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  • Categoria: Indonesia

L'isola dell'amore in tutto e per tutto

Penisola di Bukit, Bali

Bali luglio 2015

Bali, l'isola dell'amore in tutto e per tutto. Infatti ci vanno solo gli australiani che fanno surf, in quanto, mancando il rif, ci sono delle onde che tritano, alte dieci metri e profonde centocinquanta chilometri.
[Andrea Pazienza, "Sotto il cielo del Brasil"]

Dopo cinque notti a Ubud, decido di trasferirmi nella parte occidentale della Penisola di Bukit, all'estremo sud dell'isola, dove sorge l'Uluwatu temple, celebre per il suo tramonto a picco sul mare. Per percorrere i 35 chilometri fino a Kuta in minibus ci impieghiamo un'ora e mezza di traffico. Da lì l'unico modo per arrivare a Pecatu è il taxi, che per aggirare la congestione improponibile di Kuta deve fare il giro largo, passando sul ponte della nuova strada a pedaggio. In camera mi aspetta un asciugamani a forma di cigno ricoperto di ibiscus rossi: la luna di miele con me stessa continua.

Sono nella semibuia terrazza della guest house di Pecatu, insieme a dei surfisti in canottiera pieni di tatuaggi e a due ragazze perbene sedute con le loro gonnelline sui divani sfondati. La musica lounge in sottofondo si mescola con i lamentosi canti accompagnati dalla musica ipnotica del gamelan, che provengono dal villaggio. Ci ho provato ad entrare nel tempio, ma all'ingresso un addetto alla security vestito di nero, a guardia del grande traffico di donne con i cesti in testa, mi ha proibito fermamente di entrare (potevo stare sulla soglia e anche fare quante foto volevo). Nel frattempo, dall'altra parte della strada, c'erano degli uomini che mi facevano segno al di sopra di un muro di recinzione. Forse mi ero un po' illusa di essere finita dentro un antico mondo di mille anni fa in questi giorni, ma quando sono entrata nel recinto sono rimasta stupita nel vedere una quindicina di uomini (seppur vestiti con camicia bianca, sarong e mini turbantino) seduti a fare fuori una cassa di birre Bintang, fumando sigarette ai chiodi di garofano. Ho accettato la birra e ho intavolato una animata ma rilassata conversazione con loro. «We are all a family» mi hanno informata. «E le donne?» «Temple». Qualcuno più alticcio faceva battute a doppio senso, altri mi mostravano gli anelli che ornavano le mani. «Alle dieci inizieranno le danze, ma non con i vestiti belli come negli spettacoli per i turisti.» Poi si sono messi a giocare a spirit, un gioco di carte che hanno provato inutilmente a insegnarmi.

Dato che la mia carta Maestro non ha mai funzionato qui in Indonesia, l'unico modo che avevo per prelevare contanti era la Visa. Bene, l'altro ieri l'ho dimenticata in un ATM di Ubud. Per fortuna posso pagare gli hotel e i ristoranti con l'altra carta di credito, ma per tutte le spese in contanti devo fare affidamento soltanto sui pochi spiccioli che mi sono rimasti.

Non potendomi permettere il lusso di un taxi, oggi sono stata costretta ad esplorare la zona completamente a piedi − rinunciando a luoghi troppo lontani come l'incantevole mezzaluna di sabbia bianca di Jimbaran, la selvaggia striscia di spiaggia orlata di palme di Balangan e il magnifico paesaggio di scogliere e boschi di Bingin. Mentre camminavo sul bordo della strada che portava a Padang Padang, dunque, non si capisce quanti taxi e ojet hanno rallentato per chiedermi se avessi bisogno di un passaggio, e quante volte gli ho risposto jalan-jalan (ossia che preferivo camminare).

A un certo punto sono inciampata grattugiandomi un ginocchio sulla brecciolina. Ora, la protagonista del libro “Mangia prega ama” (interpretata nel film omonimo da Julia Roberts) grazie a uno sbrego sulla gamba svolta completamente. L'ingenua americana infatti non solo entra in contatto con la saggia guaritrice Wayan (che le cura la ferita grazie a impacchi e beveraggi miracolosi tipici della tradizione curativa balinese), ma conosce il brasiliano tormentato ma allo stesso tempo dolce (interpretato da Javier Bardem), che le aveva procurato la ferita investendola con la sua jeep, grazie al quale pone fine alla sua pluriennale astinenza sessuale. Insomma, quella caduta dà un senso a tutto il suo viaggio di un anno, senza di essa non ci sarebbe stata né la crescita interiore né tanto meno il libro e poi il film. Che poi, bastava che avesse conosciuto il brasiliano a New York, e non avrebbe avuto proprio necessità di andare a Roma a strafogarsi di pasta né dalla santona indiana a lavare i pavimenti dell'ashram. Ma non divaghiamo. Io, invece di ricorrere a una curatrice tradizionale, sono entrata nel primo ristorante che ho trovato, mi sono fatta prestare del disinfettante e ho ripreso a camminare come se niente fosse. Ecco perché non ho conosciuto nessun commerciante brasiliano (o surfista australiano), né ho compiuto alcun progresso nella mia crescita spirituale.

