappa prima di tornare a Delhi. La zona più suggestiva dove alloggiare è il centro storico, rinchiuso dentro le mura del forte, anche se i meravigliosi palazzi antichi non sono propriamente un sinonimo di comfort, soprattutto in questa stagione così fredda.
Per qualche insondabile ragione la maggioranza dei ristoranti qui presenti vanta un menu italo-indiano; in uno di questi consumo la cena a base di spaghetti al pomodoro e origano. Il titolare è un imponente e distinto signore, naturalmente munito di baffi, che si mette a mia disposizione per qualunque cosa di cui potrei avere bisogno: treni, aerei, auto, guide ecc. Quando gli spiego la mia diffidenza raccontandogli la spiacevole esperienza che mi è toccata a Jodhpur, dove mi hanno organizzato una gita costosissima, inutile e logisticamente difettosa, lui annuisce comprensivo.
Il mio nuovo amico, oltre a conoscere perfettamente la storia e la cultura del Rajasthan, sa leggere la mano, ma non devo preoccuparmi: mi dirà soltanto cose positive e utili ad affrontare meglio la vita. Quindi con la mia mano nella sua prova a lungo a trovare un punto debole, tenta col lavoro, con l'amore, con la salute ma niente. Allora la butta sul sesso, forse sperando che io gli racconti qualche dettaglio piccante, o addirittura che gli confessi che sto cercando un maschione rajastano baffuto proprio a Jaisalmer. Quando comincia a parlare degli effetti positivi delle gemme (alcune delle quali incastonate nei suoi molti anelli) purtroppo sono costretta a confessargli che non credo affatto al loro potere e anzi non nutro alcun interesse nei confronti dei gioielli in generale. E insomma ci è voluta una buona oretta e mezza ma alla fine ho capito dove voleva andare a parare.

Molti indiani si arrangiano come possono e riescono ad essere piuttosto scaltri nelle loro piccole truffe ai danni dei turisti, ma sono pur sempre asiatici, dunque raramente hanno quell'atteggiamento selvaggio che potrebbero avere chessò gli italiani o i brasiliani. Al massimo possono estorcerti un po' di rupie più del dovuto per l'affitto di un auto con conducente o per una cena al ristorante da loro consigliato, oppure riescono a convincerti a fare una donazione o beneficenza inesistente o ad acquistare appunto gioielli, tappeti, oggetti di finto marmo o altro, ma a quanto pare le vittime principali non siamo noi turisti occidentali, bensì gli indiani non residenti. Costoro, mi è stato raccontato, quando tornano nella loro terra natia sono così inebriati dal loro status di ricchi, che di fronte a qualunque cifra non battono ciglio e anzi preferiscono comprare l'oggetto che costa di più pure se vale di meno.

I treni ce li hanno portati gli inglesi, dice il padrone di casa seduto su un gradino nel gelido atrio del meraviglioso palazzo di famiglia. Anche lui è intabarrato in una sciarpa alla maniera indiana, che gira intorno al mento e viene poi allacciata sulla cima della testa, che sembra che abbiano tutti il mal di denti. E poi sopra si è messo pure un cappello di peluche. Le strade ce le hanno portate gli inglesi, aggiunge. Il governo, la democrazia, le coltivazioni di tè, gli ospedali, le scuole, in pratica la civiltà ce l'hanno portata gli inglesi e se non fosse per loro adesso saremmo ancora una società primitiva. Certo gli inglesi queste cose ce le hanno portate molto tempo fa e oggi a volte sono anacronistiche, ma o prendere o lasciare. Terminata la lettura dei giornali, prepara la sua personale ricetta del masala chai (che lui fa solo con zenzero, pepe e cardamomo) e resta in canottiera per lavarsi e farsi la barba al lavandino che sta nell'atrio.

Essendo il mio programma di viaggio abbastanza improvvisato, non avevo acquistato in anticipo il volo interno da Jaisalmer a New Delhi; all’ultimo momento dunque i prezzi erano schizzati alle stelle e l’unica opzione a buon mercato per tornare nella capitale - se non volevo farmi dissanguare da un ennesimo autista - rimaneva il treno. In realtà, pur essendo il mio terzo viaggio in India, non avevo mai preso un treno indiano ed ero curiosa di fare questa nuova esperienza. Poiché le carrozze dotate di riscaldamento erano tutte prenotate, sono stata costretta ad acquistare un biglietto per la carrozza “no AC”, dotata di ventilatori che nella stagione in questione non erano di alcuna utilità. Come mi è stato consigliato, prima della partenza sono andata a comprare una coperta pesante ma economica e qualcosa da mangiare, anche se poi di occasioni per comprare del cibo ce ne stavano quante ne volevi, anche perché su 19 ore di viaggio circa la metà del tempo il treno sta fermo, specialmente nelle stazioni.
Queste cuccette non sono dotate di cuscino ma risultano mediamente comode, la coperta ha una sua indubbia utilità anche perché le porte rimangono spalancate tutto il tempo. La postazione “upper bed” inoltre è strategica perché ti consente di osservare dall’alto tutto ciò che avviene nella carrozza, senza che nessuno ti utilizzi come scalino o peggio ancora si sieda su una parte del tuo letto. Quello che avviene nel treno è comunque che la gente sale e scende, qualcuno gioca a carte, qualcuno si mette subito a dormire, qualcuno mangia, molti scendono appena il treno si ferma e come me alla fine passano più tempo fuori dal treno che dentro.

In ogni caso, non c'è paragone con il terrificante autobus notturno che avevo preso nell’India del Sud. I cosiddetti sleeper seats, in luogo del sonno ristoratore promesso dal nome, consistevano in una sorta di letto a castello "matrimoniale", dotato di materassini plasticosi sottilissimi e privo di cuscino e coperte, da spartire con un occasionale compagno di viaggio (che poteva pure rivelarsi un mastodontico occidentale di cento chili per un metro e novanta di altezza, oppure una mamma con bambino di 3 anni che ne dimostrava 9). Inoltre sin dalle 6 di sera il bus era completamente buio, gli ammortizzatori erano sfondati e così sdraiata nel loculo era impossibile guardare fuori.