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  • Categoria: Thailandia

Pericoli e contrattempi

Bangkok

In Thailandia,» riprese Robert, «tutti possono avere quello che vogliono, e tutti possono averlo al meglio.»
[Michel Houellebecq, "Piattaforma"]

Il mio arrivo a Bangkok è praticamente identico all'arrivo di Leonardo DiCaprio nel film “The Beach”, con la differenza che nessuno mi offre sangue di serpente da bere e che nella camera accanto alla mia non c'è nessuno che fa sesso. Anche perché al quinto piano di questa guest house, che è la fotocopia di quella del film, ci sono soltanto camere singole ed è espressamente vietato l'ingresso ad estranei (in particolare ‒ si precisa ‒ alle prostitute). Mi stabilisco anch'io in Khao San Road, il ghetto dei backpackers mondiali di passaggio a Bangkok. Per le esigenze dei viaggiatori stanchi e straniti o dei nuovi arrivati come me è un posto più addomesticato rispetto al resto della città, ossia è uguale a tutte le località per turisti del mondo: gli internet point sono affollati di giovani che parlano tramite Skype con fidanzati o parenti, o che scrivono su Facebook che stanno a Bangkok e hanno accarezzato una tigre, che hanno rischiato un incidente in pulmino e piove sempre.

Dopo un'indispensabile doccia, come prima cosa mi tolgo le scarpe e varco la porta di un centro massaggi per fare la conoscenza con il famoso thai massage: un'esperienza sublime che ripeterò con una spaventosa frequenza. Allo scadere di un'ora sotto le sapienti mani della massaggiatrice mi siedo a un tavolino e ordino alla donna che cucina con il wok un piatto di noodles alle verdure e pesce. Dal banco di fronte compro la prima birra, la Singha (che in seguito verrà scalzata dalle mie preferenze quando assaggerò la Leo). A quell'ora gli avventori non sono tanti e dunque un neozelandese di origine turca, proprietario di un ristorante italiano ad Auckland, attacca inevitabilmente bottone con me, introducendomi nelle usanze cittadine e dilungandosi nel corso delle due ore trascorse insieme sulle pietanze italiane nella cui preparazione lui eccelle. Nonostante sia di una rara bruttezza, ci prova anche a chiedermi di rivederci, sottintendendo un possibile sviluppo sentimentale, ma viene prontamente fulminato dal mio sguardo schifato.

Il primo risveglio a Bangkok avviene ad un'ora così tarda che le mie aspirazioni culturali sulla giornata non possono assolutamente essere ambiziose. È il momento per fare la consueta esperienza tratta dal capitolo “Pericoli e contrattempi" della Lonely Planet. In alcuni templi di Bangkok ti si avvicinano delle persone amichevoli e colte che ti consigliano di andare a visitare dei luoghi interessanti e meno battuti dai turisti. En passant ti indirizzano verso quello che loro definiscono l'ufficio del turismo, per ricevere indicazioni e organizzare al meglio il viaggio. In realtà questo ufficio non è altro che un'agenzia viaggi come mille altre (che però vende pacchetti molto più costosi della norma), da cui questi personaggi ricevono una percentuale. Per compiere questo stravagante tour, la donna che incontro mi dice che basta fermare un tuc-tuc e dargli l'equivalente di un euro (con cui un normale tuc-tuc di Bangkok non ti fa fare manco un chilometro, figuriamoci un tour di tre ore con varie soste).
Curiosa di conoscere i meccanismi della faccenda e comunque alle 14 del mio primo giorno in una metropoli sconosciuta che sta covando un temporale con i controfiocchi, mi imbarco sul tuc-tuc munita del foglietto thai-english accuratamente compilato dalla gentilissima signora di Chiang Mai. Nel primo tempio un tale cerca di terrorizzarmi elencandomi gli innumerevoli furti, rapimenti e assassinii che avvengono ogni anno e mi consiglia caldamente di rivolgermi all'ufficio turistico per prenotare un pacchetto. Di fronte al mio sprezzante disinteresse, prima si spazientisce, ma poi, con una metaforica capriola acrobatica, si qualifica come professore universitario e mi invita a cena. Rifiuto cortesemente e saluto, meditando sulle curiose abitudini locali.
Pensando che il guidatore del tuc-tuc ci avrebbe spuntato qualche bath, mi faccio comunque accompagnare al cosiddetto ufficio del turismo, dove un distinto signore mi propone istantaneamente un pacchetto di 21 giorni in Thailandia a “soli” 800 euro. Quando cerco di spiegargli che non è il mio genere di vacanza, l'ex gentile impiegato si alza in piedi, mi deride con i suoi colleghi sicuramente riferendosi al mio status di saccopelista spiantata e urlando mi indica la porta. Il giro prosegue con la visita del Marble Temple e dello Standing Buddha. Nel frattempo aveva cominciato a diluviare a secchiate e dunque ho benedetto la santa donna che in cambio di un vaffanculo da un impiegato di agenzia viaggi ladra mi ha offerto un giro turistico di due ore al riparo dalla pioggia. Alla fine il guidatore ‒ che non parla inglese se non per una serie di frasi standard che leggeva da un taccuino ‒ mi sbarca casualmente alla fermata del battello sul Chao Phraya, in pratica alle spalle della mia guest house.

Grazie a circostanze fortunate, alle dieci della mattina seguente sono già in assetto da visitatrice determinata che sa il fatto suo, decisa a non farsi distrarre da nessuno. Parto alla volta delle attrazioni più famose di Bangkok: il Wat Phra Kaew con il Buddha di smeraldo, il palazzo reale, il Wat Pho con il gigantesco Buddha sdraiato e il Wat Arun (il "tempio dell'alba" con la torre in stile khmer). I suddetti monumenti sono davvero ammirevoli, anche se un essere umano innocente dovrebbe avere il diritto di goderne senza sudare così copiosamente e senza rischiare così di frequente un collasso durante quel continuo togliersi e mettersi le scarpe fuori dai luoghi sacri. Così torno in Khao San con il servizio di battelli long-tail, che mi sembra un modo molto più fresco e arioso di viaggiare rispetto al camminare sui marciapiedi roventi.

