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IL VIAGGIO È UN GRANDE MAESTRO (Nepal)

Mi si potrà obiettare che questi piccoli aneddoti riguardano solo la mia umile persona e non presentano alcun interesse per il pubblico. Ma se qualcuno dovesse accarezzare un progetto di viaggio in queste contrade lontane, può darsi che il racconto delle mie modeste avventure non gli sia del tutto inutile… Il viaggio è un grande maestro; chi si sposta senza nulla apprendere può con buona ragione esser definito un asino.
[ Niccolò Mannucci, "Storia do Mogor" ]

La prima volta che sono andata in Asia non ho scelto la mia meta in base a profonde motivazioni spirituali, né in base alle condizioni climatiche, ma per puro caso. Visitare il Nepal nel periodo dei monsoni infatti non è stata propriamente una furbata: non soltanto gli acquazzoni frequentemente mi hanno infradiciata, ma ho dovuto affrontare spiacevoli conseguenze come frane disastrose, strade chiuse, sentieri infestati di sanguisughe e cieli perennemente nuvolosi.

Ciononostante, il viaggio è stata una rivelazione: sono entrata per la prima volta in contatto con la religione induista e buddista, dunque con cibi, abbigliamento, riti completamente nuovi, ma anche con la miseria; ho visto svariate risaie a perdita d'occhio, molte mucche in mezzo alla strada e imponenti montagne; ho conosciuto un popolo cordiale, ospitale e dall'aspetto molto fanciullesco (l'unico loro difetto è che sputano in continuazione, facendo un sacco di rumore); è stata inoltre l'occasione per provare questo sport faticoso che si chiama trekking.

Io sono partita totalmente impreparata. Ignoravo nomi e altezze delle montagne più prestigiose dell'Himalaya. Non sapevo che il Nepal fosse la culla del buddismo. Mi era sconosciuto il passato fricchettone di Katmandu e mi ha stupito scoprire che la città si adagiava in una valle più verde e brillante della valle degli orti. Nessuno mi aveva detto che avrei visitato caterve di templi a pagoda. Non avevo previsto che la colonna sonora delle mie peregrinazioni sarebbe stata il noto mantra tibetano "On mane padme on". Infine non mi sarei mai aspettata che l'obiettivo principale del viaggio sarebbe stato riuscire a intravedere delle montagne innevate (seppur le più elevate della Terra), sottoponendomi a torturanti quanto spesso infruttuose sudate.

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A Katmandu non c'eri tu

Per giungere a Katmandu non esistono voli diretti dall'Italia, dunque abbiamo fatto due scali: uno in Germania, l'altro a Doha, dove abbiamo trascorso la notte in uno sciccoso hotel fornitoci dalla compagnia aerea. Nonostante il clima non propriamente temperato (40 gradi e 100 % di umidità), ne ho approfittato per farmi affascinare dagli elegantissimi abitanti con le loro tuniche bianche e le kefiah e dalle costruzioni kitsch che spuntavano nel deserto,

All'aeroporto di Katmandu ho dimostrato di essere subito entrata nel mood giusto: il bagaglio non è arrivato e io ho accettato l'accaduto con una stupefacente e rassegnata passività, come se tutto ciò fosse inevitabilmente scritto nel mio karma, anche indossare la stessa canottiera rossa per giorni. Alla fine abbiamo preso le redini della situazione (c'erano due paia di essenziali scarpe da trekking negli zaini mai arrivati), che gli amici nepalesi, con la loro proverbiale alacrità, avrebbero sbloccato forse per Natale, e siamo andati di persona a smuovere le acque all'aeroporto di Katmandu e negli uffici della Qatar Airways, riuscendo alfine a scovare le nostre valigie temporaneamente in gita a Bangkok.