Risolto così facilmente il piccolo incidente, la giornata è andata avanti secondo il programma. La spiaggia di Padang Padang, raccolta in una graziosa insenatura, era davvero misera e minuscola, nonché intasata di gente. Qui, compromettendo la pronta guarigione della ferita, non ho resistito alla tentazione di un piccolo bagnetto rinfrescante. Ho proseguito dunque verso Uluwatu, che è il nome con cui si indica tutto il tratto di costa sud-occidentale. Le spettacolari scogliere (o break) sono state colonizzate da una nutrita serie di negozietti per surfisti, bar e hotel con piscine, collegati attraverso un sistema di scalette (luoghi in alcuni casi accessibili soltanto ai clienti). Dai vari punti panoramici ho ammirato le onde paurose che fanno gola solo ai surfisti, mentre la spiaggia qui praticamente non esiste: non è altro che la parte finale della grotta, quella più esposta alle onde.

L'ultima tappa, nonché attrazione "da non perdere" e motivo principale per cui sono venuta quaggiù, è il tempio di Uluwatu. Solo quando sono entrata nel sito, ho scoperto che il tempio vero e proprio è un edificio microscopico (dentro al quale non si può nemmeno entrare) arroccato in bilico sulla sommità dell'altissima scogliera, e che si viene qua solo per il fantastico paesaggio. Tutti noi turisti − ridicolmente  abbigliati con il sarong viola che ci avevano dato all'ingresso − eravamo lì a percorrere avanti e indietro i sentieri che costeggiano il crepaccio, tra fiori fucsia e piante succulente, ammirando le pareti a picco e lo spettacolo del mare pieno di schiuma. I più ardimentosi si facevano fotografare sull'orlo del precipizio e solo i più fortunati hanno incontrato le scimmie. Ora, qui si viene apposta per il tramonto, ma il problema del tramonto è che subito dopo inizia l'imbrunire. E poiché io dovevo ancora camminare per sette chilometri prima di arrivare alla guest house, e non avevo nessuna intenzione di percorrerli al buio, sono stata costretta ad andarmene PRIMA − incrociando tra l'altro la marea umana che a bordo di mezzi a due e quattro ruote tentava di entrare nel sito per ammirare il tanto sospirato tramonto che io, probabilmente, non vedrò mai.

L'ultima sera che trascorro a Pecatu, dopo aver ricomposto in un battibaleno un bagaglio organizzato per l'indomani, scendo a mangiare nella sala comune e finalmente conosco Jay, il proprietario della guest house. Personaggio effervescente, capelli lunghi unti e sorriso aperto, già alla terza o quarta birra, mi accoglie calorosamente e mi presenta un giovane cinese seduto al suo tavolo.

Jay gli stava chiedendo consigli di marketing: «Tu sei intelligente. Io vorrei imparare da te i segreti del business che stai studiando al tuo master di Ginevra.» Al che Clark ha cominciato a snocciolare cifre e a entrare nel tecnico. «Ma tu devi imparare da me... Look at these guys», lo interrompe Jay indicando gli australiani, europei, brasiliani spaparanzati sui divani a ridere e bere birra. «Il loro unico pensiero è: come posso guadagnare i soldi per pagarmi le prossime vacanze? Impara da loro. Perché dopo che hai fatto tanti soldi, ti sei comprato la macchina, la casa, la barca, poi cosa fai? Vuoi un'altra casa, un'altra macchina, un'altra barca, ma non sei felice. Sei stressato. La notte non dormi.» «Infatti!» annuisce il cinese muovendo la testa su e giù spasmodicamente. «Io la notte non riesco a dormire, penso penso penso senza mai riuscire a rilassarmi. Penso come avere successo. Come diventare una persona ricca e importante.» Clark è qui da alcuni giorni per uno stage e ancora non è mai uscito da Pecatu. Nel frattempo, i ragazzi si stanno organizzando per andare a una festa e Jay gli propone di accompagnarli; il cinese accampa un mal di testa ma gli promette che la domenica sarebbero andati insieme in spiaggia. Shanghai e Ginevra hanno creato un mix micidiale nella testa del povero Clark, chissà se sei mesi a Bali potranno regalargli un po' di balance.

Il giorno dopo, all'aeroporto di Doha raggiungo il gate da dove sarebbe partito di lì a poco il mio volo per Roma. Guardandomi in giro, sono certa di aver sbagliato: solitamente, quando sta per partire un volo per l'Italia, un buon numero di viaggiatori in attesa sono italiani, e invece qui sono quasi tutti cinesi. Mi viene in mente quello che aveva detto Clark: «Prima delle Olimpiadi di Pechino, nessun cinese immaginava che dopo così poco tempo avrebbe potuto viaggiare liberamente. Nemmeno lontanamente! È incredibile quello che è successo. Appena si sono chiuse le Olimpiadi, è stato in quel momento che abbiamo capito che sarebbe successo. Ce l'abbiamo fatta.» E poi ripenso a quello che mi ha detto Jay, dal suo osservatorio privilegiato di proprietario di due negozi di souvenir a Kuta, la città più turistica di Bali: «Sai quali sono i popoli più in crisi? Gli italiani e i giapponesi. Prima ne vedevi tanti di italiani e compravano. Tanto. Ora poco o niente. E invece è pieno di cinesi. Ogni anno sono sempre più numerosi.»

Racconto di viaggio "JALAN-JALAN. PER LE STRADE DELL'INDONESIA" (luglio 2015)