Dopo tre settimane di viaggio nel resto del Paese, vengo catapultata di nuovo in Khao San Road, a Bangkok, circondata da branchi di giovani biondastri non sbarbati e con lo zaino, uomini soli a caccia di business o ragazze, disperati pieni di piercing, italiani in coppia critici su tutto. Trascorro la sera con un sosia sudafricano di Paolo Conte ad ascoltare musica dal vivo: è appena arrivato e questa volta sono io a introdurlo alle usanze locali.

Nel lungo sightseeing che mi aspetta ormai sono scaltrissima e posso rispondere con sufficienza ai personaggi che mi consigliano di andare a vedere il Marble Temple e lo Standing Buddha, o che mi danno la solita dritta dell'ufficio turistico sgamuffo; gli faccio vedere addirittura la foto, contro la quale loro non possono fare altro che ammutolire e salutare.

Giro come una trottola tra le strade di Bangkok: ci sono da visitare diversi Wat, devo salire sulla golden mountain, da cui si ammira un grandioso panorama che mescola il monumentale della città antica con il futuristico dei quartieri moderni, e mi ritrovo nel quartiere specializzato nella vendita di statue di Buddha. Con il taxi d'acqua raggiungo in un battibaleno il quartiere Siam, quello nuovo, pieno di grattacieli e centri commerciali. Qui anche solo per attraversare la strada devi servirti delle passerelle sopraelevate, che collegano tutti gli shopping center senza bisogno che tu esca all'aperto a sudare. Dopo un breve giro di Chinatown (delirio, caldo, puzza e inquinamento), eccomi al salutare Limpini Park, accanto al quale c'è il night market, con un enorme capannone stipato di tavoloni stile Oktoberfest, dove si può mangiare, bere e naturalmente fare shopping.

Per ripararci dal consueto acquazzone, io e Monika ci rimpinziamo di ravioli al vapore e pollo al bambù in un ristorante cinese al coperto. Poi assoldiamo un tuc-tuc che ci porti a Sukhumvit, nota per i templi del sesso: in realtà la noia, gli squallidi frequentatori e i prezzi europei ci fanno passare la voglia di proseguire lì la serata e dunque gettiamo soltanto qualche sguardo nei semibui locali. Al mercato è pieno di musulmani integralisti e mi chiedo come possano convivere i burqa con le tette di fuori. Al mio quartiere ci torno con un finto tassista di moto che mi fa così cagare sotto che gli do la metà del compenso pattuito (che lui accetta senza battere ciglio, d'altra parte).

Ogni sabato, nella periferia nord occidentale di Bangkok, si tiene il mercato galleggiante di Taling Chan. Si tratta di un posto dove fondamentalmente i thailandesi vanno a scofanarsi di pesce: il klong è affollato di barche sulle quali cucinano granchi, gamberi, molluschi, risotti e diverse altre imprecisate caterve di cibo così colorato da sembrare di plastica, mentre sul pontile sono sistemati i tavoli. Durante la gita in barca sui canali, la gente che abita in queste case di legno ci saluta dalle amache che dondolano in terrazza, i ragazzini fanno il bagno tuffandosi dalla scaletta di legno, gli altri turisti invece acquistano il "lucky bread" (che sarebbe pane in cassetta) e lo buttano in pasto ai pesci praticamente intero. Tra le tappe, c'è un ennesimo wat e un centro dove coltivano differenti tipi di orchidee.

La domenica raggiungiamo Ayutthaya, la vecchia gloriosa capitale, sostituita da Bangkok dopo essere stata spazzolata via dai birmani. Purtroppo il caldo asfissiante ha reso insopportabile il Buddha sepolto dalle radici di un albero, il Buddha gigante sdraiato, il Buddha seduto con la canottiera gialla, il laghetto, i resti degli antichi templi, i monaci, gli elefanti, il mercato, il cocco caldo. E non ho fatto altro che sognare una doccia.

La scintillante serata finale la trascorro con un imponente negro della Guyana inglese, il quale mi racconta che è in partenza per Torino, che si occupa di commercio di pietre preziose, che è esperto di gastronomia e infine che è completamente a secco di soldi (quest'ultima è effettivamente l'unica informazione credibile di tutto l'elenco). Però per fortuna gli piace il jazz: mi conduce dunque in un accogliente locale dove si ascolta ottima musica dal vivo. Qui conosciamo questi giovani thailandesi appassionati di musica, che risolvono il problema della penuria di soldi perché ci offrono prima da bere e poi persino da mangiare in un locale lì vicino. E anche questa, alla fine, è la Thailandia: un bar-karaoke dove mangiare anatra fredda cantando a squarciagola pezzi di cui non capisci una parola, insieme a uno sciroccato alto quasi due metri, proveniente da un Paese che non sai manco bene dove si trovi, brindando col Sang Som insieme a dei ragazzi ubriachi che sicuramente non rivedrai mai più.

L'ultimo giorno è identico a tutti gli ultimi giorni di tutti i viaggi, in cui l'unica incombenza è finire i soldi e riuscire a raggiungere l'aeroporto in tempo. La notte a Dubai, esauriti ormai l'entusiasmo e la vitalità iniziali, la trascorro dormendo su una sedia allungabile ricoperta della maggior parte del contenuto del mio unico bagaglio, quello a mano.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)