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  • Categoria: Nepal

E salirò e salirò...

Alle pendici dell'Annapurna

agosto 2003

Tin Tin: «Ah, la montagna, com'è bella!... E poi quest'aria vivace e leggera, un po' frizzante... Dovresti venire con me, almeno una volta...»
Capitano Haddock: «Io??? Non è per me... La montagna, come paesaggio, non mi preoccupa troppo... ma ostinarsi a salire su un mucchio di pietre, è troppo per me!... Soprattutto se pensiamo che poi bisogna sempre riscendere. Allora a che serve, ti chiedo... Senza contare che si rischia sempre di rompersi le ossa!... Non si vede altro sui giornali: dramma della montagna di qua, dramma della montagna di là!... No, le montagne, per quanto mi riguarda, si possono sopprimere... Si impedirebbe, d'altronde, che gli aerei vadano regolarmente a schiantarsi contro una o l'altra cima...»
[ Hergé, "Tintin in Tibet" ]

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Prima di arrivare a Pokhara, dove ci aspettano eventi più grandi di noi, siamo attesi per un rafting nel fiume Trisuli, che di solito è calmo come una tavola, ma durante i famosi monsoni è un po' più movimentato. Niente di pericoloso comunque, nonostante il capobarca continui a terrorizzarci dicendo che se non avessimo eseguito bene i comandi avremmo rischiato di cadere, bere molta acqua e morire ("drink lot of water and easily die"). Ci danno giubbotti e caschetti che puzzano terribilmente di sudore e umidità, ci guardiamo ridendo istericamente e sudando copiosamente nelle stesse zone dell'attrezzatura precedentemente sudate da tutti quelli che ci hanno preceduto. A quel punto non ci possiamo più tirare indietro. In realtà il fiume è davvero calmo e in qualche momento lo stato di trance in cui sono entrata potrebbe essere tranquillamente scambiato per noia.

Il viaggio prosegue in pullman. Una frana ci obbliga a scendere tutti con i rispettivi bagagli, percorrere qualche centinaio di metri a piedi e risalire su un altro autobus che ci aspetta dall'altra parte. Trascorriamo la serata a Pokhara, punto di partenza per i trekking e le scalate, fornita di negozi di attrezzatura e di un bel lago dove — non nel periodo dei monsoni — si possono fare piacevoli gite in barca. In questa stagione, ovviamente, piove sempre.

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Comincia l'avventura in montagna: sudate, salite, pietre scivolose, pioggia battente, sanguisughe, sale e autan, abiti sempre bagnati, nuvole, cascate, rapide, liane, caprette, merde giganti, tea-time, frittelle, zuppe, tamburi, infradito, giovani accompagnatori sempre sorridenti, muscoli indolenziti, imprecazioni, cadute e lividi. Si dorme nei lodge, stanzette a due letti, con cessi alla turca e docce troppo calde o troppo fredde, si gioca a carte, si beve birra, chi legge, chi scrive, chi si massaggia col balsamo di tigre. Durante le soste per il pranzo i turisti si spogliano delle magliette bagnate, si tolgono le scarpe e controllano quante sanguisughe stanno succhiando il sangue dai loro piedi, quindi le ammazzano e disinfettano le ferite. Intanto i cosiddetti sherpa cucinano, offrono loro il succo di mango e poi si mangia, quasi sempre il dahl (zuppa di lenticchie). Venditori tibetani si sciroppano il trekking per poi esporre la mercanzia nei momenti di relax.

Raggiungiamo i 3000 metri circa in un itinerario circolare che ci ha riportato dopo 4 giorni al punto di partenza, dopo aver toccato Birethanti, Tikhedhunga, Ghorepani e Ghandruk. A Ghorepani, dopo la notte più fredda, più alcolica, più riscaldata dalla grande stufa e allietata dai tamburi, ci svegliano perché una ragazza olandese nel lodge a fianco è in fin di vita: cercano − senza esito − un cellulare che abbia campo. Purtroppo al mattino apprendiamo che la ragazza non ce l'ha fatta: salta il trekking a Poon Hill per ammirare l’alba e lo stato d'animo il giorno dopo rende più difficile accettare la salita, la pioggia, le migliaia di sanguisughe che vogliono salire da tutte le parti, le pietre scivolose e i lividi.

Al ritorno a Pokhara, il sognatissimo programma "pinito-tlekking" contempla doccia, vestiti asciutti, un'ora di godurioso massaggio ayurvedico, bistecca, innumerevoli birre e biliardo. Infine apprendiamo che la strada per il Chitwan Park e quella per Kathmandu sono impercorribili causa frana epocale: praticamente un cataclisma, dobbiamo tornare al più presto in aereo e affrettarci, altrimenti avrebbero chiuso anche l'aeroporto. Docili come agnellini partiamo il giorno dopo con un piccolo aereo da 20 posti della "Yeti Airlines" (una garanzia di affidabilità) e torniamo a Kathmandu.

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Racconto di viaggio "IL VIAGGIO È UN GRANDE MAESTRO. SOTTO I MONSONI DEL NEPAL" (agosto 2003)