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  • Categoria: Thailandia

Sleeping on the river Kway

Kanchanaburi

Thailandia luglio 2009

Dalla caratteristica stazione rossa prendo un treno diretto a nord, salutando per sempre le deludenti spiagge thailandesi e dedicandomi piuttosto alle acque dolci. Sulla carrozza di terza classe è una sfilata continua di gente che vende cibarie, controllori attillatissimi e addetti al lavaggio pavimenti; i sedili sono duri, i ventilatori millenari pendono dal soffitto e i passeggeri indossano le mascherine. A Ban-Pong prendo un bus che mi porta comodamente a Kanchanaburi.

Alloggerò per quattro notti in un'ampia casa galleggiante di legno, con letto a tre piazze, cullata incessantemente dal fiume Kwai. Al piccolo schermo della terrazza-ristorante, la sera, tutto il personale guarda le telenovele thai che hanno come protagonisti uomini in abito scuro di taglio italiano e donne elegantissime compostamente sedute su divani in broccato (la cameriera e il guardiano di notte sognano scioccamente di diventare come loro). Il tatuatore Joe introduce me e questa ragazza milanese, reduce da un corso di thai massage a Chiang Mai, alle usanze locali.

In questa città c'è il famoso ponte ricostruito sul fiume Kwai. La storia racconta che durante la seconda guerra mondiale i giapponesi invasero la Thailandia e costrinsero una multietnica congerie di prigionieri a costruire una ferrovia che avrebbe collegato la Thailandia alla Birmania, col proposito nascosto di arrivare fino in India. Sfiancati dalle terribili condizioni di lavoro furono in tantissimi ad ammalarsi e morire e poi alla fine il ponte di Kancha fu abbattuto dalle bombe, rendendo inservibile la ferrovia stessa.

Sul viale principale registro una teoria infinita di concessionari di auto ed esercizi commerciali dell'indotto automobilistico, finché non mi estasio di fronte al negozio dove realizzano e vendono le casine degli spiriti. Questi tempietti in legno colorato, presenti davanti ad ogni casa e in ogni angolo delle città, servono a ingraziarsi gli spiriti ‒ o pii ‒ che secondo il popolo thailandese vivono ovunque, invisibili, e devono essere tenuti buoni offrendo loro fanta, coca, frutta, patatine, fiori ecc. (anche i doni si sono adeguati ai tempi). Tiziano Terzani raccontava che quando si trasferì a Bangkok con la sua famiglia molti segnali negativi gli dimostrarono che gli spiriti non erano contenti, così dovettero ingraziarli con la visita al Buddha di smeraldo e invitando dei bonzi a “bonificare” la casa.

Le giornate a Kanchanaburi scorrono placidamente seguendo i ritmi take it easy tanto cari ai thailandesi. Sdraiata sull'amaca in bar ombrosi, sul lettino di un beauty salon sottoposta ad un massaggio alle erbe, al tavolino del bar a bere rum Sang Som e cocacola, dentro locali accoglienti ad ascoltare musica dal vivo, al centro commerciale con gli studenti in divisa dediti al karaoke, nel locale di Joe in compagnia della varia umanità dei giovani viaggiatori.

Una giornata è dedicata alla gita organizzata alle cascate di Erawan. Appena arrivati nel parco nazionale faccio amicizia con Monika, questa ragazza slovacca da tanti anni adottata dall'Italia, che non le pare vero di poter finalmente parlare italiano. Arranchiamo insieme fino al settimo salto delle cascate, incontrando nel tragitto le buffe scimmie macaco che vivono sugli alberi, quindi facciamo il bagno in una di queste piscine naturali piene di pesci che ti mangiano la pelle morta. La sensazione a prima vista è molto seccante, ma poi assolutamente imperdibile quando apprendi che questo pedicure con i pesci, definito “Terapia del Dr. Fish”, è l'ultimo grido in fatto di trattamenti di bellezza (infatti è molto costoso e si sta diffondendo in tutto il mondo). Non solo dà risultati estetici che tutti giudicano strabilianti, ma è anche un ottimo modo per curare la psoriasi e addirittura le ferite più gravi.

Dopo le cascate ci portano a fare la gita sull'elefante, poi in una grotta con statua di Buddha e infine su un treno che percorre un pezzo di "ferrovia della morte". Tornati a Kancha, Monika vuole farmi assaggiare assolutamente il durian, quel frutto gigante con la buccia piena di aculei, per il quale lei impazzisce e che puzza così tanto che è vietato portarselo dietro in autobus e in treno. A me fa effettivamente vomitare.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)