L'impatto con la città è stato delirante. Se piove, le strade — tutte buche e non asfaltate — sono nella maggioranza dei casi un pantano fangoso in cui i piedi sguazzano allegramente, se non piove l'aria è pregna di una quantità di polvere e smog impressionante. Senza ordine apparente sono attraversate tutto il giorno da persone, auto giapponesi scassate, risciò, biciclette, autobus, camion indiani agghindati, motorette, apecar, polli, galline, capre, vitelli, mucche e cani malati. Il concetto di marciapiede non è stato ancora introdotto e perciò ogni mezzo di locomozione che ne è dotato suona il clacson incessantemente per togliersi davanti bipedi e quadrupedi. Pare che i primi semafori, solo su poche strade che possiamo con eufemismo definire "tangenziali", risalgano allo scorso aprile. La cosa positiva è però che, qualunque cosa accada nelle strade, sembra che a nessuno gliene freghi niente.

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Alloggiamo per vari giorni nei pressi della rotonda di CHETRAPATI, a sud di Thamel. Dopo il primo tè al latte (l'onnipresente chai), ci siamo incamminati nel fango, tra negozi di magliette ricamate, internet cafè e bancarelle di cibo di varie fogge che friggeva, fino a DURBAR SQUARE, la Piazza del Palazzo. I turisti devono pagare un biglietto per entrare, ma ormai il sole stava calando e ci hanno fatto entrare gratis. Si profila il temibile venditore di balsamo di tigre, personaggio onnipresente di cui è impossibile liberarsi perché, quando si rende conto che proprio non ne vuoi sapere del balsamo di tigre, tira fuori le tremende statuette degli elefanti (mamma con due figli) o di Buddha. In questa splendida piazza, che in realtà è un agglomerato di più piazze vere e proprie, ho ammirato un'esagerazione di templi molto curiosi e perfino il TEMPIO DELLA KUMARI, la leggendaria Dea Vivente.

Abbiamo cenato dunque in uno dei migliori ristoranti di Katmandu, sito in una casa tradizionale newari, con spettacolo di danze e costumi tipici. La cena nepalese non è stata un granché, ma ci hanno ammazzato di grappa nepali al punto che stavo quasi per intrecciare una relazione piccante con il cameriere, che dimostrava tredici anni come tutti gli altri.

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Il primo contatto con la religiosità nepalese è avvenuto all'alba, quando ci siamo recati al tempio buddhista di SWAYAMBHUNATH, detto anche (per ovvi motivi) "tempio delle scimmie". Il tempio si trova in cima a una collina che, secondo una leggenda, un tempo era un'isola all'interno del lago che c'era al posto dell'attuale valle di Katmandu. Lo abbiamo raggiunto a piedi, salutando gli abitanti che si lavavano i denti in mezzo alla strada. Siamo saliti dunque sulla grande scalinata piena di statue, incolonnati e pigiati tra tutti i pellegrini, fino alla sommità.

Giunti in alto, circondati da un intenso odore di incensi bruciati, ceri di burro di yak e fiori, siamo andati praticamente a sbattere contro lo stupa centrale. Questo tipico monumento buddista è costituito da una cupola bianca sormontata da un parallelepipedo dorato, sul quale sono dipinti gli occhi onniveggenti del Buddha e un punto interrogativo a mo' di naso, che sarebbe l'uno nepalese (simbolo di unità); in cima vi è un ombrello dorato che rappresenta il nirvana, a cui si può accedere soltanto dopo aver superato 13 stadi di perfezione, rappresentati dagli scalini digradanti che formano una specie di cappello a piramide.

Intorno agli stupa bisogna girare in senso orario; il mantra "on mani padme on" è riportato sulle ruote della preghiera, che si fanno girare accarezzandole con la mano, e sulle bandiere della preghiera, colorate e sventolanti. Del complesso fanno parte anche il gompa (un monastero tibetano buddista), due templi bianchi in stile shikhara, il tempio a pagoda di Hariti (la dea hindu del vaiolo), statue ed immagini sia buddiste che hindu, a testimonianza di come le due religioni in questo Paese convivano in maniera spesso indistinguibile, cosicché le credenze dei due culti sono strettamente intrecciate e spesso gli dei sono affiancati o addirittura sono gli stessi, con nomi diversi.

