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  • Categoria: Thailandia

Zeitgeist

Parco di Khao Sok e Hua Hin

Thailandia luglio 2009

Quanto a me, credo ancora nel Paradiso, ma ho capito che non è un posto dove andare: lo senti dentro, quando per la prima volta senti di far parte di qualcosa di unico... e quando lo trovi, quel momento... dura per sempre.
["The Beach", film di Danny Boyle]

Chumpon trovo subito alloggio presso una guest house molto accogliente e a buon mercato, di cui sono l'unica cliente. La ragazza che la gestisce non dimostra più di diciannove anni ed è di una dolcezza disarmante. Insieme a lei, sul divano, guardo il telegiornale.
Come ogni sera alle 8 per una buona mezz'ora trasmettono tutto il resoconto dell'intensa giornata del re e della regina, durante la quale normalmente aiutano un casino di gente e benedicono plotoni di persone in divisa che si stendono ai piedi del re e, con la testa vicina ai suoi piedi, ricevono una foglia sull'orecchio e uno sbaffo sulla fronte, che il re Bhumibol gli appone con le mani tremanti dato che è parecchio anziano e infatti è al potere da 63 anni. Questo amore per la famiglia reale è così grande che praticamente tutti hanno in casa delle foto del re e della regina più o meno recenti, oppure portano un braccialetto di plastica arancione con scritto "I love the king", frase che scrivono anche sugli autobus e in infiniti altri posti.

A Chumphon celebro la felicità di essere ancora viva: vado al mercato, mangio pollo fritto, compro dei vestiti e vado a cena in un locale poco avvezzo alla presenza di farang. Qui purtroppo sbaglio ordinazione e mi ritrovo un'enorme zuppa di pesce piccantissima che cerco di mangiare bevendoci su un'intera birra grande gelata, ma poi devo miseramente lasciare lì sul tavolo, mentre questo gruppo rock thailandese capellone suona sul palco.

Al Farang Bar faccio due chiacchiere con questo inglese arrogante, il quale smanetta su Facebook col suo laptop, pieno di acredine nei confronti dei suoi vecchi amici che hanno messo tutti su famiglia e non si divertono più come un tempo. Mi racconta che l'unica volta che è stato in Italia ci è venuto in aereo per una giornata soltanto (a Milano, in via Montenapoleone), per comprare un portafogli di Gucci e per bere del vino rosso con la sua morosa dell'epoca. Quando va in bagno ne approfitto per scappare.

Dopo la traversata da incubo abbandono definitivamente l'idea di recarmi all'arcipelago di Tarutao e invece viro verso il Parco Nazionale di Khao Sok, raggiungibile senza dover prendere traghetti. Il resort che mi aveva consigliato quella ragazza della guest house è molto accogliente e anche la famiglia che lo gestisce è davvero squisita. Peccato che è veramente isolato nella giungla e dopo le 7 e mezza non posso raggiungere la strada principale perché vige una compatta oscurità punteggiata di lucciole e rane gracidanti. Gli unici altri clienti del resort sono tutti olandesi: i due membri della giovane coppia sono fortemente sovrappeso, quelli della famigliola magri e biondissimi.
Dopo mangiato non c'è altro da fare se non chiudersi nella palafitta e passare la notte ad ascoltare i terrificanti rumori della foresta, tra i quali riconosco un essere che, inequivocabilmente, si lava i denti per ore e un altro che russa come una locomotiva.

