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  • Categoria: Thailandia

"The Beach"

Ko Samui

Thailandia luglio 2009

Quel che mi è sempre piaciuto del buddhismo è la sua tolleranza, l'assenza del peccato, la mancanza di quel peso sordo che noi occidentali, invece, ci portiamo sempre dietro e che è in fondo la colla della nostra civiltà: il senso di colpa. Nei paesi buddhisti niente è mai terribilmente riprovevole, nessuno ti rinfaccia mai qualcosa, nessuno ti fa mai una predica o cerca di darti una lezione. Per questo sono paesi piacevolissimi e fanno sentire a loro agio tanti giovani viaggiatori occidentali, in cerca appunto di libertà.
[Tiziano Terzani, "Un indovino mi disse"]

Anch'io come Leonardo DiCaprio nel film "The Beach" programmo di fuggire immediatamente da Bangkok alla volta delle isole del Golfo del Siam ‒ benché nessun tossicomane pazzo mi avesse lasciato attaccata alla porta una mappa per raggiungerle, ricamandoci sopra tutta una storia leggendaria che non sta in piedi, come succede nel film. Leo decide di andarci prendendo un treno notturno diretto a Surat Thani e portandosi appresso una coppia di francesi ‒ cosa inconcepibile nella realtà, ovviamente a meno che non sei un figo biondo con cui la flessuosa e sensuale fidanzatina francese vuole andare a letto.

Io invece opto per una soluzione di viaggio ancora più facile e a buon mercato, che vendono in qualunque agenzia squinternata e si chiama “joint ticket” (biglietto combinato bus e traghetto). Questa usanza tipica della Thailandia consiste nel raggruppare un plotone di giovani occidentali con zaino sulle spalle, appiccicare ad ognuno un adesivo sul petto che dirà all'universo mondo dove sta andando e comandarli con dei modi piuttosto sbrigativi, come se fossero bambini in colonia. Non è raro che le tradizioni locali prevedano anche la narcosi dei suddetti saccopelisti e la conseguente rapina durante la notte in bus (com'è accaduto a persone che ho conosciuto).

Durante l'attesa mattutina al porto di Surat Thani, una ragazza ceca che è in viaggio da 6 mesi ‒ probabilmente illanguidita dalla romantica alba che abbiamo ammirato insieme ‒ mi propone di dividere la camera con lei a Ko Phangan, ma visto che non ho il suo stesso budget pidocchioso non mi faccio corrompere e raggiungo Ko Samui in tarda mattina, accompagnata dai delfini saltellanti.
L'autista del pulmino vuole sapere a tutti i costi dove sarei andata a dormire; purtroppo, dopo la terza volta che gli dico di lasciarmi a Lamai beach che poi me la sarei vista io, sono costretta ad infrangere le note regole di civile rispetto thailandese che consigliano di non perdere mai la pazienza e non alzare la voce. Pranzo tra anziani occidentali con gli occhi a cuoricino che guardano la loro dolcissima giovanissima compagna, osservo i travestiti che giocano a pallavolo, mi addormento tra le mani della massaggiatrice vicino al mare: così trascorre il placido pomeriggio.

La sera Lamai city è un mortorio, così vado a cena in un ristorante thai dove rimango diverse ore insieme ad una coppia di inglesi alcolizzati. Poiché è il compleanno di Dan, il padrone del ristorante, a una cert'ora arrivano tutti gli amici e si mangia e soprattutto si beve in allegra compagnia. Joe, panettiere tedesco che vive a Bristol da 52 anni, e sua moglie Lala, matta come un cavallo, tornano ogni anno in quest'isola per cui manifestano un entusiasmo immotivato, mentre nella loro tristissima città albionica a quest'ora sono tutti chiusi in casa o al massimo in un pub dove il tenore delle battute lascia molto a desiderare. Certo che la vita quotidiana per due esseri umani che si sono sposati vestiti da Teletubbies non deve essere semplice, considero tra me e me all'alba mentre faccio ritorno verso la mia capanna.

Al mattino la proprietaria dell'agenzia si reca personalmente da me per accertarsi che mi prelevino per l'escursione prenotata. È una trentenne chiacchierona e allegra, ma con sbalzi d'umore terrificanti; il suo problema è che vuole un bambino, ma purtroppo è single e dunque cerca alacremente un boyfriend. Le andrebbe bene anche un fidanzato straniero e infatti nel passato ha già avuto una relazione con un italiano, con il quale ha visitato Napoli e Parigi, ma poi si sono lasciati.