Il tempio è pieno come un uovo di pellegrini perché è la festa di Janai Purnima, durante la quale gli uomini delle caste più elevate indossano un nuovo janai, che sarebbero i tre cordoni che si portano sulla spalla sinistra e legati sotto il braccio destro, a simboleggiare il corpo, la facoltà di parola e la mente. Questi pacifici sacerdoti legano al polso dei visitatori un simbolico cordino giallo detto raksha bandhan: ho saputo che bisogna tenerlo almeno una settimana perché faccia effetto (anche se a me è durato tre mesi prima di autodistruggersi).

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L'altra ubriacatura di spiritualità è avvenuta al tempio di PAHUPATINATH, uno dei più importanti di tutto il subcontinente tra quelli dedicati a Shiva. Poiché nel tempio possono entrare solo gli hindu, ci siamo consolati assistendo alle cremazioni. Sui ghat, piattaforme allestite sul fiume Bagmati, abbiamo visto allestire la pira e poi collocare il cadavere avvolto in una stoffa; dopo la combustione, le ceneri sono state spazzate nel fiume. L'odore di carne bruciata e il fumo denso mi hanno colpito i sensi mettendomi un po' a disagio. Non ci sono altri turisti: solo qualche sadhu, un monaco buddista e due giovani mano nella mano che fissano per 10 minuti il mio orologio.

La cena è stata consumata in un ristorante vegetariano in compagnia di una famigliola di topolini, in zona THAMEL, il quartiere più turistico e fitto di locali, negozi e ristoranti. Passeggiare per Katmandu dopo le 11 di sera mi ha regalato un fascino inconsueto: illuminazione inesistente e nessuna anima viva, eccetto spettrali pagode e sagome di mucche placidamente a passeggio.

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Una valle, molte vacche e alcune valigie

Questa piccola vallata fertile, incastonata tra enormi catene montuose e abitata da circa un milione di persone, è la culla della civiltà nepalese, abitata dai discendenti dei Newar, una popolazione dalle origini misteriose. Il loro periodo di massimo splendore risale al XVII secolo durante il regno dei Malla, quando la valle era suddivisa in città-stato acerrime nemiche tra loro e i commerci erano molto fiorenti. Poi il re di Gorkha unificò il Nepal e la lingua nepali sostituì il newari come lingua ufficiale. I nepalesi, come abbiamo verificato, continuano a mantenere vive le loro tradizioni: sono molto legati alla terra per il loro sostentamento e ai templi per i loro culti.

Numerosi interessanti posticini ci aspettano, sparsi nella valle: a DAKSHINKALI, famosa per i sacrifici animali in onore della dea Kali compiuti ogni martedì e sabato, siamo arrivati troppo tardi, quando stavano già lavando via il sangue; a CHOBAR abbiamo visto la gola che secondo la leggenda fu creata da un colpo di spada di Manjushri, che servì a far defluire le acque e a trasformare il lago di Katmandu nell'omonima valle (questo immenso taglio lo abbiamo ammirato dal ponticello sospeso, costruito in Scozia a inizio Novecento); il gompa di GORAKHNATH, dietro PHARPING, ci ha accolto con un verde paesaggio rasserenante; infine abbiamo visitato KIRTIPUR, una cittadina isolata e specializzata nella tessitura, ricca di templi e guide-bambine.

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Ma il pezzo forte è stata BAKTAPUR, una delle più belle città del Nepal. La fortuna è stata capitarci in occasione del Gai Jatra, la festa delle vacche, dedicata ai defunti (i Newar credono che siano le vacche a condurre i morti dal dio degli inferi). Per le strade sfilano sia mucche vere sia persone mascherate da mucche, ma anche un mucchio di gente che porta dei pali addobbati con le foto dei defunti recenti. Molti sfoggiano stravaganti costumi ed eseguono una danza con dei bastoni. Questo carnevale non si capiva bene cosa c'entrasse con le vacche, però poi ho letto che derivava da un episodio accaduto nel 1600 quando, per combattere la tristezza della regina alla quale era appena morto un figlio, il re promise una ricompensa a chiunque fosse riuscito a farle tornare il sorriso sulle labbra: da allora questa festa è stata caratterizzata da danze, divertimenti e costumi bizzarri.