Finalmente sorge il sole e qualche ora dopo sono in partenza per una promettente gita con tutti questi olandesi, in un lago grande quasi duecento chilometri quadrati, con dentro centinaia di isolotti e baie e grotte lavorate dalla pioggia. Saliamo in barca, ci fermiamo presso le case galleggianti di bambù, facciamo dei bagni da film, mangiamo del pesce che era vivo solo pochi quarti d'ora prima, poi c'è la passeggiata nella giungla e infine la visita delle grotte. Ora, qui, anche se siamo dentro a un lago, il paesaggio è identico a quello dove hanno girato il film “The beach” (faraglioni e tutto) e dunque il cerchio sembrerebbe chiudersi. In realtà è identico tranne un particolare: manca la spiaggia bianca con le palme, visto che appunto siamo in un lago. Anche se, a dirla tutta, pure sulla spiaggia di Phi Phi Leh (dove hanno girato il film) hanno piantato cento palme da cocco perché non corrispondeva ancora esattamente agli standard hollywoodiani di come sarebbe dovuta essere una tipica spiaggia thailandese. Bisogna inoltre aggiungere che, a differenza della gita con gli italiani, durante la quale sembravamo tutti amici per la pelle, questi stitici olandesi hanno continuato per tutta la gita a trattarsi con freddezza e a scambiarsi frasi di circostanza.

La sera mi trasferisco in un resort meno isolato, dove trascorro una serata memorabile all'interno di questa piccola comunità di viaggiatori. L'australo-cileno Jaime Antonio, i suoi due compagni di viaggio, la sudafricana con i capelli corti, l'americano dai lunghi capelli ricci che vive a Barcellona e l'insegnante inglese stanno parlando del documentario americano “Zeitgeist”, e nulla poteva essere più adatto per confermare l'identità di visioni che tutti noi, provenienti ognuno da un angolo di mondo diverso e distante, ci trovavamo ad avere lì, seduti ad un tavolo pieno di bottiglie vuote di birra, a parlare di educazione e di ignoranza, di amore e di potere, di religione e di libertà di opinione. Lo spirito del tempo aleggiava proprio lì, in questa casetta di legno sommersa nella giungla, al centro della Thailandia. E forse ero io che stavo sbagliando fino a quel momento, rincorrendo un posto con la sabbia e le palme e le onde.

Alla stazione dei bus di Surat Thani sta partendo un grosso pullman con aria condizionata diretto a Bangkok. Ci salgo intenzionata a scendere a Hua Hin: dal finestrino osservo per molte ore camion carichi di durian e ananas, distese immense di noci di cocco, diversi Buddha seduti o sdraiati. A Hua Hin tutto è cambiato rispetto a ciò che mi avevano detto: grossi grattacieli e hotel di lusso mi accolgono sul viale. Prendo una stanza economica sul molo, arredata con mobili di legno lucido, ed è come dormire su una nave.

Per le strade molti turisti thailandesi in grappoli familiari, numerosi puttanieri soli di ogni provenienza e rari stranieri sperduti che, come me, sicuramente si stanno chiedendo cosa diavolo ci fanno lì. Evitando accuratamente le decine di ristoranti italiani, svedesi, svizzeri, tedeschi, francesi, norvegesi, mi reco al mercato notturno per una cena con riso e granchio seduta ad uno dei tanti tavolini di plastica, da cui posso agevolmente seguire i concerti di Michael Jackson trasmessi dal piccolo televisore. In centro conto anche numerose sartorie che vorrebbero inutilmente imitare lo stile italiano e magari anche vendermi un vestito.

Stasera sono stufa dei turisti ciccioni che bevono la birra, delle lady bar, della musica, di tutta questa finta allegria e di questo ancor più finto gioco della seduzione: me ne vado a passeggio sul lungomare deserto. In lontananza brillano le luci della nave che staziona a difesa della residenza reale di Hua Hin. Questa ragazza paffuta che lavora nell'unico bar aperto vicino al porto mi racconta che i malesi che lavorano sulle navi sono pericolosi quando scendono sulla terraferma, e infatti sono obbligati a tornare a dormire a bordo.

Al mattino è molto nuvoloso e la spiaggia, ampia e orlata di palme, è triste e deserta con la bassa marea, punteggiata dai buchini dei granchietti che entrano ed escono. Il numero di ombrelloni e sdraio pronte ad ospitare clientela che non c'è mi fanno pensare che in altre stagioni ci debba essere una certa affluenza, e anche i cavalli con cui fare passeggiate sulla battigia sono annoiati. Solo al bar rasta se ne fregano altamente di tutto e stanno lì con i loro dread e i sorrisi stolidi. Forse sono gli unici ad aver capito tutto.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)