Il pick-up che viene a prendermi è già occupato da quattro italiani che parlano incessantemente dei ristoranti dove hanno mangiato sorprendenti quantità di pesce spendendo solo venti euro (io per mangiare ho speso al massimo due euro). Per un'incomprensibile ragione, mi aggrego al loro gruppo capitanato da Enzo, un italiano residente a Ko Samui da più di quindici anni, che lavora con un'agenzia viaggi, collabora con la trasmissione di Licia Colò e a tempo perso fa l'ammaestratore di cobra.
Ci fermiamo per uno snorkeling sulla “migliore barriera corallina della zona” con pesciolini “numerosissimi e non timidi”, come spiega il dépliant, che praticamente bussano alla maschera. E io non posso non chiedermi, se questa è la migliore, come devono essere le peggiori. L'isola di fronte, Ko Tan, è invece legata ad una curiosa storia di cani morti a causa degli ultrasuoni emessi dai pipistrelli.

La seconda tappa è l'isola di Ko Mudsum. Attracchiamo su questa spiaggia che in effetti avrebbe tutte le caratteristiche della famosa “spiaggia” del film omonimo, la quale però, tecnicamente, secondo l'autore del libro dovrebbe essere ubicata dentro al Parco Nazionale Marino di Ang Thong (che è una gita che non ho fatto perché ci volevano un casino di ore di barca). Invece il film lo hanno girato a Maya Bay, sull'isola di Phi Phi Leh, parco nazionale situato nel Mare delle Andamane, che oltre alla spiaggiosità e al mare turchese-verde, ha tutta una serie di faraglioni di fronte che lo rendono un po' più intimo e morboso, in linea con le situazioni tipo “Isola dei famosi” ma più estreme che si svolgono nel film.

A differenza del film, qui nessuno di noi manifesta l'intenzione di allungare a dismisura la permanenza − forse perché non abbiamo scoperto maestose piantagioni di marijuana all'interno dell'isola. Anzi, i connazionali a mollo nell'acqua bollente non riescono a capacitarsi del fatto che un italiano di Riva del Garda viva in Thailandia da quindici anni e abbia del tutto rinunciato allo sci.

Lamai Beach al tramonto è incantevole e anche il mare perfetto per un ultimo bagnetto. Mi sdraio su uno di quei materassini con il cuscino triangolare di cui sono dotati i bar sulla spiaggia, ma i silenziosi e implacabili mosquitos arrivano a frotte e, mentre si comincia a preparare la magica atmosfera della sera, vado a rifugiarmi nella mia casetta di legno.

La sera decido di approfondire la conoscenza dei go-go bar, che la sera prima erano chiusi a causa del Buddha Day, durante il quale non si beve e non si fa festa (e questa era la ragione del mortorio). Ce ne sono decine tutti vicini, c'è un bancone in legno e un paio di pali di metallo dove queste minuscole ragazzine fanno finta di essere eccitanti per questi panzoni che bevono la birra, finché una qualche ragazza gli si avvicina e chiacchierano tutta la sera, oppure continuano per la notte, oppure addirittura per una settimana o due.

Durante la gita Enzo mi aveva fatto un quadretto piuttosto squallido dei rapporti uomo-donna in questo Paese, spiegandomi senza mezzi termini che gli uomini sono fondamentalmente delle merde, che si sposano con ragazze molto giovani che poi mollano senza problemi quando sono vecchie (ossia a 25-30 anni) e se ne trovano un'altra. In quel caso la legge thailandese non li obbliga a versare alimenti o comunque a provvedere in qualche maniera alla famiglia, così molte donne, non sapendo come mantenere i figli, li lasciano dai genitori e vanno a prostituirsi a Patpong in Bangkok, oppure a Pattaya, Ko Samui, Phuket o altre località turistiche. I venti euro che guadagnano per una sera li vanno a versare immediatamente in banca. La stessa realtà me l'ha confermata Sasi, questa ragazza che mi invita a bere nel bar dove lavora ‒ fondamentalmente il loro lavoro è questo, quindi se sei uomo o donna non cambia, basta che consumi, e io consumo un paio di birre mentre cerco di capire lei come la pensa. La pensa prima di tutto che vorrebbe avere il mio colore di pelle. Poi che vorrebbe avere i miei stessi diritti di donna farang: per esempio che se mio marito mi lascia, almeno mi dà i soldi per dare da mangiare ai nostri figli.
Ovviamente quella di Enzo e di questa ragazza minuta e dal sorriso perenne è solo una delle realtà, come al solito non si può generalizzare: ci sono anche uomini come si deve e ci sono una moltitudine di donne senza scrupoli, che magari hanno passato un'infanzia poverissima nel nord est del Paese e poi, accalappiato il farang di turno, passano le giornate dal parrucchiere e dall'estetista e mangiano solo ostriche e champagne tirandosela un casino.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)