Sono andata a pranzo con Tana, una sua amica, il figlioletto di pochi mesi e due loro amiche. Il bimbo ha il kajal sugli occhi per proteggerli dall'inquinamento e dal sole, gli orecchini d'oro e dei bracciali rigidi ai polsi e alle caviglie, tradizionalmente regalati dalla nonna paterna. Abbiamo mangiato i momo, ravioli al vapore ripieni di carne di bufalo molto speziati e piccanti, tipici della cucina tibetana. Abbiamo raggiunto dunque gli amici che pranzavano su una terrazza affacciata sulla splendida Durbar Square (dove Bertolucci ha girato alcune scene del film "Il piccolo Buddha"), e all'improvviso tutti sono entrati nel tunnel delle sciarpe di pashmina che io non ho ancora capito bene che cosa sarebbe.

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Per la notte abbiamo raggiunto NAGARKOT, la Ponte di Legno del Nepal, cittadina in posizione strategica la cui attrattiva consiste nel fatto che la mattina all'alba si può ammirare in dimensione panoramica la catena dell'Himalaya. Ci siamo arrampicati tra anse profonde a bordo di un autobus davvero poco rassicurante. Il panorama della valle si è aperto, stupendo, ma non abbiamo avuto tempo per goderne: siamo obbligati a riscendere a Katmandu per recuperare le valigie all'aeroporto. Il ritorno a Nagarkot, in un finto taxi alle 10 di sera, è meglio scordarselo (puzza di cherosene, calore infernale sprigionato da non so quale parte dell'auto e fondatissima paura di precipitare nel dirupo).

La mattina dopo alle 5 e 30, ancora intontita dalle 18 birre bevute il giorno prima, mi hanno svegliata per vedere l'Himalaya (abbiamo già detto che era lo scopo principale di tutto il viaggio): ho aperto gli occhi e la finestra enorme conteneva già lo spettacolo. Ci hanno detto con orgoglio che siamo stati fortunatissimi a poter ammirare la maestosa e innevata catena senza nuvole in quella infausta stagione, sia pure per un'oretta soltanto (poco più tardi la valle era già tutta avvolta in un vaporoso nuvolone).

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Lasciata Nagarkot, abbiamo visitato il tempio di CHANGU NARAYAN, dedicato a Vishnu (una meravigliosa espressione di arte hindu inclusa nel patrimonio mondiale dell'Unesco), e quindi abbiamo raggiunto THIMI, per assistere alla lavorazione della ceramica, cotta sotto grossi cumuli di paglia. Abbiamo visitato anche una scuola: il preside è davvero entusiasta della nostra visita, il suo inglese è leggermente approssimativo ma i grandi sorrisi e le energiche strette di mano suppliscono al linguaggio verbale; gli alunni ci tempestano di domande in inglese. Ho scoperto che la scuola in Nepal non è obbligatoria, comincia alle 10 e termina alle 4 e tutti indossano delle divise: camicia cravatta gonnellina a pieghe o bermuda. Inutile dire che l'analfabetismo tocca cifre elevatissime.

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E salirò e salirò...

Tin Tin: «Ah, la montagna, com'è bella!... E poi quest'aria vivace e leggera, un po' frizzante... Dovresti venire con me, almeno una volta...»
Capitano Haddock: «Io??? Non è per me... La montagna, come paesaggio, non mi preoccupa troppo... ma ostinarsi a salire su un mucchio di pietre, è troppo per me!... Soprattutto se pensiamo che poi bisogna sempre riscendere. Allora a che serve, ti chiedo... Senza contare che si rischia sempre di rompersi le ossa!... Non si vede altro sui giornali: dramma della montagna di qua, dramma della montagna di là!... No, le montagne, per quanto mi riguarda, si possono sopprimere... Si impedirebbe, d'altronde, che gli aerei vadano regolarmente a schiantarsi contro una o l'altra cima...»
[ Hergé, "Tin Tin in Tibet" ]

Dopo qualche giorno, partiamo per Pokhara, dove ci aspettano eventi più grandi di noi. Prima però siamo attesi per un rafting nel fiume Trisuli, che di solito è calmo come una tavola, ma durante i famosi monsoni è un po' più movimentato. Niente di pericoloso comunque, nonostante il capo barca continui a terrorizzarci dicendo che se non avessimo eseguito bene i comandi avremmo rischiato di cadere, bere molta acqua e morire ("drink lot of water and easily die"). Ci danno giubbotti e caschetti che puzzano terribilmente di sudore e umidità, ci guardiamo ridendo istericamente e sudando copiosamente nelle stesse zone dell'attrezzatura precedentemente sudate da tutti quelli che ci hanno preceduto. A quel punto non ci possiamo più tirare indietro. In realtà il fiume è  davvero calmo e in qualche momento lo stato di trance in cui sono entrata potrebbe essere tranquillamente scambiato per noia.

Il viaggio prosegue in pullman. Una frana ci obbliga a scendere tutti, armi e bagagli, percorrere qualche centinaio di metri a piedi e risalire su un altro autobus che ci aspetta dall'altra parte. Trascorriamo la serata a POKHARA, punto di partenza per i trekking e le scalate, fornita di negozi di attrezzatura e di un bel lago dove — non nel periodo dei monsoni — si possono fare piacevoli gite in barca. In questa stagione, ovviamente, piove sempre.

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Comincia l'avventura in montagna: sudate, salite, pietre scivolose, pioggia battente, sanguisughe, sale e autan, abiti sempre bagnati, nuvole, cascate, rapide, liane, caprette, merde giganti, tea-time, frittelle, zuppe, tamburi, infradito, giovani accompagnatori sempre sorridenti, muscoli indolenziti, imprecazioni, cadute e lividi. Dormiamo nei lodge, stanzette a due letti, con cessi alla turca e docce troppo calde o troppo fredde, giochiamo a carte, beviamo birra, chi legge, chi scrive, chi si massaggia col balsamo di tigre. I pranzi lungo la strada sono congegnati in questa maniera: i turisti si spogliano delle magliette bagnate, controllano i morsi di sanguisughe e disinfettano le ferite, i cosiddetti sherpa cucinano, offrono loro il succo di mango e poi si mangia, quasi sempre il dhal (zuppa di lenticchie). Al primo pranzo c'è il venditore tibetano che si è sciroppato le due ore di trekking con noi per poi esporci la mercanzia mentre aspettiamo che sia pronto.

Raggiungiamo i 3000 metri circa in un itinerario circolare che ci ha riportato dopo 4 giorni al punto di partenza, dopo aver toccato BIRETHANTI, TIKHEDUNGA, GHOREPANI e GHANDRUK. A Ghorepani, dopo la notte più fredda, più alcolica, più riscaldata dalla grande stufa e allietata dai tamburi, ci svegliano perché una ragazza olandese nel lodge a fianco è in fin di vita: cercano − senza esito − un cellulare che abbia campo. Purtroppo al mattino apprendiamo che la ragazza non ce l'ha fatta: salta il trekking a Poon Hill per ammirare l’alba e lo stato d'animo il giorno dopo rende più difficile accettare la salita, la pioggia, le migliaia di sanguisughe che vogliono salire da tutte le parti, le pietre scivolose e i lividi.

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Al ritorno a Pokhara, il sognatissimo programma "pinito-tlekking" contempla doccia, vestiti asciutti, un'ora di godurioso massaggio ayurvedico, bistecca, innumerevoli birre e biliardo. Infine apprendiamo che la strada per il Chitwan Park e quella per Katmandu sono impercorribili causa frana epocale: praticamente un cataclisma, dobbiamo tornare al più presto in aereo e affrettarci, se no avrebbero chiuso anche l'aeroporto. Docili come agnellini partiamo il giorno dopo con un piccolo aereo da 20 posti della "Yeti Airlines" (una garanzia di affidabilità) e torniamo a Katmandu.

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A spasso con Buddha

Come se nulla fosse, riprendono i tour nella valle verde: attraverso una strada panoramica tra le risaie raggiungiamo i villaggi newari di BUNGAMATI e KHOKANA, dove le donne si lavano i capelli alla fontana e i bambini partecipano a una gara di alfabeto. Dopo una sosta al centro dei rifugiati tibetani di JAWLAKHEL, impegnati nella realizzazione di tappeti, raggiungiamo la "città della bellezza": PATAN, seconda per estensione solo a Katmandu. In Durbar Square, la piazza rettangolare costellata da una serie infinita di templi in stili uno diverso dall'altro, ammiriamo lunghissime colonne colorate di persone eleganti cariche di offerte per gli dei (anche qui è giorno di festa). Visitiamo il tempio d'oro, un monastero buddista molto antico i cui guardiani sono dei leoni (di pietra) all'ingresso e delle tartarughe (vere) dentro il cortile, e il tempio di Kumbeshwar, uno dei tre a cinque piani di tutta la valle.

Torniamo a BAKTAPUR, che possiamo così visitare senza il caos della festa. Questa volta la visita non si svolge tra balli, canti e bastoni rotanti, possiamo così ammirare i ritmi quotidiani e l'atmosfera medievale della città. Ceniamo in un ristorante situato in un tempio accanto a quello di Natyapola, il più alto di tutto il Nepal con i suoi 5 piani che svettano in lontananza al di sopra dei tetti della città. La sera l'illuminazione è scarsa e spettrali appaiono le figure di uomini che passano il tempo sui gradini dei templi e che eseguono per tutta la notte i riti nel tempio vicino all'hotel (è l'anniversario della nascita di Krishna). La mattina seguente il benvenuto al nuovo giorno ce lo dà l'Himalaya, ben visibile dalla stanza della colazione.

L'ultima gita organizzata ci ha portato prima a DHULIKEL per un ennesimo trekking nella speranza frustrata di vedere l'Himalaya, poi nella cittadina di PANAUTI. Arrivata a questo punto, sia di montagne, sia di templi induisti a pagoda ne ho abbastanza.

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Ho deciso di non unirmi al gruppo diretto al parco di Chitwan e, finalmente, sono andata a visitare BOUDHANATH, il più grande stupa buddista del Nepal: il posto più bello, luminoso, colorato e pacifico, con quel fantastico cielo azzurro pieno di nuvolette leggere bianchissime. È il centro religioso della comunità tibetana, in maggioranza profughi da pochi anni, che lì intorno hanno negozietti di artigianato. Sono entrata anche in un paio di gompa dove ho assistito alle funzioni religiose sottolineate dall'uso di gong e campane.

Sono tornata sulla strada principale per cercare di raggiungere in taxi il parco di Gokarna, dove c'è una zona boschiva ancora intatta. Ed è qui che casca l'asino: l'ignoranza dei tassisti, che conoscono solo 3 parole di inglese ma non ammetterebbero mai di non conoscere la strada, mi fa girare a vuoto, ammirare anche il tempio di GOKARNA MAHADEV e il villaggio newari dall'auto, e poi tornare al punto di partenza senza aver cavato un ragno dal buco.

A 15 km da Katmandu c'è BOUDHALIKANTA, dove riposa la statua di Vishnu, sdraiata in un laghetto sulle spire di un serpente. È permesso l'ingresso nel recinto del tempio soltanto agli hindu, che si recano continuamente a omaggiare il dio, bagnandosi la testa nell'acqua del laghetto. Ai re del Nepal invece è proibito contemplare questa statua, visto che loro stessi sono considerati una delle reincarnazioni di Vishnu. Una copia ridotta della statua si trova nel PARCO MAHENDRA DI BALAJU: il giardino non è un granché (per colpa degli inetti giardinieri, rifersce la "Lonely Planet") ma è comunque un posto tranquillo, con una piscina, dei tempietti e delle fontane. I re del Nepal possono venire tranquillamente qui per contemplare la statua senza incorrere in catastrofi.

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Where the streets have no name

Da brava turista italiana giro per i negozi di THAMEL, dove è facile perdersi poiché è un quartiere in cui le strade non hanno nome (come d'altra parte cantavano gli U2). Mentre osservo degli orecchini esposti in vetrina, un gioielliere baffuto mi ha proposto di trafugare in Italia (in quanto turista e dunque insospettabile) sue pietre preziose del valore di 3000 dollari, che poi gli avrei dovuto consegnare a Venezia, previa fotocopia del mio passaporto. Per il favore lui mi avrebbe pagato 3000 dollari: quando gli ho chiesto ingenuamente quale fosse la sua convenienza nel promettermi una somma così elevata, il negoziante, stupito, non ha fatto altro che abbassare l'ammontare della cifra. Ovviamente, come sempre mi capita, ho scoperto che tale truffa è una delle più diffuse nel Paese e infatti c'è scritta anche nel capitolo "Pericoli e contrattempi" della Lonely Planet. Pare che, nella fase successiva alla mia adesione, il gioielliere mi avrebbe chiesto una caparra e avrei poi scoperto che i gioielli non erano di gran valore.

In hotel si medita sul terrazzo, si bevono numerosi aperitivi, si chiacchiera con i vari ospiti, tra cui un gruppettino appena tornato dal Tibet e dei fiorentini che giustamente sono venuti fino a Katmandu per distruggersi con le canne. La cena di fine viaggio offerta dal nostro agente turistico è stata interpretata dal gruppo come una vendetta a lungo meditata: un locale buio e sordido, con triste palco su cui si esibivano giovani uomini e donne in tremendi balletti, alternando la tradizione alla fascinazione per le mode occidentali, in un risultato piuttosto kitsch.

L'ultimo giorno l'imperativo è dare fondo alle rupie entro le 17, per cui ci siamo dispersi in un battibaleno a caccia di maschere, camicette, cd, poster, magliette ricamate, ciondoli, collane, zainetti, pantaloni, pashmine, copriletti, tende (cercando, è ovvio, di riuscire a contenerli nei borsoni appena acquistati per l'occasione). Tutti − per la cronaca − vi sono riusciti egregiamente.

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Post scriptum (2010)

Proprio pochi giorni dopo il nostro ritorno, ripresero in Nepal gli scontri tra il governo e i ribelli maoisti: turisti scortati dall'esercito, scioperi, coprifuoco, bombe che esplodevano in piena Katmandu, guerriglia in montagna, a poche settimane dal fallimento delle trattative di pace tra il governo e i guerriglieri comunisti. Il re Gyanendra — che allora era al potere da due anni, dopo il massacro dell'ex re suo fratello e di tutta la sua famiglia — stava affrontando una fase delicata della lotta per il controllo del paese. All'epoca mi domandai come sarebbe andata a finire.

Be', successe che due anni dopo, nel 2005, Gyanendra si allargò un po' troppo, licenziando addirittura il governo, ma siccome il popolo non si mostrò molto conciliante, egli decise di trattare con i maoisti, con i quali nel 2006 raggiunse un accordo per una Costituzione provvisoria. In quel periodo fu proclamata la laicità dello Stato (il Nepal era l'unico Stato al mondo ad adottare l'Induismo come religione ufficiale) e fu eletta un'Assemblea Costituente, in seguito alla quale, alla fine del 2007, dopo 240 anni di Monarchia fu proclamata la Repubblica. Infine, le elezioni del 2008 sancirono la vittoria del partito maoista.

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